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MIO DIO COME SONO ATEO !
Siamo tutti atei, in effetti: la “presenza” di un dio in
noi non è oggettiva ma soggettiva, siamo noi che pensiamo alla sua
esistenza rinunciando alla verifica: è quella sicumera che si chiama
“fede”. Per cui, la differenza tra l’essere di qualche religione o di
nessuna dipende dal nostro senso di realtà.
Da piccoli, per ovvi motivi, distinguere gli argomenti
concreti da quelli vaghi non è facile e spesso è impossibile. Ed è a
quell’età che compare per la prima volta il mondo ultra terreno; è un
mondo affascinante, pieno di magie e di esseri fantastici, proprio quello
che ci vuole per dissetare la fantasia scatenata di un bambino. Ed ecco
Babbo Natale coi suoi doni che si materializzano dal nulla; oppure la
Befana, più inquietante ma ugualmente dotata della forte attrattiva
dell’« insolito ». Qualcuno di noi ha sperimentato anche l’Orco, che in
sud Italia diventa il Mammone, figura malefica non definita pronta a
ghermire i bambini disobbedienti: mai vista, eppure dalla concretezza così
certa che solo la sua evocazione ci faceva impaurire e tremare (oggi si
direbbe pedofilo, con grave sostituzione del fascino con la fobìa). E alla
fine ecco il Pantheon religioso che, in un’Italia cattolica, diventa lo
sciorinare sequele lunghissime di santi, schiere di angeli e beati
altrettanto nullafacenti ma indiscutibili (una per tutte, l’angelo custode
da opporre al diavoletto tentatore) e, ovviamente, le figure cardine del
cristianesimo: Gesù, la Madonna, in tono minore san Giuseppe, e il Big
One Dio.
Anche questi abitanti del mondo ultra terreno sono tutt’altro
che visibili e concreti; ma la loro fisicità viene costruita metodicamente
attraverso almeno tre strutture, tutte con la funzione basilare di
trasformare l’immaginario in reale: l’autorità, la catechesi, le regole.
Attraverso il “principio di autorità” il genitore, ma anche il maestro, il
prete, la televisione, fa da garante a se stesso e a quello che dice o fa;
tutto diventa più vero e più saggio solo perché lo dice una figura
autoritaria che, rispetto al bambino, è sempre più “grande”, “migliore” e
“indiscutibile”. Per catechesi non s’intendere soltanto l’insegnamento
coatto che si svolge fra le mura di una parrocchia in previsione della
Prima Comunione; catechesi è tutto ciò che trasforma un’opinione religiosa
in verità allo scopo di imporla alla “vittima”. Quindi: abitudini,
comportamenti (farsi la croce, seguire i riti, assecondare le ricorrenze),
pensiero magico (credere che l’esistenza sia governata da forze
magiche/sacre) e imposizione di dogmi, asserzioni aprioristiche che è
vietato confutare. Infine, le regole: un glossario teoricamente infinito
di indicazioni su come comportarsi, che è il prodotto di accumulo di
esperienze, ma altrettanto spesso è il pretesto per governare chi si
presume non sappia governarsi da sé. Difatti, la regola è sempre
l’emanazione di un’autorità “superiore” in quanto potente; dietro la
regola c’è sempre qualcuno o qualcosa che ne giustifica la necessità: dai
Codici di legge a Dio. In tal senso, le regole sono indubbiamente utili a
chi non sa o non vuole ragionare, vale a dire i non-autonomi, giacché si
sostituisce allo sforzo di analizzare e risolvere l’evento; in tal modo,
tutto diventa più semplice, basta solo applicare pedissequamente
l’indicazione regolante. Il bambino prima, e l’adulto non autonomo poi,
non sa cosa fare a un incrocio stradale e ha bisogno del semaforo. E
troverà istantaneamente chi glielo istallerà. Similmente, non sapendo (per
ignoranza o apatia) spiegarsi le caratteristiche dell’universo e della
realtà, egli trova più semplice e immediato adottare delle regole che
sostituiscano l’analisi in modo semplicistico ma immensamente più
immediato. Invece di studiare e capire argomenti astrusi come la fisica
quantistica e la Teoria della probabilità, qualunque prete o pio genitore
diventa in grado di darci risposte comprensibili e secche anche se
razionalmente fragili. E allora, l’universo non è il prodotto di
meccanismi fisici complicati ma solo il prodotto della volontà di un dio;
l’esistenza umana non è il risultato dell’adattamento evoluzionistico ma
la parentela di due progenitori creati da quel dio; le stesse regole,
soprattutto quelle attinenti la moralità e l’etica, non sono legate ai
capricci della storia e della cultura dominante, ma sono l’emanazione
assolutistica della divina volontà. Ovviamente, è molto più grave
contravvenire alla volontà di un dio che non a quella di un essere umano;
per cui è convenuto saldare le due derivazioni e dare al popolo bisognoso
varie “Tavole della legge”: prima quelle del Mosé, e via via molte altre
sotto le mentite spoglie di Codici, di Regolamenti, di Leggi dello stato.
In un siffatto scenario, si capisce benissimo quale sia la
“pericolosità” del razionalismo e dell’ateismo in particolare. Emergendo
dalle nebbie appiccicose delle credenze e delle scaramanzie surreali
dell’infanzia, l’ateo razionalista “caccia la testa fuori” ed evolve, si
affranca da quei catenacci fino ad accorgersi di quanto invece è terso il
cielo della conoscenza e del realismo. E’ un’infanzia cronologica e
culturale quella da cui egli deve evolvere. I mostri, le fate e le magie
vanno bene a soddisfare le curiosità quando non si sa far di meglio; ma
quando si comprende che per sapere non c’è bisogno di inventare bensì di
studiare e di erodere le credenze con la sapienza, allora possiamo esser
certi di stare uscendo dall’infanzia per entrare nella maturità.
Non è certo un caso se la chiesa cattolica ha sempre
bocciato e osteggiato il sapere, cercando di sostituirlo con la
rivelazione: una pattuglia di selezionatissimi uomini si è proposta e
imposta come depositaria della volontà divina; i profeti, i sacerdoti e il
papa hanno egemonizzato il supposto bisogno del divino incaricandosi di
mediarlo. Ma non certo gratis ! Anzi, procedendo per truffe culturali e
invenzioni storiche, hanno costruito il regno dei cieli coi riconoscibili
pezzi del regno degl’uomini. Ed ecco che il dio ha assunto la funzione di
giudice in grado di emettere sentenze. Ma una differenza proporzionale
doveva pur mantenersi, e allora le sue sentenze sono eterne e feroci, la
galera umana diventa l’inferno ultramondano, la pena finita in terra
diventa eterna in cielo. E’ un dio stranamente simile all’uomo e, come
lui, schizofrenico: ora umorale e vendicativo nel Vecchio Testamento, or’altra
compassionevole e perdonista nei Vangeli. Il suo modo di ragionare è come
quello di un padre-padrone culturalmente e mentalmente arretrato, che
capisce solo le banali dinamiche del sistema premio-punizione. La sua vita
e il suo mondo sembrano la vita e il mondo di un’umanità piuttosto grezza,
amplificati ed esasperati: di qua la polizia di là gli angeli, di qua i
tribunali di là il giudizio monocratico, di qua cittadini onesti e
delinquenti di là santi e diavoli, di qua uffici e impiegati di là gironi
e comparti in cui vivono e lavorano le mille e riconoscibilissime
proiezioni celesti di noi stessi e dei nostri limiti.
Non si può non essere atei. Non si tratta di scegliere
un’idea al posto di un’altra, giacché l’idea religiosa sull’esistenza di
un mondo divino non ha, e non può avere, la medesima dignità della
filosofia atea. La posizione teista non merita lo stesso rispetto di
quella ateista giacché si fonda sull’inganno all’Umanità. La posizione
teista persegue e prosegue ottusamente nella sua immaginaria verità, e ciò
causa danni non più quantificabili alla evoluzione e al bene degl’Uomini.
Cosicché rispettarla equivarrebbe a rendersi complice di una vessazione
contro l’umanità.
L’assunto dell’esistenza di Dio è il nocciolo della
questione da cui possiamo far derivare tutto il resto; e per resto intendo
il meccanismo della credenza, la burocratizzazione a mezzo Chiesa e tutto
l’indotto storico e favolistico dei vari personaggi che arricchiscono il
teatrino religioso. Essere ateo non significa solo non credere in Dio,
sarebbe banale e riduttivo. Essere ateo non significa neppure essere
mancante di qualcosa (la “a” deprivativa lo suggerisce depistando)
rispetto a chi quel qualcosa ce l’ha. Essere ateo è il punto di arrivo di
una ricerca profonda e meticolosa, anzi forse neppure un punto di arrivo
ma senz’altro una stazione importante giunti alla quale l’universo e
l’esistenza, svuotatisi dell’ingombro divino, riassumono l’enorme
significato naturale e sostanziale che hanno sempre rivendicato. Dio non
si può sostituire ai meccanismi, quelli sì affascinanti, dell’esistenza di
tutte le cose; e man mano che la scienza ci spiega questi meccanismi,
l’irrazionalità religiosa non può far altro che arretrare; e con essa
tutto l’incredibile castello di fantasmi che l’ha resa così diffusa e
“rispettabile”. Ma non c’è neppure il bisogno di aspettare che questa
ricerca sia conclusa (magari con la prova inconfutabile della non
esistenza di una divinità) per dichiararsi ateo; Dio non è altro che
un’invenzione della fantasia che soddisfa con metodi illusori una vaga e
primitiva necessità di tipo psicologico. Decaduta questa fragile
necessità, si diventa atei automaticamente. Più presto usciamo dalla
“fanciullezza” più presto entriamo nella dimensione matura dell’esistenza.
Crescendo, rinunciamo a Babbo Natale e nessuno si scandalizza; perché
rinunciare a un dio dovrebbe essere diverso? Dio è un’idea di cui possiamo
fare senz’altro a meno; e se non ce ne siamo accorti significa che
qualcuno s’è preso la briga di condizionarci per bene. E semplice: Dio non
c’è. Crederci senza vederlo, senza sentirlo, senza registrarne gli effetti
su una qualsiasi delle mille faccende umane e naturali, significa
scegliere consapevolmente di rinunciare a pensare.
La morale, il bene, la felicità non provengono certo da un
dio! Sono prerogative esistenziali così traballanti e insicure che nessun
dio avrebbe potuto concepirle e regalarcele così. Un dio che dà alle
proprio creazioni la possibilità di scegliere fra bene e male non compie
un atto di amore ma ammette la propria miopia e la propria citrullaggine.
Nessun padre, amorevole o meno che fosse, farebbe così coi propri bambini,
li lascerebbe in balìa di se stessi perché “li ama” e perché tale immenso
amore gli impone di concedere loro il libero arbitrio. I bambini (e non
c’è più bambino di un’umanità di fronte al suo onnipotente padre) hanno
viceversa bisogno di guida, di assistenza, di insegnamenti, di qualcuno
che si sostituisca alla loro naturale e incolpevole impotenza. Perché Dio,
che è saggio per definizione, queste cose non le sa?
Un dio, se ci fosse, sarebbe presente e garante di tutta
l’esistenza. Invece, il dio che mi hanno ammannito s’è “offeso” al momento
della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso e ha giurato di non farsi
vedere mai più dalle sue creazioni. Ma quale dio più ottusamente
irascibile poteva partorire la fantasia degli apologeti! E com’è
visibilmente sciocco questo tentativo di congegnare una spiegazione pur di
non far crollare tutto il castello. Sciocco e offensivo del nostro
intelletto e del nostro diritto a conoscere la verità.
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| 2 Commenti: |
| Grande Calogero! R. |
| Commento inserito da Rosalbas il 30/04/2006 16:04 |
| Come scrisse Federico, è "un'indelicatezza verso
noi pensatori". Mi è piaciuto questo articolo, e stimo il prof. Martorana per la sua attività divulgativa. Purtroppo però i fedeli più convinti, di fronte a tali discorsi, non si smuovono, tanto è radicata in loro la "fede". È un po' come tutti i bisogni artificiali che ci creiamo e che poi troviamo indispensabili. Gran parte della teconologia che ci circonda, per esempio, è molto utile per rendere meno faticose certe attività e più immediate altre, ma potremmo vivere anche senza. Solo che, quando va via la luce, siamo come persi. Se a me si rompe il computer per diversi istanti svalvolo totalmente. La "fede" è la stessa cosa. Elemento più che altro superfluo, per molti è diventato in bisogno ultranecessario e, di fronte a fatti che la mettano in discussione, si arriva persino a negare l'evidenza o almeno il buon senso, in suo nome, in sostanza per mantenere questo bisogno indotto. Comunque io accetto che qualcuno, nel suo intimo, senta il bisogno o abbia piacere di pensare a un "dio" o comunque a un trascendente. Accetto e rispetto questa posizione, pur non seguendola. Però c'è un abisso tra questa concezione e le "rivelazioni", con tutto ciò che ne segue. |
| Commento inserito da Bradipo Accidioso il 01/05/2006 22:05 |