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Catechesi a scuola: no a Berlinguer

Il pezzo è di qualche anno fa ed è pubblicato anche nell'archivio dell'UAAR (qui)

  di Calogero 

La sortita anticlericale del ministro Luigi Berlinguer mi lascia basito. Per citare la cossuttiana Rosanna Moroni, egli ha detto finalmente «una cosa di sinistra»! La Scuola Italiana che lui rappresenta, però, è un ente essenzialmente moralistico, e certamente non gli perdonerà una tale traditrice iniziativa, soprattutto dopo l’ampio possibilismo espresso sulla parità scolastica. La sua ferma posizione contro la catechesi a scuola ha suscitato il solito permaloso dibattito. Eppure, in tale dibattito mi pare di aver scrutato dei passaggi stuzzicanti su cui desidero qui ragionare.

La preminenza del Cattolicesimo

La Nota del Ministero della Pubblica Istruzione, immediatamente successiva all’exploit di Berlinguer del 13 agosto, ha tentato di riparare al «danno». Ciononostante non s’è voluta sottrarre a riaffermare una posizione del ministro, a parer mio, ancora più d’attacco che non le sue esternazioni: il principio della distinzione fra catechesi e cultura. Siamo molto lontani da ciò che ha detto uno scandalizzato Antonio Tajani (Forza Italia) quando ha chiamato cultura «preminente» in Italia quella cattolica, soprattutto alla luce di tanti coordinati fenomeni: il 9,7 per cento degli studenti che non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, la penuria delle vocazioni, lo spopolamento delle chiese, la ricorsa del papa all’espediente della «santificazione di massa», lo svuotamento della religiosità in funzione del sano pragmatismo dei nostri giorni, o il suo depauperamento nei mille rivoli della superstizione. Tutto questo getta ombre di consistente dubbio sulla «preminenza» del cattolicesimo in Italia. Mi limiterei al più alla sua consistenza numerica, per il momento sicura. Ma in quanto a qualità... Inoltre, ricordiamoci sempre che le percentuali statistiche dei sondaggi derivano da ciò che la gente dice, non da ciò che la gente pensa.

Cristianesimo radice italiana

Bisognerebbe rintuzzare a Stefano Versari (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) che la tradizione cattolica fa parte delle nostre radici, sì, ma sono radici di cui faremmo volentieri a meno giacché sono quelle che affondano nelle Crociate e nello Ior, tanto per citare solo i confini di almeno sette secoli d’ignominia. Se questa è la ragione della permanenza del cattolicesimo in scuola, tanto varrebbe insegnare mafia e brigantaggio, che d’italiano hanno ben più robuste radici.

Scuola

Egidio Caporello (CEI) ha affermato che in classe s’insegna la religione cattolica secondo le finalità delle scuole stesse. Intanto, con insegnanti scelti dalla Curia ma pagati dallo Stato, si vive un paradosso inaccettabile, unico in Europa, dietro al quale è legittimo supporre una strategia pedagogica che in classe può andare ben oltre la catechesi e ben lontano dalle finalità laiche della Scuola. E poi, chi vive in scuola come il sottoscritto, sa bene se l’insegnamento della religione cattolica è svolto o no secondo le finalità delle scuole stesse. La Scuola non può interferire con le scelte religiose, non può permettere il c.d. insegnamento diffuso della religione, né l’utilizzo di spazi scolastici per attività con effetti discriminanti (quali sono gli atti di culto e le visite pastorali - vedi pronunce del TAR Emilia del giugno 1993 e del TAR Veneto del marzo 1995), o eventuali attività tese al convincimento, alla persuasione, alla disinformazione capziosa. Pur tuttavia, di fatto, dietro le porte chiuse delle aule, e spesso anche dietro la porta della presidenza, si commettono azioni religiose di una protervia superlativa: messaggi che colpiscono i ragazzi con la forza del vero e proprio indottrinamento, esplicite «indicazioni» a rispettare il precetto pasquale, agevolazioni sugli orari d’uscita in concomitanza delle festività cristiane, per non parlare di crocifissi, santi e madonne esposti dovunque le norme non prescrivano il contrario. E durante i consigli di classe, quale insegnante di religione discute coi colleghi le proprie linee di programma in accordo con le «finalità generali della scuola»? Nessuno. Anche perché le finalità di una scuola di uno Stato laico non possono contenere le imposizioni, le forzature, le vere e proprie pubblicità che si perpetrano in classe nell’ora di religione. Siamo l’unico paese importante d’Europa ad avere l’ora di religione all’interno dell’orario curricolare scolastico, cosicché togliere l’ora di religione non sarebbe altro che un fatto di civiltà giuridica, un segno della fine della subordinazione nei confronti della Chiesa Cattolica.

La CM 316/87 delega al collegio docenti l’esprimere parere sull’organizzazione dell’orario e dunque sulla collocazione dell’insegnamento della religione cattolica, mentre al preside spetta assicurare la piena osservanza del diritto di scelta espresso dagli studenti. Ma nella realtà, tutti rispondono indignati a una simile questione. E la presidenza si rifugia in una impossibilità tecnica di preparare un orario interno che preveda, per esempio, l’insegnamento della religione cattolica alle ultime ore, così da consentire agli studenti non avvalentesi di poter uscire, invece di costringerli a rimanere in scuola se non addirittura in classe in quell’ora in balia dei cristiani, con buona pace del principio di facoltatività. Le materie alternative? Le sentenze n. 203/89 e 13/91 della Corte Costituzionale precisano che la scelta di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica determina uno «stato di non obbligo» peraltro leso dalle c.d. attività alternative che, come scritto nell’ordinanza 561/93 del TAR Emilia, rappresentano attività né scolastiche, né parascolastiche né intrascolastiche. Basti pensare che i programmi di queste fantomatiche attività non sono né conosciuti né discussi mai coi genitori, che pure ne hanno costituzionale diritto. Col risultato che nell’ora «alternativa» si fa di tutto, specialmente oziare.

Insegnare «le» religioni

Il sistema Scuola va riformato forse partendo proprio dal rovesciamento di certi dogmi consunti e anacronistici, come quello dell’insegnamento della religione a favore (se proprio non si potrà staccare la Scuola dalla spiritualità) di un «insegnamento delle religioni». Ancora Stefano Venari non si è trovato d’accordo. Ovviamente. Ma ha opposto una circostanza assai risibile: non si può insegnare la storia delle altre religioni perché le altre religioni non fanno parte del nostro passato. L’idiozia si commenta da sé, e non voglio infierire. Se lo spessore dei nostri antagonisti è questo, non ce n’è bisogno.

Concludo con una dichiarazione del vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, che ho letto sui giornali. «La catechesi oggi» - ha detto avventatamente il presule - «è una divulgazione scientifica del messaggio cristiano». Chissà se il Maggiolini, con «scientifica» voleva alludere a una diffusione programmata e capillare della catechesi, o piuttosto alla scientificità del messaggio cristiano. La prima mi pare anche grammaticalmente più esatta, ma rinvia a metodi totalitari di cui se fossi in lui non scoperchierei la storia. La seconda è proprio una cantonata, e prego il CICAP eventualmente di redarguirlo.