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il Proslogion

di Anselmo

Anselmo può dirsi d'Aosta, giacché italiano, del Bec, perché fu abate dell'omonima abbazia francese, e di Canterbury, giacché ne fu arcivescovo.

Vissuto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, Anselmo (1033-1109) sembra riunire nella sua persona, nelle sue vicende e nel suo pensiero tutti i fermenti e le componenti, spesso contraddittorie, della sua epoca contrassegnata da una intensa ripresa della vita materiale e culturale. Anselmo come intellettuale è cresciuto ed è rimasto in gran parte integrato nella cultura monastica: infatti dopo gli studi nell'abbazia normanna di Bec, ne diviene in seguito abate per essere infine nominato arcivescovo di Canterbury. Eppure nelle sue opere avvertiamo la presenza di una sensibilità inconsueta, il gusto per la speculazione razionale.

Scritto nel 1077, il Proslogion, insieme con il Monologion, è una delle prime opere di Anselmo. Da notare che Anselmo stesso volle che tutte le copie dell’opera fossero accompagnate dalle obiezioni di Gaunilone (l’abate di Martmontier che gli aveva inviato il Liber pro insipiente) e le sue risposte. Il testo si apre con un Proemio in cui c'è la necessità di trovare un unico argomento "che dimostrasse da solo, senza bisogno di nessun altro, che Dio esiste veramente."

L’opera inizia con una esortazione all’uomo affinché lasci le sue preoccupazioni terrene per dedicarsi alla contemplazione di Dio, e una preghiera a Dio stesso affinché guidi la ricerca e illumini la mente dell’uomo la cui condizione versa in miseria in seguito al peccato originale. Ma poiché l’uomo è stato creato da e per conoscere Dio, il desiderio di Lui è inestinguibile in quanto costituisce la radice stessa del suo essere. Dunque la preghiera è la premessa indispensabile della ricerca.

L’obiettivo del trattato è duplice: dimostrare che Dio esiste e che è "quello che crediamo".

Tutte le cose contingenti in quanto tali possono essere pensate non esistenti. Solo Dio esiste e non può essere pensato non esistente, mostrando che ciò che l’intelletto prova è vero in quanto coincide con ciò che è creduto. Ma è necessario anche che il pensiero escluda che esista qualcosa migliore di questo essere. Infatti, poiché la creatura è per natura inferiore al creatore, è impossibile che ne conosca e ne giudichi l’essenza; quindi siamo indotti ad ammettere che nulla sia migliore di Dio poiché, se Egli mancasse di qualcosa e fosse giudicato da una creatura, non sarebbe più Dio. Orbene, se Dio esistesse soltanto come tutti gli altri esseri, non soltanto non esisterebbe come Dio, ma non esisterebbe affatto. Egli è l’essere necessario: tutto esiste in lui e per lui. Per questo non può essere pensato non esistente.

Dopo aver dimostrato che Dio esiste, si passano (capp. V-XXI) ad esaminare i suoi attributi.

Essi vengono stabiliti in parte mediante deduzione dalla sua essenza e in parte per contrasto tra il grado qualitativo delle cose, che l’anima umana coglie per via sensibile, e il grado massimo, che può essere solo presagito. Il discorso si sviluppa attraverso la considerazione di una serie di antinomie che vengono via via sciolte.

Si incomincia con l’antinomia "Dio è incorporeo e sensibile" di fronte alla quale si deve dire che Dio, pur essendo spirito (infatti lo spirito è superiore al corporeo) conosce le cose sensibili, benché in modo diverso dagli animali e dagli uomini.

Si passa poi a considerare quella "in che modo Dio sia onnipotente, mentre non può molte cose" (non può corrompersi, non può mentire, non può fare che il falso sia vero o ciò che è avvenuto non sia avvenuto): qui si deve dire che poiché ciò che giova è superiore a ciò che non giova, Dio non può fare ciò che provoca avversità o malvagità.

La terza antinomia, "Dio è impassibile e misericordioso", si risolve considerando che, poiché avere sentimenti che dipendono dalle azioni degli altri è inferiore al provarne in modo gratuito e spontaneo, allora Dio è in se stesso impassibile (in quanto non è dipendente da nessuna passione), ma al tempo stesso misericordioso e fonte di consolazione.

Ancora: come può Dio perdonare se è sommamente giusto? Certo, noi non possiamo comprendere la bontà di Dio dalla quale scaturisce la misericordia. Poiché è migliore colui che è buono verso buoni e cattivi che non colui che lo è solo verso i buoni, e colui che è buono verso i cattivi sia punendoli che perdonando loro che non colui che è buono solo nel punirli, Dio è misericordioso perché è totalmente e sommamente buono.

Se poi chiediamo in che modo Dio insieme punisca e perdoni giustamente, si deve rispondere che non v’è contraddizione perché "quando punisci i cattivi, è giusto perché corrisponde a ciò che meritano; quando invece perdoni i cattivi, è giusto perché sta alla base della tua bontà."

Dopo aver sciolto queste antinomie, Anselmo può concedersi una pausa mistica e contemplativa (capp. XIV-XVII) e domandarsi: se Dio è vita, sapienza, verità, bontà, beatitudine, bene, in che modo è tutte queste cose? 

Gli ultimi cinque capitoli (capp. XXII-XXVI) riguardano il concetto di Dio come bene. Se, come dice la Bibbia (Esodo, III, 14), Dio "è colui che è", in quanto è totalmente e sempre tutto ciò che è in un certo momento o in un certo modo, allora è sommo bene poiché è bastevole a se stesso e non ha bisogno di nessuno, mentre di Lui "hanno bisogno tutte le cose per essere e per avere bene.". Dio è il bene totale, il solo e necessario bene che comprende tutti gli altri beni.