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INNO A SATANA

Giosuè Carducci

di Andrea Pirovano

Giosuè Carducci nasce nel 1835 in Versilia, da famiglia medio borghese e trascorre l'infanzia in
Maremma. Studia alla Normale Superiore di Pisa e si laurea in lettere nel 1856. Sin da giovane si
rivela un grande sostenitore della Rivoluzione francese, e di idee accesamente democratiche e
repubblicane. Seguì con fervore soprattutto le vicende che portarono l'Italia all'unificazione,
senza però parteciparvi direttamente, ma fu poi deluso da come queste vicende trovarono la loro
soluzione in un compromesso tra re e Destra storica.

Così assunse una posizione di forte critica e contrasto nei confronti del nuovo governo, arrivando
addirittura ad essere sospeso dal suo insegnamento alla cattedra di eloquenza, dell'università di
Bologna, che aveva ottenuto dopo una laurea in lettere nel 1860. Nonostante questa, continuò nella
sua critica soprattutto al comportamento "vile" degli italiani, un comportamento che non rispondeva
più a quegli ideali risorgimentali a cui egli era tanto legato. Attaccò duramente la politica che si
dimostrava piuttosto rinunciataria verso la conquista di Roma, la quale doveva essere una parte
della nuova nazione italiana. Così, mentre sottolineava la mediocrità politica e la mancanza di
eroismo di quel tempo, si fece però sostenitore del popolo, visto come la vera forza motrice della
storia, in grado di trasformare il mondo. Altro oggetto della sua opposizione fu poi la chiesa: il
suo anticlericalismo lo scagliò contro di essa, che egli vedeva come un baluardo della tirannide: la
chiesa per Carducci era il simbolo dell'oscurantismo. La sua visione divina passava attraverso la
liberazione da ogni ascetismo, che mortifica il godimento della vita e dell'azione, ascetismo
tipicamente religioso, ma che, come ogni altra forma di oscurantismo medievale, stava per essere
soppresso dalla forza della ragione, della scienza e del progresso, di cui egli fa una vera e
propria esaltazione.

Successivamente, col passare degli anni e grazie alla stabilizzazione politica italiana, dovuta
anche alla presa di Roma, Carducci venne a moderare le sue posizioni, avvicinandosi gradualmente
alla monarchia. Così, il suo acceso patriottismo si trasformò in nazionalismo, arrivando addirittura
alla formazione di un circolo monarchico. Ora per lui il popolo poteva essere lo strumento per
accrescere il valore nazionale, attraverso guerre imperialistiche. Un'altra trasformazione,
parallelamente a questa ideologica, si ebbe nella sua poetica: egli si orienta infatti verso
orizzonti più aperti. Ma forte rimase la sua matrice giovanile, soprattutto nel campo letterario:
nelle sue opere troviamo infatti un discorso poetico " alto ", e aulico, e nel suo pensiero uno
sdegno verso le forme più popolari, con critiche quindi ai romanzi, e a Manzoni. In giovinezza la
sua poesia è sdegnosa del romanticismo sia manzoniano sia di quello sentimentale e popolare del
Prati e dell'Aleardi. Egli si definisce l'ultimo scudiero dei classici, sceglie di esprimersi in
forme alte e auliche. Poi però il suo spirito battagliero espressosi in forme classicheggianti si
stempera lasciando spazio a momenti di sconforto, di tedio esistenziale, angoscia per la morte e
nostalgia della gioventù.

Carducci proprio per queste sue tendenze stilistiche è stato definito da Croce "l'ultimo dei
classici", come il poeta che seppe resistere alla "malattia" romantica, a differenza di tanti
scrittori della sua età. Altrettanto però si oppone con la sua visione della vita severa e forte
alla tormentata poesia del '900, "all'uomo di pezza" di Ungaretti, o al "male di vivere" del
Montale. Al contrario, critici più recenti come Mario Praz, considerano questo poeta come un tardo
romantico, che si aggrappa alla classicità per esorcizzare le angosce che lo assillano, e che quindi
assume il mondo antico come un'evasione esotizzante dalla realtà squallida e mediocre della società
borghese.



Documento importante del sistema di idee del Carducci e di una tendenza della cultura e mentalità
contemporanea è l'Inno a Satana, che compone nel 1863 e pubblica due anni dopo.

Satana per i reazionari era simbolo della modernità da condannare in tutte le sue forme. Al
contrario Carducci in questa sua lirica celebra la figura di Satana e la rovescia in positivo; esso
diventa quindi simbolo degli aspetti più positivi della vita. Nelle prime cinque strofe del
componimento Satana rappresenta le gioie terrene: il banchetto, il vino, l'amore, princìpi della
pienezza vitale. A questo proposito significativi sono i versi 19-20 nei quali il poeta con un
apostrofo invoca Satana chiamandolo "Re del convito". Nelle strofe seguenti Satana viene
identificato con le bellezze naturali ed artistiche; infatti Carducci lo rappresenta con Agramainio,
che nella mitologia iranica è il principio del male e della ribellione, con Adone, che nella
mitologia greca è il bellissimo ragazzo di cui si innamorò Venere, allegoria della primavera e della
natura e della natura fiorita, e infine Astarte, dea fenicia del piacere. Le bellezze naturali
vennero fissate sulla tela o sulla carta o scolpite nei marmi dai Greci (cfr. verso 91 "i segni
argolici"). Contro queste bellezze artistiche si scagliarono però con la loro ottusità ed il loro
oscurantismo i primi cristiani, che non compresero il valore intrinseco di queste opere, e le
considerarono solo idoli pagani. Ma il paganesimo, benchè bandito dal cristianesimo, sopravvisse
nella plebe (vv 93-96).

L'inno continua poi mettendo in campo due figure: quella dell'alchimista e del mago del medioevo,
entrambi insoddisfatti del loro sapere. Essi sono esempi dell'oscurantismo medievale e della
superstizione che la ragione e la scienza, incarnate da Satana, dovrebbero trasformare in vero
sapere (vv 105-108). Nella strofa seguente (vv 113-116) Carducci descrive  i primi monaci cristiani
che praticarono l'ascetismo nel deserto; il monaco è definito triste proprio perché fugge dalla
natura, si nasconde da essa perché vede in questa una manifestazione di Satana. Ma certamente i più
degni simboli dell'oscurantismo medievale, in quanto ne furono vittime, sono Abelardo ed Eloisa (vv
117-120).

Abelardo fu un celebre filosofo vissuto nel XII secolo, propugnatore del libero pensiero, si
innamorò della sua allieva Eloisa e venne punito dallo zio di lei con l'evirazione.

Poi polemicamente il poeta descrive la vita nel chiuso del convento dove i monaci sono attratti in
maniera peccaminosa dalla cultura classica, leggendo Virgilio, Orazio e gli elegiaci. Qui è Satana
ad essere simbolo di questa cultura, in quanto espressione di valori come la bellezza, l'amore e i
piaceri della vita.

Con il passare dei secoli, soprattutto a partire dal 1300 Carducci mostra però come l'ascesi, la
rinuncia, il dogmatismo non abbiano vinto del tutto: lo provano i roghi di Wicleff e di Huss, di
Arnaldo da Brescia e di Savonarola, tutti monaci riformatori bruciati come eretici. A queste figure
si associa quella di Lutero, l'iniziatore della riforma protestante, poi scomunicato dalla Chiesa di
Roma.

Nel finale dell'inno, Satana viene identificato con il progresso della scienza, forza "vindice"
della ragione e del progresso che anche nel presente ha vinto ogni forma di oscurantismo e di
dogmatismo del cristianesimo. L'immagine più evidente del progresso è la macchina a vapore, la
locomotiva, "un bello e orribile mostro" (vv 169-170).

Le idee che il Carducci esprime nell'inno, così rivoluzionarie, e forti, erano comuni a buona parte
dell'opinione pubblica del tempo, decisamente anticlericale, laica e vicina all'ottimismo della
filosofia positivista.

È altrettanto significativo come Carducci sviluppi una materia così nuova e rivoluzionaria in forme
però classicheggianti: tutta la poesia è ricca di termini aulici, di riferimenti dotti, di
latinismi.

A mio giudizio la sezione della poesia più ricca di preziosità e di erudizione è quella in cui
Carducci fa sfoggio delle sue conoscenze mitologiche, cioè i versi dal 65 all'84, dove racconta il
mito dell'amore tra Venere e Adone ed i luoghi dove le divinità venivano venerate.

Per quanto riguarda invece i latinismi possiamo portare come esempio il "brando", ovvero la spada,
al verso 27, "l'alma Cipride", verso 75, che ci ricorda l'Alma Venus del proemio del Rerum Novarum
di Lucrezio, cioè la Venere datrice di vita, oppure anche la natura "egra" del verso 104.

Egra deriva dall'aggettivo latino aeger, che significa malato, debole. Troviamo anche pugna (v 157),
vindice (vendicatrice, da "vindix").



Una valutazione del Carducci anticlericale, sostenitore della modernità e democratico, compare in un
giudizio di Natalino Sapegno in "Ritratto di Manzoni e altri saggi". Egli sostiene che con la
raccolta Giambi ed Epodi e in particolare con l'Inno a Satana esplode l'autentica "scapigliatura
carducciana"; il poeta, servendosi del linguaggio della satira, per tradizione genere minore e meno
obbligato ad uno stile rigoroso ed ad una lingua illustre, dà voce ai valori della libertà, della
giustizia, della solidarietà umana, in una parola agli ideali giacobini, che aveva fatto propri dopo
la lettura di autori d'oltralpe come Michelet, Proudhon e Hugo.

Secondo Sapegno le novità di questa raccolta sono due: da un lato "la maggior concretezza, il
rilievo, la compattezza nuova della sua poesia", cioè il fatto che rappresenti in maniera plastica
ed oggettiva il reale ed il quotidiano, dall'altro "la novità del linguaggio, che a tutta prima
salta agli occhi: la sua energia scattante, le sue impennate prepotenti, quel suo modo di
confessarsi nei momenti lirici di ripiegamento e di rimpianti, il verso andare che schiaffeggia gli
idoli di un mondo falso".

Proprio queste due novità nella sua produzione lirica portano il critico a concludere che Carducci
senza ombra di dubbio debba essere annoverato fra gli esponenti della letteratura post-romantica,
infatti dice Sapegno che questi "erano gli anni in cui anch'egli imprecava contro il gusto borghese,
contro i pregiudizi e le paure dei moderati, e guardava con terrore al pericolo di diventare il
poeta laureato dell'opinione pubblica".

Sapegno conclude che nonostante questa sia la stagione lirica del Carducci più attiva e vitale, essa
presenti però dei limiti: quegli ideali rivoluzionari e giacobini che era andato esprimendo
restavano ideali astratti, un po' vuoti, immagini eloquenti e retoriche espressi in un linguaggio
aulico e solenne fino a sfiorare il ridicolo. La causa di questi limiti è da ricercare in concreto
nella sua formazione culturale esclusivamente letteraria e accademica, sprovvista di salde basi
dottrinali.

Nonostante il giudizio del Sapegno sul fatto che le idee di modernità del Carducci poggino solo su
basi libresche, quello che colpisce in questo poeta è il fatto che seppe cogliere l'importanza che
la macchina "avrebbe di lì a poco ricoperto nelle trasformazioni rapidissime della società e del
costume".

La macchina in Carducci incarna la modernità, in maniera plastica, oggettiva e concreta com'è
caratteristica della sua poesia. È significativo che negli stessi anni in cui Carducci canta la
modernità della Chiesa con Pio IX, nel 1864 con "Il Sillabo", un elenco degli "errori del secolo"
liberali ed illuministici, condanni le generazioni della civiltà moderna.

Andrea Pirovano