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L'invasione degli ultra corpi

SIMBOLI RELIGIOSI A SCUOLA

Sto scrivendo un testo, provvisoriamente intitolato "Libro bianco sulle presenza dei crocifissi in scuola" in cui mi allargo alla presenza di tutti i simboli nei luoghi pubblici.

Qui propongo la prefazione, provvisoria come il testo, che inserirò quando pronto. Calogero

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Prefazione

La presenza dei crocifissi e di tutti i simboli religiosi nei luoghi pubblici, quindi pure nelle scuole pubbliche, è il prodotto di un pregiudizio basato su alcuni argomenti:

 

1)     L’ignorare, in buonafede o in malafede, i vari aspetti della questione,

2)     Il nutrire un preconcetto circa cos’è « normale » e cosa non lo è,

3)     Il sentirsi appartenenti di una comunità maggioritaria e socialmente apprezzata, quindi forte e intoccabile, a cui tutto si deve.

 

Per il primo punto, non c’è altra risorsa che informarsi con atteggiamento sereno e disponibile. Il fatto che l’affaire « crocifissi » sia venuto alla luce solo di recente implica una comprensibile poca conoscenza dei suoi molti e complessi aspetti, che non sono riconducibili al mero ateismo. Ma questo non deve autorizzare a schivare il problema, a ignorarlo o, peggio, a criminalizzarlo. Spesso, l’ignoranza si manifesta come diffidenza, soprattutto su un tema così delicato e capace di colpire l’intimità spirituale di ognuno. Ma bisogna pur fare uno sforzo, bisogna esercitare l’onestà intellettuale, evitando nel contempo astî pregiudiziali e prese di posizione ideologizzate.

 

Secondo punto: associare la « normalità » al credere in un dio è un evidente errore: in realtà, l’Uomo è un connubio tale di caratteristiche che ridurne la definizione al suo (spesso neppure prevalente) denotato religioso è, oltre che scorretto, pure ingenuo. La cosiddetta « normalità » non è una condizione costante e facilmente descrivibile. In Italia, è invalsa la sicurezza, che spesso è sicumera, che la fede di tutti, o quasi, è quella cattolica. Da cui, chi è cattolico è automaticamente normale. E gli altri, pochi, brutti, sporchi e cattivi… Tuttavia, oggi non è più così, né in senso formale (come per chi si dichiara cattolico ma non adempie a tutti precetti del suo credo) né in senso sostanziale (la non più prevalente incidenza statistica del cattolicesimo rispetto ad altre religioni e all’ateismo). Quindi, di fronte a un processo inarrestabile di secolarizzazione e di mutamenti sociali, piaccia o meno, bisogna riflettere piuttosto che andare all’arrembaggio di pericoli eretici inesistenti.

 

Infine, questa “forza” della maggioranza, talvolta evidente altre volte sottaciuta, non è accettabile quando vuole imporre la propria idea. E allora la minoranza, quella non cattolica, viene sopportata o disprezzata ed emarginata. Uno Stato civile non agevola gare al più forte e a chi ha più combattenti. Non è mica questo il punto! Nel caso della presenza dei simboli religiosi negli spazi pubblici, il problema è l’estraneità e l’autonomia dello Stato rispetto alle credenze religiose; e, così come alle Chiese non viene imposto di esporre il quadro del presidente della repubblica, una pagina della Costituzione oppure, per esempio, la bandiera ai lati dell’altare, allo stesso modo allo Stato, nelle forme dei propri uffici e luoghi pubblici, non deve essere imposto il crocifisso, il santino o altra immagine “sacra”. Questo paradosso è evidente in tutta la sua univocità, eppure sussiste e resiste anche grazie alla distorta idea di “diritti della maggioranza” che molti hanno e che troppi tollerano.  

Oltretutto, gli italiani cattolici sono un sottoinsieme degli italiani, non viceversa. La Chiesa è la casa di qualcuno, non di tutti come un qualsiasi luogo dello Stato. Al limite, sarebbe più normale vedere la bandiera tricolore in una chiesa italiana che non il crocifisso in un municipio, perché in ogni
caso, quella chiesa è territorio italiano, ma il municipio non è territorio della Chiesa. Ad ogni modo, unicuique suum, non prevalebunt (« a ciascuno il suo: non prevarranno »; ciascuno di noi verrà giudicato secondo la sua vita e nessuno potrà prevaricare).

 

La presenza del crocifisso nella Scuola pubblica è il pomo della discordia, ma non è l’unico elemento di sofferenza della laicità (che non è “laicismo”).

È comprensibile che anche in scuola ognuno dei lavoratori cerca di ricrearsi un proprio angolo, e lì vuole rivedere le cose a cui è abituato nel privato: una certa disposizione degli oggetti sulla scrivania, la foto del parente che ama, il ciondolo portafortuna, nonché, fatalmente, l’icona religiosa di riferimento: Cristo in croce, padre Pio, la tal Madonna, ecc.

Comprensibile, umano, forse pure normale. Tutto. Ma non legittimo. Il posto di lavoro, l’ufficio in cui consumare le ore, la scrivania a cui si è assegnati, l’aula in cui si va ad insegnare, il laboratorio che si frequenta… sono gli spazi di tutti, sono spazi che non è possibile « possedere » privatamente. Cosa direbbero questi lavoratori del settore pubblico se, ricevendo a casa propria qualcuno, questi spostasse i loro quadri, ridipingesse le pareti o vi appendesse ogni sorta di monile estraneo al gusto e alle idee del padrone di casa?

La Scuola pubblica è la « casa » di cui siamo ospiti e non proprietari. La sensazione di appartenenza è giustificata dal passarci molte ore e molti anni, ma rimane un’illusione. Nessun pezzo d’intonaco, nessuna suppellettile, neppure l’aria che vi circola appartiene a qualcuno: giacché la Scuola pubblica, come tutti gli spazi pubblici, è per definizione di tutti.

Questa “casa di tutti” non ha e non può avere colore politico, non ha e non può avere preferenze culturali, etniche, antropologiche, sociologiche… e non ha né può avere definizioni religiose; lo Stato è distinto dalla Chiesa, ciascuno libero nel proprio ambito. Così hanno voluto i nostri costituzionalisti italiani, così vuole la civiltà occidentale secolarizzata.

Lo Stato etico è un’altra cosa (vedi l’Iran), in cui c’è una religione di Stato (come era quella cattolica in Italia fino al Concordato Casaroli / Craxi) a cui si riferisce strettamente la vita civile.

Ma l’Italia è laica. Confondere e mischiare il sacro al laico nella speranza di trarne un composto che vada bene per tutti, è solo un’operazione antistorica di aggressività culturale.

 

I crocifissi e tutte le altre icone religiose, hanno già i loro spazi assegnati: e sono le chiese e i luoghi privati dei fedeli. Lì stanno benissimo e hanno il diritto di rimanerci. Nessuno obietta, nessuno si oppone.

Ma perché mai si vogliono “esportare” i simboli del cattolicesimo anche negli spazi che sono di tutti? Perché mai un musulmano, uno scintoista o un ateo, deve ritrovarsi i propri spazi pubblici “marcati” coi segni di una credenza che non gli appartiene e che non lo rappresenta?

 

Nelle pagine che seguono, si dà sostanza a queste riflessioni; che sono molto meno peregrine e faziose di come i detrattori della laicità pensano. Anzi, in particolare nella Scuola, trovano anche un forte substrato giurisprudenziale che è in larga parte misconosciuto, minimizzato, ignorato.

 

Il punto di vista della disamina è quello degli atei, ma solo perché è stata un’organizzazione di atei e di agnostici, la UAAR- Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti-, a sollevare il problema della lotta, per molti versi acerrima e infida, che la Chiesa cattolica ha pensato di muovere contro la laicità e, palesemente, contro tutti coloro che si oppongono a quella visione del vivere comune.

 

Per qualcuno, queste pagine potranno essere meritevoli di essere messe “all’indice”, come purtroppo davvero la Chiesa fece e pure con qualche paradosso: il Concilio di Tolosa del 1229, d'accordo con papa Gregorio IX, decretò nel canone 14 la proibizione per i laici di possedere copia della Bibbia. Nel 1234 il Concilio di Tarragona ordinò che tutte le versioni della Bibbia nelle lingue parlate venissero, entro 8 giorni, consegnate ai vescovi per essere bruciate.

Per altri, potrebbero invece essere uno spunto di riflessione; che, in una Scuola pubblica, non è mai bastante.

Buona lettura.