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Intervista a Chiara Lalli - Libertà procreativa
a cura di Cinzia Colosimo


l'intervista si può leggere anche su
www.liberapisa.it
http://staminali.aduc.it
http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=2279


Chiara Lalli è una giovane ricercatrice. Da oltre due anni si occupa del
problema procreazione: come si presenta oggi la distinzione fra procreazione
naturale e assistita; qual è il ruolo dello Stato, quanto incide il tema
procreazione sulle possibilità della ricerca scientifica.
L'abbiamo incontrata a Pisa, durante la presentazione del suo libro
"Libertà Procreativa" (Liguori, 2004), un'occasione per discutere
sull'attualissimo problema del referendum in Italia, e gli scenari poco
felici che si prospettano.

D Innanzitutto, perché la fecondazione assistita scuote ancora così tanto
le coscienze? Qual è il problema di fondo che la società non riesce a
superare?
R Perché denuda l'intimità della procreazione; perché soppianta il
mistero e offre la possibilità alle persone di compiere una scelta
consapevole riguardo alla riproduzione che finora manteneva un aspetto
animalesco e deresponsabilizzante. Perché rompe un assetto secolare di
rapporti e di relazioni e costringe ognuno di noi a rivisitare il
significato profondo dell'essere genitore e dell'essere figlio. E anche
perché si presenta come una possibilità di ribellarsi alla natura (o alla
volontà divina) che tanto somiglia alla tracotanza umana. La società
impiega molto piu' tempo per abituarsi alle possibilità che la scienza
conquista in fretta. Io credo che la curiosità dovrebbe soppiantare la
paura verso l'ignoto; questo non significa accettare passivamente le
possibilità tecniche, ma soltanto valutarne lucidamente l'ammissibilità
morale e i vantaggi.

D Una delle tesi principali sostenute nel suo libro è quella secondo la
quale a livello giuridico non dovrebbero sussistere differenze fra la
procreazione "naturale" e quella assistita. Se la legge non entra nella
sfera personale della scelta di procreare, non lo deve fare nemmeno se
questa scelta necessita del supporto della medicina. Che tipo di cambiamento
comporta questo nella coscienza civile?
R Comporta un cambiamento di atteggiamento verso quello che si definisce
'artificialÈ. Spesso infatti si identifica il naturale con ciò che è
moralmente buono, e l'artificiale con ciò che è moralmente condannabile.
Basta pensare che la medicina è innaturale, mentre è la polmonite ad
essere naturale, per accorgerci dell'erroneità della identificazione
artificiale-cattivo: siamo tutti d'accordo nel considerare moralmente buona
la medicina (artificiale) contro la polmonite (naturale). La valutazione di
un artificio deve avvenire sulla base delle conseguenze del suo uso. Non è
superfluo aggiungere che distinguere l'artificiale dal naturale non è così
agevole come potrebbe sembrare (un frullato è naturale oppure
artificiale?), e implica una riflessione attenta e rifiuta le assimilazioni
affrettate. Piu' in generale, credo che il cambiamento risieda
principalmente nella volontà di ragionare bene, senza concedersi a stanchi
luoghi comuni.

D Lei dice: l'embrione è vita, ma lo è nel suo fondamento, perché prima
ancora è ovulo e spermatozoo, e anch'essi singolarmente sono vita. Ciò non
significa però che l'embrione sia una persona.
Implicitamente il suo discorso sposta il focus del problema non alla
centralità dell'embrione, ma al ruolo fondamentale della donna. Come se tra
due "entità" umane viventi si prediligesse quella già dotata di
"autonomia", e quindi, personalità. Questo mira alla dignità dell'uomo?
R Mira a distinguere i concetti in ballo: che cosa significa essere una
persona? Quali sono i requisiti perché un essere umano sia anche una
persona? Se è indubbio che l'embrione e la donna siano esseri umani (ovvero
appartengono alla stessa specie, che è quella umana), sono entrambi
persone? In cosa differiscono?
Autonomia e personalità si attribuiscono alle persone; e potremmo
aggiungere il possesso di stati mentali e la capacità di apprezzare la
propria esistenza. Un essere umano che goda di questi requisiti è anche una
persona. Il concepito non possiede nessuna di queste proprietà; è per
questo motivo che non può essere considerato equivalente ad una persona, e
non può di conseguenza godere della stessa inviolabilità che attribuiamo
alle persone -potremmo dire, della stessa dignità. Considerare il concepito
come una persona è un assurdità filosofica e giuridica.

D Nel suo lavoro lei analizza il testo della legge 40, licenziata dal Senato
nel dicembre 2003, e alcune delle contraddizioni evidenti che questa
presenta. Una delle più eclatanti riguarda la definizione di persona e
l'attribuzione di diritti al concepito. In questo senso quale deve essere il
ruolo dello Stato?
R Credo che uno Stato che voglia ancora definirsi laico e liberale dovrebbe
usare una mano leggera, e non il bastone autoritario della coercizione
legale. Nè tantomeno imporre una certa visione del mondo, o della famiglia
o dell'amore. La libertà individuale è un bene inviolabile e prezioso, la
cui limitazione richiede valide ragioni: il divieto è l'eccezione e non la
regola. La limitazione della libertà individuale è legittima soltanto in
presenza di un danno o del ragionevole rischio di un danno per qualcuno. Lo
statuto morale dell'embrione è tanto controverso da richiedere estrema
cautela da parte dello Stato. In altre parole, lo Stato non può entrare
nella discussione morale della definizione di persona imponendo una tesi a
scapito di altre. Definendo il concepito una persona, invece, fa proprio
questo: impone una tesi (una visione del mondo), peraltro poco convincente.

D La legge 40 vieta, fra le altre cose, l'utilizzo degli embrioni
soprannumerari a scopi di ricerca. Lei crede che questo divieto rispecchi la
volontà civile?
R Credo che siano molte le persone a non condividere l'assolutezza del
divieto di sperimentare sugli embrioni soprannumerari; soprattutto perché,
non bisogna dimenticarlo, gli embrioni soprannumerari hanno come unica
alternativa quella di essere eliminati, di andare incontro alla distruzione.
In queste circostanze, diventa immorale e ingiustificabile il divieto
imposto alla ricerca scientifica.
Fonte: Aduc (18/03/2005)

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Chiara Lalli, Libertà procreativa
http://www.internetbookshop.it/rev/revpge.asp?ISBN=8820737299&act=rea

Le tecniche di procreazione assistita sollevano dilemmi morali che la
riproduzione naturale ignorava. Se è ammessa la libertà di procreare, deve
essere ammessa anche la libertà di ricorrere alla procreazione artificiale?
Alla riproduzione artificiale può essere attribuita la stessa inviolabilità
che caratterizza la riproduzione naturale?

La possibilità di decidere se, come e quando avere un figlio non dovrebbe
essere limitata se non di fronte a gravi motivazioni, e l'onere di
dimostrare la fondatezza di una simile limitazione pesa su coloro che
desiderano vietare. La libertà procreativa è espressione di quel bene
inviolabile che è la libertà individuale, e non c'è alcuna differenza
moralmente rilevante tra i casi in cui il godimento di tale libertà richiede
l'intervento di tecniche biomediche e gli altri casi. La recente legge
italiana sulla procreazione medicalmente assistita restringe fortemente
l'insieme delle persone che possono farvi ricorso, e pone in essere una
situazione in cui la libertà procreativa artificiale è limitata, quasi
cancellata, senza che esistano valide ragioni.

Indice:
- Prefazione di John Harris
- Introduzione
- Capitolo primo: Libertà e coercizione legale
Limiti della coercizione legale; Presunzione a favore della libertà; Il
principio del danno; Paternalismo legale; Moralismo legale; Il caso
esemplare della fecondazione eterologa; Il principio di precauzione:
ipocrisia e inutilità
- Capitolo secondo: I diritti del concepito
Il problema della definizione di 'persona'; Tooley: sull'attribuzione di un
serio diritto alla vita all'embrione; Regina McKnight; Unborn Victims of
Violence Act; La difesa del feto è solo un pretesto: Motherhood Protection
Act of 2001; La Regione Lazio definisce il concepito titolare di diritti;
Diritti in conflitto.
- Capitolo terzo: Libertà procreativa
Libertà procreativa; Due tipi di libertà; La libertà di procreare; Lo
screening prenatale dei genitori; I sommersi e i salvati.
- Capitolo quarto: Contraddizioni e divieti
Obbligo di impianto; Misure di tutela dell'embrione; Manipolazione genetica
migliorativa e diagnosi preimpianto; Clonazione riproduttiva e terapeutica;
Crioconservazione e soppressione degli embrioni.
- Capitolo quinto: Le storie
Baby M e la maternità surrogata; Davis vs Davis: gli embrioni congelati;
1978: Louise Brown; Pippin; Anissa e Merissa Ayala.
- Capitolo sesto: Analisi del dibattito sulla procreazione assistita
Per un pugno di embrioni; La (presunta) vita infelice dei figli artificiali;
Il caso Bilotta: i gemelli nati da una madre surrogata; Giocare a fare Dio;
Il lattaio come metafora del donatore estraneo alla coppia.
- Appendice


Introduzione

Per secoli la riproduzione umana e i rapporti sessuali sono stati saldamente
uniti. Ogni concepimento era condizionato dalla consumazione di un rapporto
sessuale tra un uomo e una donna, e ogni rapporto sessuale implicava
misteriosamente il rischio di una gravidanza. La comprensione del processo
riproduttivo costituisce il primo passo di una trasformazione che diventa
tumultuosa quando dalla conoscenza si passa alla possibilità di intervenire
su un avvenimento fino a quel momento completamente naturale . La prima
rivoluzione avviene con i metodi anticoncezionali: diventa possibile il
sesso senza procreazione. La seconda rivoluzione avviene con le tecniche di
procreazione assistita: diventa possibile la procreazione senza sesso.
Le tecnologie riproduttive rimediano alla sterilità, arginano il rischio di
trasmissione di malattie genetiche al nascituro, cancellano la casualità
della riproduzione e si impongono come mezzi per compiere una scelta
procreativa. La trasformazione della procreazione da naturale ad artificiale
muta i concetti di famiglia, di parentela e solleva numerose questioni
morali che la riproduzione umana tradizionale ignorava. L'originario e
monolitico percorso si divide e pone gli individui di fronte a numerosi
bivi. La natura compatta della procreazione si frammenta in dilemmi morali
complessi e delicati.
La libertà procreativa è ampiamente ammessa quando si tratta di procreazione
naturale. Il mio intento è di dimostrare che non ci sono ragionevoli
argomenti per considerare diversamente la procreazione artificiale. Le
decisioni procreative, anche se realizzate con il ricorso a tecniche di
procreazione assistita, devono essere lasciate ai singoli individui. La loro
limitazione deve richiedere forti giustificazioni, perché ogni divieto o
interferenza intacca gravemente la libertà. Voglio sostenere che la libertà
procreativa è un bene inviolabile in quanto espressione della libertà
individuale; e che a suo favore esiste una presunzione che costringe
all'onere della prova coloro che vogliono limitarla o cancellarla.
La domanda cruciale potrebbe essere formulata nel modo seguente: il
tradizionale rispetto per la libertà procreativa naturale può essere esteso
alla libertà di accedere alle tecnologie riproduttive, ovvero alla libertà
procreativa artificiale? Intendo sostenere una risposta affermativa a questa
domanda.

La risposta della legge italiana è solo parzialmente positiva. Nel febbraio
2004 il Senato della Repubblica approva la legge n. 40, "norme in materia di
procreazione medicalmente assistita": l'accesso alle tecniche procreative è
consentito alle coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi,
in età potenzialmente fertile, entrambi viventi, previo accertamento di
sterilità. La legge, è evidente, impone numerose restrizioni legali alla
libertà procreativa; tuttavia non offre quelle forti giustificazioni che le
renderebbero legittime. La legge rispecchia le credenze morali che sono
maggiormente diffuse e che sono al momento politicamente più forti. Secondo
queste credenze molte azioni sono immorali. Il giudizio di immoralità è
senza dubbio controverso e discutibile, e soprattutto in una concezione
liberale dello Stato il giudizio morale è affidato ai singoli individui; di
conseguenza è ammessa una ampia eterogeneità. Questo implica che giudicare
una azione come immorale non può essere una condizione sufficiente per
vietarla ricorrendo alla coercizione legale. Per dichiarare illegale una
azione devono intervenire altri requisiti.
L'analisi della legge sulla procreazione medicalmente assistita mi offre il
pretesto per discutere alcuni nodi concettuali che sono necessariamente
implicati: lo statuto dell'embrione, il concetto di persona, i limiti della
coercizione legale, la libertà individuale, la libertà procreativa.
La legge sulla procreazione medicalmente assistita è una legge pesante: i
divieti sono numerosi e piuttosto che regolamentare l'accesso alle tecniche
di procreazione assistita la legge si incarica di negare immotivatamente
questo accesso a molte categorie di individui. Questi confini appaiono
ingiustificati se la procreazione assistita viene equiparata a una terapia:
quale sarebbe la ragione per escludere qualcuno in base, ad esempio, allo
stato di famiglia o alle preferenze sessuali? Se anche non si vuole
equiparare la procreazione assistita a una terapia, questi confini imposti
alla libera scelta individuale appaiono comunque infondati: per sostenerli
non viene addotta nessuna argomentazione che possa essere valida in una
democrazia liberale.
La legge sulla procreazione medicalmente assistita spinge l'intervento dello
Stato oltre i limiti disegnati dalla libertà individuale, e cancella la
libertà di scegliere se, come e quando avere un figlio nel caso in cui tale
scelta possa essere soddisfatta solo ricorrendo alla procreazione assistita.
Una legge ambigua, che criminalizza la fecondazione eterologa ma non si
pronuncia sull'eventuale punibilità per coloro che aggirerebbero tale
divieto recandosi all'estero. Una coppia potrebbe recarsi nella cattolica
Spagna, dove la fecondazione eterologa è permessa, e tornare in Italia in
attesa di un figlio. Questa coppia si macchierebbe di un reato? Cosa ne
sarebbe di coloro i quali non possono permettersi di andare in Spagna e che
potrebbero avere un figlio soltanto ricorrendo alla fecondazione eterologa?
È una legge che riconosce la sterilità come una malattia e dunque considera
il rimedio (la procreazione assistita) come un carico che lo Stato deve
accollarsi; nonostante questa premessa eroga fondi ridicolmente inadeguati,
aprendo così la strada alla bieca discriminazione economica. La libertà di
avere un figlio è subordinata alla condizione economica degli individui.
È una legge, infine, confusa e inconcludente dal punto di vista
terminologico, e profondamente disomogenea nello stabilire le sanzioni per
le violazioni dei divieti.
Affermare che tale legge viola la libertà individuale implica una certa
posizione riguardo al fondamento legittimo della coercizione legale e, in
secondo luogo, una presa di posizione precisa nei riguardi dell'argomento
più controverso: lo statuto giuridico dell'embrione (o del concepito, come
recita la legge).
Vietare un'azione, in una democrazia liberale, richiede la dimostrazione che
quell'azione violerebbe i diritti di qualcuno e gli procurerebbe un danno.
Non è sufficiente che un individuo (ma anche la maggior parte, oppure tutti)
ritenga quell'azione immorale, contraria alle proprie idee, alla propria
religione o al proprio senso del pudore. Gli omicidi sono vietati perché
violano i diritti delle eventuali vittime (il diritto alla vita in primo
luogo) e procurano loro un danno (la morte), ma i tradimenti amorosi non
sono vietati dalla legge (sebbene ci sia un danno per chi è tradito, e molti
li ritengano immorali) perché non esiste nessuna conseguente violazione di
un diritto (il diritto di non essere traditi dal proprio amante). In
presenza di una sola delle due condizioni ( o la violazione di un diritto o
la presenza di un danno) una azione non dovrebbe essere penalmente
sanzionabile.

L'unico motivo per cui la legge sulla procreazione assistita potrebbe
contenere tanti divieti (fecondazione eterologa, accesso alle tecniche per
le donne single, sperimentazione sugli embrioni) dovrebbe dunque essere la
constatazione di una possibile violazione di un diritto di qualcuno e della
presenza di un danno a qualcuno. Ma chi sarebbe il detentore di diritti, e
chi potrebbe subire un danno? Per rispondere è necessario affrontare la
questione dell'ammissibilità giuridica dell'attribuzione di diritti
all'embrione e del suo statuto morale. Attribuire dei diritti all'embrione
conduce in un terreno scivoloso e delinea un inevitabile conflitto con i
diritti della madre. Prima di attribuire con leggerezza all'embrione quei
diritti di cui godono le persone, nell'incertezza dell'equivalenza tra
embrione e persona, è necessario indagare le possibili conseguenze di tale
attribuzione. Alla questione della titolarità di diritti si lega a doppio
filo la discussione sullo statuto morale dell'embrione: se si può
considerare l'embrione come persona, e quando lo diventa.

La mia indagine gravita essenzialmente intorno a un tipo particolare di
libertà, intesa come quello spazio di scelta personale e individuale su cui
la coercizione statale non può e non deve pronunciarsi, sulle conseguenze
sgradite che la sua violazione comporta e sulla necessità di gravi ragioni
per giustificarne la limitazione.
Ho deciso di tralasciare la discussione relativa al problema del se e con
quale criterio lo Stato avrebbe il dovere di garantire agli individui
l'accesso alle tecniche di procreazione assistita. Ovunque esista un bene il
cui godimento è alla portata di un numero inferiore di individui rispetto a
coloro che desiderano usufruirne, si delinea un dilemma morale di equa
distribuzione delle risorse. In generale la natura della discriminazione può
essere di vari tipi; nel caso della procreazione medicalmente assistita, in
Italia, sembra prendere l'aspetto della discriminazione economica. Solo chi
è in grado di affrontare il costo delle tecniche artificiali può tentare di
rimediare all'impossibilità di avere un figlio per vie naturali.
La condanna o l'ammissibilità di un criterio economico quale spartiacque tra
la possibilità e l'impossibilità di ricorrere alla procreazione assistita
dipende dalla posizione dello Stato sulla procreazione assistita e
sull'eventuale ammissibilità di un diritto di avere un figlio. In altre
parole, accettare o rifiutare il criterio economico comporta un giudizio
sullo statuto della procreazione assistita e sulla natura della procreazione
in generale: procreare è un bene primario che deve essere garantito a tutti,
oppure è un bene superfluo che o si possiede naturalmente o si può ottenere
artificialmente in base al criterio della disponibilità economica?
La procreazione assistita deve essere considerata alla stregua delle cure
sanitarie per le gravi patologie oppure al pari degli interventi di
chirurgia estetica? E ancora, come lo Stato dovrebbe proteggere un eventuale
diritto di avere un figlio, in circostanze artificiali come in circostanze
naturali?
Equiparare la procreazione assistita a quei beni fondamentali di cui ogni
individuo può godere senza discriminazione significa inevitabilmente
condannare duramente il requisito economico. Ammettere un diritto ad avere
un figlio comporta la rimozione di simili impedimenti anche per i
concepimenti naturali (ovvero, la realizzazione di rimedi a quelle
condizioni di indigenza che impediscono o rendono estremamente angoscioso
mettere al mondo un figlio - rimedi ben dissimili dall'assegno di
incoraggiamento previsto dal governo Berlusconi e pari a 1.000 euro). Ho
cercato di rendere ogni capitolo parzialmente autonomo. Spero che qualche
ripetizione causata dal perseguire un simile scopo mi sarà perdonata.