LE BUGIE DELLA BIBBIA
di Mattia fabbri
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Anche quelli che non hanno letto neanche una
riga del Vecchio Testamento ne ricordano qualche pagina emozionante: le
acque del Mar Rosso che si aprono miracolosamente davanti al popolo di
Israele in fuga dalla schiavitù in Egitto o il giovane Davide che affronta
mezzo nudo il gigante Golia protetto da una formidabile corazza di ferro,
e lo fa secco con una micidiale sassata in fronte. Merito del cinema,
certo che ha tratto dalla Bibbia un colossal dietro l’altro, e della tv,
che li ripropone a ogni festività religiosa. |
CORRELAZIONI ___________ Le riflessione atee di Mattia Fabbri i Pensieri atei di Mattia Fabbri Libro: Pepe Rodriguez - Verità e menzogne della chiesa cattolica. Come è stata manipolata la Bibbia
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L’esilio imposto agli Ebrei dai Babilonesi nel 587 a.c. rafforzò la loro fede
in unico dio
La scrittura e la rielaborazione dei testi biblici principali è durata più o
meno un secolo, all’incirca dal 622 al 516 avanti Cristo: un secolo tragico,
segnato da un evento che avrebbe potuto cancellare l’identità del popolo ebraico
e la sua fede in un unico dio.
“Gli Ebrei avevano un loro piccolo stato, il regno di Giuda, che attorno a
Gerusalemme si estendeva su una superficie paragonabile a quella dell’Umbria:
come altri staterelli dell’area, era assoggettato alla potenza egemone
dell’epoca, l’impero babilonese. Si ribellò, ma gli andò male: i Babilonesi
assediarono per anni Gerusalemme, la espugnarono e la distrussero. Il Tempio di
Yahweh, il dio unico, fu abbattuto e il sommo sacerdote giustiziato assieme a
una sessantina di notabili. La popolazione cittadina fu deportata in Mesopotamia.
I contadini sparsi nelle campagne vennero invece lasciati sul posto: non
rappresentavano un problema per l’impero.
LA PUNIZIONE DIVINA
Lo scopo delle deportazioni fatte dai Babilonesi (e prima di loro dagli Assiri)
era quello di cancellare l’identità dei popoli vinti, inducendoli ad adottare la
lingua e ad adorare gli dei del vincitore. Dopo tutto, secondo le idee del
tempo, i deportati non avevano motivo di credere ancora nel loro vecchio dio,
che era stato sconfitto in guerra e non era stato capace di proteggerli. E
invece, nei 70 anni che durò la “cattività babilonese”, i leader religiosi e
politici ebrei scampati al massacro respinsero l’idea che Yahweh fosse stato
sconfitto e adottarono una posizione religiosa radicalmente nuova, questa: il
dio di Israele era l’unico dio di tutto l’universo. E non solo non era stato
sconfitto, ma si era servito dei Babilonesi per punire il suo popolo, colpevole
di gravissimi peccati. I Babilonesi, dunque, erano stati solo uno strumento
della divinità. Gli Ebrei, anziché perderla, rafforzarono la propria identità
nell’esilio, convinti che, una volta espiata la colpa, forti di una religione
rigorosa e purificata, sarebbero tornati in patria: dove avrebbero ricostruito
Gerusalemme e il celebre Tempio.
L’occasione si presenta nel 539 avanti Cristo: Ciro, re dei Persiani, conquista
Babilonia e consente agli Ebrei di rientrare in patria come sudditi del suo
impero nuovo di zecca. Figli e nipoti dei deportati tornano a scaglioni a
Gerusalemme, animati da un rinnovato spirito di rigore religioso. Trovano però
scarsa comprensione in quella parte della popolazione ebraica che non era stata
deportata: peggio ancora, spazi che considerano loro sono stati occupati da
immigrati di altra fede provenienti dalle regioni confinanti. I reduci hanno
allora bisogno di un documento che dica in sostanza: “Abbiamo il diritto di
riprenderci quello che è nostro da sempre: la Terra di Canaan, che ci è stata
promessa da Yahweh e che Giosuè ha conquistato per noi.”
Dice Liverani: “La riscrittura delle origini del popolo ebraico era già iniziata
a Gerusalemme prima della deportazione, quando il re di Giuda, Giosia (regnò dal
640 al 609 avanti Cristo) progettava di espandere il suo piccolo stato verso i
confini di un mitico regno che nel remoto passato avrebbe unito sotto uno solo
scettro tutti gli Ebrei. L’elaborazione del mito continuò durante l’esilio e
proseguì negli anni successivi al ritorno da Babilonia.”
L’area di Gerusalemme è oggetto di scavi archeologici da un secolo e mezzo: del
periodo che, secondo il racconto biblico, avrebbe visto la fioritura del “regno
unificato” degli Ebrei (siamo nel X secolo avanti Cristo) non è stato trovato
nulla, se non pochi cocci di terracotta. Non una traccia di scrittura, neanche
minima: fatto inconcepibile per un regno di qualche importanza. Non si conosce,
dai documenti contemporanei dei popoli vicini, neanche il nome di questo preteso
regno. “In realtà”, dice Finkelstein, “quella Gerusalemme doveva essere un
centro abitato piuttosto insignificante, un villaggio tipico della regione
montuosa. Secondo calcoli demografici impiegati per questa epoca, il “regno” non
doveva contare più di 5000 abitanti sparsi fra la capitale, Hebron e la Giudea,
più qualche gruppo sparso di seminomadi.”
ESODO_ La grande fuga
Secondo le osservazioni di Liverani nei documenti egizi dell’età del Tardo
Bronzo non c’è traccia della permanenza di un popolo straniero nella valle del
Nilo, né della presenza di Mosè alla corte del Faraone.
L’unico accostamento possibile è la prassi con la quale il Faraone accordava ai
pastori nomadi il permesso di soggiornare nel Delta in tempo di siccità per
abbeverare il bestiame. D’altra parte, l’idea di un impero che tiene prigioniero
un popolo in terra straniera non poteva nascere prima dell’esperienza delle
deportazioni assiro-babilonesi, avvenute però nel millennio successivo.
Analoghe osservazioni valgono per l’Esodo e la peregrinazione nel deserto.
Usciti dall’Egitto grazie all’intervento divino, che terrorizza il Faraone
oppressore con le terribili “sette piaghe”, il popolo ebraico avrebbe
peregrinato per 40 anni nel deserto. Ma quello descritto è un deserto immaginato
attraverso le paure e i pregiudizi di un cittadino di Gerusalemme o di
Babilonia, che vi vede serpenti e scorpioni dappertutto ed è convinto di morirvi
di sete e di fame, a meno di interventi della divinità. Un popolo di tradizione
pastorale avrebbe avrebbe percorso le piste della transumanza e trovato acqua e
pascoli nei posti giusti.
Di questa sapienza antica non c’è traccia nel racconto biblico, che appare poco
più di una cornice per esporre questioni giuridiche e religiose.
IL DECALOGO_Le tavole della legge
Le Tavole della Legge, come del resto altre parti della narrazione biblica,
contengono senza dubbio precetti antichissimi, che erano stati trasmessi per
molto tempo soltanto dalla tradizione orale. Ma il primo dei comandamenti,
quello che impone di adorare un solo dio, non è più antico del regno del di
Giosia (640-609 a.C.). L’onomastica rivela che gli Ebrei in origine adoravano
altri dei oltre a quello che sarebbe diventato il loro unico dio e che in
ebraico era chiamato Yahweh. Alcune iscrizioni parlano di Yahweh e della sua
compagna, una dea cananea di nome Asherah. Poi adottarono la monolatria, cioè la
fede in un unico dio per tutta la nazione, senza escludere che gli altri dei di
altri popoli fossero a loro volta veri. Infine, ma solo negli anni dell’esilio
babilonese, passarono al monoteismo puro, cioè al riconoscimento di Yahweh come
dio unico di tutto l’universo. Anche il quarto comandamento, quello che impone
l’obbligo di onorare il padre e la madre, si ritrova in scritti siriani
mesopotamici, anche in forme più esplicite tipo “Mantieni il padre e la madre se
vuoi avere diritto all’eredità.”
LE FONTI: da Gilgamesh ad Hammurabi
Lo studio delle culture del Vicino Oriente Antico ha permesso di stabilire che
molte narrazioni bibliche non sono originali, ma si sono ispirate a fonti più
remote. Il racconto del Diluvio Universale, per esempio, si trova già nel poema
epico di Gilgamesh, eroe sumero-babilonese del 2000 a.C., come testimoniato
dalle tavolette con scrittura cuneiforme trovate a Ninive.
Incredibile è la somiglianza fra il codice di Hammurabi, re babilonese del XVIII
secolo a.C. che fece redigere la più antica raccolta di leggi e i 10
Comandamenti, come “Non frodare”, “Non adorare altre divinità al di fuori del
Signore”, “Non concupire”, “Non desiderare roba d’altri”.
L’episodio riguardante Eva e la mela è tratto da una leggenda sumera che faceva
dipendere l’origine dei mali dalla prima donna che, indotta da un serpente a
disobbedire al dio creatore, convinse il suo compagno a mangiare il frutto
dell’albero proibito. La favola sumera viene raccontata in un documento chiamato
“Cilindro della Tentazione” che è conservato presso il British Museum di Londra.
Questo documento, scritto nell’anno 2500, esisteva già venti secoli prima che
venisse redatta la Bibbia.
La Torre di Babele altro non era che la ziggurat che il re di Ur, Nimrod, fece
costruire a Babilonia nel 2100 a.C. in onore del dio Nanna.
GIOSUE’_Una guerra lampo
Per gli storici, la folgorante campagna militare di Giosuè per la conquista
della Palestina (la terra che la Bibbia dice promessa da dio ad Abramo,
progenitore mitico degli Ebrei) è del tutto inverosimile: chi ne ha scritto il
racconto ignorava che all’epoca la Palestina era occupata dagli egiziani, che di
sicuro non se ne sarebbero rimasti con le mani in mano. Inoltre, nessun
documento contemporaneo ne reca traccia.
L’archeologia ha dimostrato che, fra le città che la Bibbia dice espugnate da
Giosuè, Gerico era già in rovina e abbandonata da quattro o cinque secoli e Ai
addirittura da un buon millennio.
E i popoli che sarebbero stati sterminati fino all’ultimo uomo, donna e bambino
per ordine di Yahweh? Con qualche sollievo gli storici hanno accertato che il
loro elenco nella Bibbia è inventato. Salvo i Cananei, che si trovavano davvero
in Palestina, ma che di certo non vennero sterminati, e gli Ittiti, autentici
anche loro, ma che in Palestina non avevano mai messo piede, gli altri, Amorrei
e Perizziti, Hiwiti e Girgashiti, “giganti” e Gebusei sono popoli semplicemente
immaginari.
SALOMONE_Il grande re saggio
Figlio di David e Betsabea Salomone segna, nella narrazione biblica, il momento
di massimo successo politico degli Ebrei. Succeduto al padre su un trono
comprendente tutte le 12 tribù di Israele, Salomone avrebbe allargato i confini
del regno fino a farne una potenza regionale. Ma la pretesa che si estendesse
dall’Eufrate al “torrente d’Egitto” (oggi Wadi Arish) rivela l’anacronismo:
questi sono i confini della satrapia persiana della Transeufratene, istituita
però secoli dopo.
La descrizione biblica del grande tempio edificato da Salomone non è credibile:
nella Gerusalemme del tempo, una città piccolissima, non ci sarebbe stato
neanche lo spazio per erigerlo. Ha poi tutta l’apparenza di una favola il
viaggio della regina di Saba che parte dal regno dei Sabei (un territorio
dell’odierno Yemen) per far visita a Salomone accompagnata dai suoi cortigiani
con doni preziosi per saggiare la sapienza e l’intelligenza del grande re
Israelita.
Salomone è forse una figura storica, ma del suo nome non c’è traccia in nessun
documento al di fuori della Bibbia.