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100 COLPI DI SPAZZOLA PRIMA DI ANDARE A DORMIRE

Melissa P.

Fazi Editore

pp. 143

€ 9,50

Isbn 88-8112-425-4

Recensione di Calogero per la rivista l'Ateo

Per assaporare questo libro bisogna non solo leggerlo fino alla fine ma anche dentro. Melissa P., al secolo Panarello, classe 1985, l’ha scritto con la tecnica di riportarvi le pagine del suo diario in un arco temporale di circa due anni. È una scrittura che senz’altro fa trasparire le ingenuità e le cadute della sedicenne che l’ha coniata, ma che contiene pure una prospettiva alquanto dirompente: il sottaciuto cinismo di quell’età. Fin dalle prime battute, in «cento colpi di spazzola» si respira il desiderio di Nabocov ma senza il prudente e moralistico ricorso al mostro. Qui, il mostro e la vittima combaciano o confliggono; il mostro, ammesso che ci sia, è proprio lei, Melissa, che esige e concede, che corrompe ed è corrotto. E attorno a sé i falli che lei cerca e ottiene non sono attaccati a uomini ma a loro crisalidi con sembianze di orchi e di lupi, senza averne né la forza né la feralità; e difatti a soccombere e a morire sono loro, Melissa sopravvive a tutti, se stessa compresa. Humbert Humbert non c’è, giacché non deve mediare l’orrore e la sorpresa che proviamo di fronte a un’adolescente così sfacciatamente volitiva e viva. Qui Lolita, con molta più sfacciataggine di quella del 1955, sceglie e non subisce tutti gli uomini che vuole, tutte le esperienze anche le più crude che si va a cercare, tutte le lacerazioni di cui è cosciente e che accetta. Il perché lo faccia, poi, è tutt’altro discorso: forse è un cammino di purificazione, e ciò renderebbe banale il romanzo; forse è una ricerca, e lei un po’ lo fa capire, ma non ne sembra convinta; oppure, e il lettore spera fino all’ultimo che sia così, questo è solo il profilo di una “stronzetta” che sovverte l’ordine costituito del moralismo pubblico. Purtroppo, quest’ultima decodifica si perde un po’ perché le due Melissa, quella che scrive e quella che recita, non rinunciano a smettere di puttanare quando trovano l’Amore, né a mascherare le parole per non far troppo sobbalzare il lettore: il cazzo è tutt’alpiù un’asta e la figa un cespuglio con rugiada… Pudicizia commerciale? Autocensura? Scrupolo residuale? Non sappiamo, né c’interessa. Il testo sorprende soltanto se si rinuncia a fare il Diogene alla ricerca dello stile e dell’arte. Palesemente, la Panarello non esprime né l’uno né l’altra; né invero c’è traccia di un suo sforzo in tal senso; o forse c’è ed è frustrato da un certo esibizionismo letterario. Quel che la giovane scrittrice fa è molto più di basso profilo e, proprio per questo, nuovo: ci racconta il sesso dei giovani senza le censure, le paure e le cautele (ma anche la lascivia) con cui lo racconterebbe uno scrittore adulto, maschio e avveduto; un sesso che nel mondo reale magari non comprende gagbang e sadomaso come nelle minute descrizioni di Melissa: ma quelle sono metafore, confluenze in cui la scrittrice lascia che si mescolino esperienze e desideri. Il sesso dei giovani è davvero anarchico e rischioso, e lei ci insegna a non averne paura, a non temere di scriverlo e di pensarlo così com’è, crudo, amorale e parco di sentimentalismi. Una botta alla botte e uno al cerchio, e purtroppo qua e là affiora il politically-correct. I cento colpi di spazzola che la protagonista dà ai capelli prima di andare a dormire somigliano tanto a un’espiazione, a una simbolica ma impellente purificazione dopo aver commesso indicibili atti impuri. E lì tutto l’orgoglio epicureo e pagano si sgretola nel tentativo inutile e poco apprezzato di recuperare la mediocrità. Peccato. Avremmo preferito fare a meno del lieto fine; avremmo voluto una Melissa impenitente porcona fino in tarda età, piuttosto che accettare ricoperte d’ipocrisia le zoccole camuffate che ci attorniano nel mondo reale.

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