LE COSE SPORCHE
Non c'è bisogno di essere
atei per dire che la religione cattolica ha una fobica chiusura verso il sesso:
ci sono evidenze storiche e teologiche molto precise per dimostrarlo senza
possibilità di confutazione: a partire dalle idee dei cosiddetti "
padri
della Chiesa" fino alle esternazioni antisessuali continue e ossessive di papi e
cardinali odierni... Ciononostante, i popoli
allevati sotto il cattolicesimo non conoscono e, quindi, non sempre addebitano
le origini delle proprie sessuofobie alla religione che professano. Il credente
standard ha questa sorta di imprinting del ripudio sessuale: da bambino non può
farci niente, da grande si sente
rassicurato dal fatto che le sue fobie le condividano molti altri e continua a
non volerci fare niente. E così, l'approccio "cattivo" al sesso diventa normale
nonostante il fardello delle paure e dei tabù. Anzi, proprio attraverso quei
tabù il sesso diventa un potente discriminante. La componente carnale è
rifiutata, decade, si abbruttisce allo scopo di far elevare la (fortemente
presunta) purezza spirituale dell'amore in modo da creare un sillogismo
antagonista: da un lato sesso-diavolo-male, dall'altro amore-dio-bene. Semplice,
silente e tremendo, come tutte le cose della religione.
Non v'è dubbio che la principale ragione teologica dello sfacelo risieda nella
leggenda per antonomasia: il peccato originale di Adamo ed Eva. Se queste due
tristi invenzioni non avessero disubbidito mangiando il frutto che gli era stato
proibito da Dio in persona, gli esseri umani seguenti avrebbero procreato,
secondo il Cristianesimo, in una “santa gioia” di sesso fatto di spirito, cosa
che avrebbe permesso di usare gli organi riproduttivi senza la cosiddetta
"concupiscenza", peccato carnale intrinseco nel piacere sessuale.
Considerando
scemo il popolo a cui si rivolge e, per questo, felice ogni volta che lo si può
tenere nell'ignoranza più oscurantista, la Chiesa in tema di avversione sessuale
apporta delle argomentazioni che fanno allibire chiunque ragioni poco poco con
la propria testa. La leggenda fonte della morale cristiana, infatti, dice che
Adamo ed Eva, presi da vergogna subito dopo aver compiuto la disubbidienza,
nascosero i genitali con una foglia di fico. Questa sarebbe la prova che il
cedere alle tentazioni della carne è motivo di riprovazione da parte di Dio.
Vale la pena di soffermarvisi un attimo.
Intanto, perché mai sarebbe nato improvvisamente un atteggiamento di vergogna
che, evidentemente, prima della disubbidienza i due progenitori non potevano
avere? L'unica spiegazione è ancora una volta la volontà del loro dio, che
inventa ipso facto la vergogna e, con essa, il mai sperimentato atto della
"punizione". Un dio accogliente e materno diventa di punto in bianco l'artefice
unico e convinto di quella dannazione umana che è la punizione: quale atto
poteva essere così decisivo nelle (umanissime) reazioni divine? Nessuno: una
divinità, sovrumana per definizione, non può possedere attributi umani: non
rabbia, non sete di vendetta, non permalosità. E invece, il dio dell'Eden,
facendo finta di sorprendersi per un'azione che poté ben pronosticare, punisce
ferocemente la disubbidienza.
Ma
questa è un'assai stramba decisione, va detto; che fra l'altro non chiarisce
l'importante punto oscuro di quale mai possa essere il rapporto fra
disubbidienza e vergogna sessuale. Non si conosce un solo altro caso nella
storia dell'Umanità in cui un ladro, un truffatore o un mendace, una volta
scoperto, per vergogna si precipiti a nascondere le proprie nudità... Perché,
dunque, Adamo ed Eva reagiscono con un improvviso e mai sperimentato pudore
sessuale a un'accusa di tutt'altra pertinenza che non il sesso? D'altro canto,
perché il loro dio sanziona un reato patrimoniale (il furto e la distruzione di
una mela) con una pena in ambito sessuale? In certe benché troglodite
legislazioni, al ladro viene tagliata la mano. Mica il pisello (che per
congruenza verrà semmai interdetto agli stupratori). Capiremmo meglio la
reazione isterica se il "peccato" adamitico fosse stato, chessò, una
fornicazione, una masturbazione, un rapporto sadomaso o "contronatura". Ma forse
neppure così avremmo potuto condividere l'intervento divino, visto che fino a
quel momento l'Eden era, come da copione, giustappunto un luogo di assoluta
innocenza: quale concupiscenza poteva vedere Dio nel morso di un frutto? O forse
la sua immane dote di preveggente lo aveva portato per un attimo fino ai tempi
nostri sul set di certe trasmissioni televisive nottambule?...
È evidente che è stata la Chiesa a costruire, assieme a molto altro, la
faccenda del sesso "cosa sporca". Ebbene quella mela, si sa, fu il simbolo della
conoscenza: il dio dell'imbecille coppia volle negargli la sapienza, non già il
furto o la mostra delle prubenda. Cosicché "cosa sporca" deve intendersi
piuttosto "mente funzionante", ragionamento critico, pensiero libero e scelte
libere. Il peccato originale, quand'anche si dovesse porre solo come metafora
morale (come pare sia oggi anche per la teologia predominante in Italia), non
sposta di un solo millimetro il bersaglio che la Chiesa cattolica continua a
ravvisare, e vale a dire la demonizzazione del sesso a vantaggio di una presunta
preminenza dell'amore spirituale di origine e di approvazione divina. O, ed è lo
stesso, il divieto della conoscenza, che va sacrificata sempre e comunque
all'abbandono fideistico. Non per niente "non bisogna conoscere il sesso" è un
precetto molto in voga tra genitori ed educatori oscurantisti: un doppio divieto
per impedire all'unisono la conoscenza e la sessualità. E per de
monizzare
la seconda in funzione della prima: le prostitute sono orrende perché conoscono
troppo bene il sesso e perché trasmettono questa loro conoscenza (oltre a
probabili malattie veneree). I prostitui maschi non vengono considerati perché
nei primi secoli cristiani furono invisibili al moralismo ecclesiale. Ma sarebbe
stato interessante capirne cosa avrebbe fatto di loro la nascenda morale
misogena. Il sesso non bisogna conoscerlo, bisogna subirlo - com'è noto - a solo
scopo riproduttivo e mai assaporandone la natura erotica ("Non si commette
peccato se i coniugi compiono l’atto sessuale senza provare piacere" c'è scritto
nella Casistica vetero-testamentaria: tale è, nell'ambito della teologia morale,
ciò che indaga sul significato di comandamenti, precetti e norme, per pervenire
ad una riflessione circa la loro praticabilità in una concreta situazione
storica.). E ancora oggi la censura sessuale predilige le forme della "scoperta"
che implica la "presa in fallo", vale a dire un meccanismo in cui si esige
annettere alla conoscenza un disvalore massimo: così accade quando la mamma
scopre il figlio a masturbarsi nel cesso (mamma viene cioè informata
perentoriamente della conoscenza che il figlio ha del sesso), o quando il
poliziotto tende una trappola su Internet allo scopo di annichilire coloro che
stanno assumendo una conoscenza su temi sessuali vietati alla conoscenza come
la pedofilia. Il punto focale di tutto è quell'antica mela, che racchiude in sé
il fascino e la dannazione della conoscenza libera da ogni legame. Quasi come se
un aumento della conoscenza implicasse un deterioramento della sua qualità. O si
pensa o si crede, propone Schopenhauer in un suo testo: insegnamento primario
dell'esclusione del pensiero nella credenza. Ma che conduce direttamente a
riconoscere il conflitto che la conoscenza induce alla credenza.
Quella
mela autonoma fino all'anarchia e, quindi, pericolosa, è diventata la sintesi
stessa del pensiero censorio; che dagli interessi del culto è facilmente e
felicemente traslato a quelli della società civile diventando prima regola e poi
legge. Ciò ha trasformato lo Stato laico in uno Stato etico pur senza
l'ingombrante esigenza di una religione di stato.
Il motivo, il perché, di questo atteggiamento non è di semplice dipanazione. Sin
dagli inizi della sua fondazione, la Chiesa concesse ai suoi seguaci il permesso
di sposarsi soltanto quando, in seguito alla mancata realizzazione di una
profezia che dava per imminente la fine del mondo, fu costretta a riconoscere
che il divieto alla copula avrebbe portato all’estinzione della specie.
Tuttavia, se da un lato fu costretta da un paradosso a riconoscere
l’indispensabilità della fecondazione, la Chiesa volle qualcosa in cambio e si
auto-aggiudicò il ruolo di moralizzatrice unica. Partì autorizzando i matrimoni
dietro la condizione che i coniugi si attenessero nella maniera più scrupolosa
alle leggi della sua morale; e man mano si allargò come una metastasi nelle
sfere di competenza anche più lontane da sé.
Il prodotto immediato di cotanta secolare affezione per il monopolio della
morale fu l'esilio perpetuo del sesso nella sfera del peccato, dell'abominio e
del proibito. I clericali hanno sempre vissuto il dramma esistenziale dello
scontro interno fra la propria pulsione sessuale, in quanto uomini, e il mandato
purificatore che si sono auto-accreditati in quanto rappresentanti di un
consorzio di divinità asessuate. La costruzione dell'immaginario gotha religioso
in cui si rifugiano non permette nessuno spazio alle pulsioni, men che meno a
quelle sessuali. Soprattutto per questi motivi esistono, per esempio, le
penitenze e l'istituto della confessione. Tutti i mistici, i santi e, in tono
minore e spesso solo di facciata, preti e monache, fanno a gara per sfoggiare la
propria fatica eroica nel tenere lontano da sé ogni motivo di tentazione
carnale. James Leuba, specializzato in psicologia religiosa (autore di uno
stimolante studio statistico in cui si profila la preponderanza atea fra gli
scienziati americani d'inizio secolo: "The Belief in God and Immortality: A
Psychological, Anthropological and Statistical Study", Sherman, French & Co.,
Boston, 1916), accusa la Chiesa di essere una costruttrice di pazzi quando
afferma: «Gli orgasmi che i santi raggiungono negli accoppiamenti con le
divinità, essendo soltanto immaginari, lasciano i soggetti in un perenne stato
di insoddisfazione sessuale che è all’origine di quei deliri nevrotici che
vengono chiamati estasi».
Il desiderio sessuale, nonostante la sua innocente naturalità, viene addebitato
a una Natura sporca, riottosa agli insegnamenti del Creatore, figlia diretta
dell'Antagonista. Non a caso il diavolo, immagine speculare del dio, ha le sue
stesse caratteristiche ma di segno opposto: quindi diventa logico che a un dio
puro e immacolato, come l'hanno voluto i suoi creatori, debba corrispondere un
anti-dio sporco e contaminato. L'operazione è squisitamente psicologica, prima
ancora che teologica. È la struttura psicologica "contaminata" dal dualismo
culturale che fa collegare l' «alto» al sublime e il «basso» al meschino;
associamo d'istinto il bianco al Bene e il nero al Male; e ci viene semplice
percorrere sillogismi fino alla "carne-debole" che deve soccombere allo
"spirito-vincitore". La Chiesa s'è soltanto impadronita di questi meccanismi
atavici, e continua impunita a spacciarli come di sua competenza e
giurisdizione.
Paul Caufeynon (pseudonimo di Jean Fauconney, psicoterapeuta autore di "La
follia erotica", ed. Cidel Roma) afferma che la non soddisfazione dei bisogni
sessuali è una delle cause più potenti a generare l’isterismo. La condizione
innaturale di tenere una classe sacerdotale formalmente lontana dal piacere
carnale la "costringe" a permanere nelle nebbie del pensiero censorio e nella
logica dei contrappassi più terribili. Poco male, se la follia lucida di questo
stato innaturale rimanesse nell'alveo della Chiesa e dei conventi. Purtroppo, la
situazione è ben diversa. Quella medesima classe sacerdotale, così costipata
nella propria drammatizzazione sessuofobica, si erge a magistero e vuole
convincere il mondo che Dio stesso ha voluto che il sesso sia sporco e
riprovevole se tenuto fuori dai propri dogmi ! L'operazione disinformativa ha un
carattere universale ed è per questo molto, ma molto nociva. Al di là che non si
capisce quali interessi avrebbe avuto un dio a spulciare nel nostro modo di
esercitare la normale e naturale sessualità, si capisce invece benissimo che la
classe clericale nutre verso il sesso un enorme conflitto e che cerca di ridurlo
condividendolo col mondo intero. Il loro astio per il sesso è uscito da
parrochie e conventi, è stato sparato fuori da colonnati e sedi papali, ed ha
invaso irrimediabilmente la cultura civile e la storia delle nazioni. Regolette,
usi, costumi e perfino leggi crepuscolari e inique, hanno posto al centro la
dannazione sessuale e l'hanno trasformata, a seconda dei tempi e delle
possibilità contingenti, in caccia alle streghe, in intolleranza e in
persecuzioni giudiziarie. E così il sesso è diventato la "cosa sporca" per
eccellenza.
Da giovani, non pochi di noi faticano a uscire dalla negligente e profonda
convinzione che "quella cosa là" è proibita, da nascondere, zozza, malevola. Ai
giovani non c'è proibizione storicamente radicata e più... proibita che il sesso
(ovviamente, ho presente la situazione italiana e, precipuamente, dell'Italia
provinciale e benpensante). Le mamme e i
papà
parlano ai loro figli non dei pericoli di andare in bicicletta, dei danni delle
credenze magiche o dei modelli assurdi che propone la tv; ai loro figlioli, le
mamme e i papà proibiscono sempre, soprattutto e assolutamente di frequentare il
sesso. In tutte le sue forme: dalla masturbazione agli innocenti giochi, dagli
incontrollabili turbamenti ormonali alla consapevolezza delle scelte. Anzi, è
divenuto gradito costume sociale articolare scalette di concessioni e
proibizioni perfino fra adulti consenzienti, iniziando forse dagl'anni
dell'Aids. In quel periodo (per l'Italia, siamo alla fine degli anni Novanta) la
Chiesa cattolica ardì avocare a sé la gestione di quel tremendo problema
sanitario facendo credere di possederne la soluzione: la castità. Ancora una
volta, nient'affatto sazio di averlo fatto per secoli, il cattolicesimo nutriva
demoni e agitava inferni pur di imporre le proprie assurde ipotesi teiste e
pseudoredentive.
Potrei portare molti ulteriori esempi del "blocco" che il moralismo cattolico
appone alla libera sessualità, prendendoli dalla letteratura psicanalitica o
dalla cronaca. Tuttavia preferisco ridurre questa fatica a un unico elemento
personale. Una mia cara amica, madre di D., ha cresciuto la figlia fra mille
accortenze soprattutto di ordine sessuale. Come molti genitori, è sempre stata
affascinata dalla prevenzione più semplice e immediata: la proibizione, e così
ha cercato di proteggere la figlia blindandola, anche a costo della stabilità
emotiva di entrambe. Risultato: ad appena 14 anni, D. si è concessa al suo primo
amore, gettando nel senso del fallimento più profondo sia sua madre sia suo
padre. Cosa è accaduto? È accaduto un fatto molto semplice: il castello di
cognizioni culturali sulla sessualità umana di quella mia amica non ha retto
all'impatto della naturalità. Sua figlia, pur rimanendo nella sfera
gravitazionale della famiglia e senza attuare colpi di testa eclatanti, ha
reagito al peso del proibizionismo nella maniera più ovvia ed efficace:
trasgredendo. L'ha fatto in modo silente, diciamo pure di nascosto, ma non per
perfidia bensì perché quello era l'unico modo possibile viste le condizioni di
partenza. Le sarà stato faticoso, impegnativo; avrà esatto programmazione,
intelligenza, soluzione di mille problemi logistici e psicologici... E
ciononostante era una trasgressione impellente, necessaria, che andava fatta.
Quali insegnamenti (conclusivi) potremo trarre da ciò?
La conclusione più irrimediabile è anche la più scomoda: non c'è,
oggettivamente, un solo argomento valido che dimostri la dannosità del sesso
quando questo è usato con consapevole libertà. Non c'è ragione, insomma, che
giustifichi le proibizioni, i limiti, le cautele e gli scrupoli se non quelli, è
ovvio, della violenza e del danno fisico e psicologico. Anzi, probabilmente
siamo di fronte a una ipotesi terribile, che però va spiegata con estrema
circospezione. Facciamo ancora un esempio: il ragazzino che si masturba di
nascosto chiuso in gabinetto. Chiedendo a noi stessi perché in modalità "di
nascosto", abbiamo già risposto a parte del problema: quel ragazzino era già
preda del "peccato" ancor prima di entrare in quel luogo. Il suo masturbarsi è
un atto molto complesso, articolato, che vede la contemporanea partecipazione
emotiva di tensioni fra loro confliggenti: senz'altro il piacere carnale e il
gusto della trasgressione, ma pure i sensi di colpa e l'umiliazione "culturale"
per star attuando un comportamento fortemente riprovato, moralmente proibito ed
eticamente insufficiente. E allora, cosa procura il vero danno a quel ragazzino:
la masturbazione in sé o piuttosto l'idea invereconda di "cosa sporca" con la
quale gliel'hanno fatta percepire?
L'ovvia deduzione è che bisogna essere piuttosto cauti nell'usare le
proibizioni, giacché il danno spesso consiste proprio nella proibizione in sé.
Io, come molti, ho giocato "al dottore" da ragazzino; ma probabilmente c'ho
giocato con un enorme groppo in gola, nel terrore che mi scoprissero e nella
convinzione fortemente inibitoria di offendere qualche santo, la Madonna o Dio
medesimo. Oggi
dubito che per quelle azioni, e per le successive ancor più dannanti, io m'abbia
prenotato l'Inferno. Ma se la società in cui esercitavo cotanto gaudente
apprendistato medico fosse stata meno inibita dal Vaticano e dalle sue divinità
fustiganti, avrei forse sentito meno il dolore e la colpa, e quell'attività non
m'avrebbe fatto alcun danno psicologico.
Oggi, mi viene da chiedere se tutta questa paccottiglia di aggressioni
sessuofobe che alcuni improbabili psicologi televisivi attuano con sadica
consapevolezza, non sia la vera radice delle paure che si diffondono
inopinatamente. Vogliono una società che cammini con la testa girata per
guardarsi dagli stupratori; vogliono una società che si nutra di terrore sessuofobo e aspiri a una
impossibile castità; vogliono una società di gente
asessuata e timorata; vogliono una società con un dio in ogni letto. Vogliono
una società con un controllore dietro ognuno di noi. E l'hanno
avuta.
Calogero 060107
visite Che ne
pensi?