A dio !!!
LA NON ESISTENZA DI DIO
Dio non è evidente,
è solo una delle mille divinità immaginate nella storia umana,
è ingiusto e fallace proprio come l'Uomo che l'ha inventato,
non è necessario. Insomma, non può esistere neppure volendo
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«Affirmanti incumbit probatio»: già i latini sostenevano che «la prova tocca a chi afferma». L’onere della prova è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l’esistenza di una o più divinità, e tocca quindi a lui dimostrarla. Il non credente afferma che esiste l’universo, il credente afferma che esiste l’universo e, in aggiunta, Dio. Bene, spiegare il perché di quell’aggiunta è suo compito. Un paragone può essere fatto con le cause in tribunale: se io accuso qualcuno di aver compiuto un delitto, sono io che devo portare le prove a sostegno di questa accusa, altrimenti sarò a mia volta denunciato per diffamazione; se valesse il contrario, tutti accuserebbero tutti e impererebbe il caos.
Del resto, se l’onere della prova non fosse a carico degli affermanti, costoro dovrebbero parimenti essere capaci di dimostrare anche l’inesistenza di tutti gli esseri immaginari concepiti dalla mente umana (dall’unicorno ai vampiri a Nonna Papera), e la falsità di tutte le pretese più fantasiose degli stessi esseri umani (da chi sostiene che gli asini volano a chi nega che sia mai avvenuto l’allunaggio).
Il credente deve anche spiegare quale particolare concetto di Dio sostiene, perché esistono decine di migliaia di concetti di divinità. Non solo non esiste il tempo materiale per confutarli tutti, ma lo stesso credente dovrebbe, per coerenza, a sua volta confutarli tutti tranne il suo.
È quindi interesse dei credenti farsi carico dell’onere della prova. Talvolta rispondono che l’incapacità di dimostrare che qualcosa non esiste non significa necessariamente che non esiste. Vero. Ma vale anche il contrario: se i credenti sono incapaci di dimostrare che un dio esiste, potrebbe voler dire che probabilmente non esiste.
Infine: se non esistono prove possono comunque esserci pesanti indizi. Se apro il frigo e non vi trovo alcuna giraffa, senz’altro non ho alcuna prova che una giraffa non sia mai entrata nel frigo, ma ho sufficienti evidenze (le dimensioni della giraffa rapportate al frigo, l’assenza di impronte lasciate dalla giraffa) che mi portano a considerare valida tale tesi.
L’ateismo nasce, si può dire costitutivamente (la –a privativa del nome),
come confutazione delle pretese dei credenti che Dio esista: benché, per essere
atei, sia più che sufficiente non essere persuasi dell’esistenza di Dio. Si è
quindi caratterizzato a lungo per dare una fondamentale importanza alla parte
critica, piuttosto che alla formulazione di argomenti “positivi” in favore della
miscredenza.
Così facendo, gli atei ritengono che l’assenza di evidenze a favore
dell’esistenza di Dio prodotte dai non credenti, sia già un argomento
sufficiente per negare le divinità (così come, per gli agnostici, è già un
argomento sufficiente per non esprimersi affatto sulla questione). Come ha
sostenuto Cristopher Hitchens, «ciò che può essere asserito senza prove
concrete può essere anche rifiutato senza prove concrete». Se bisogna
rinunciare alla ragione per credere in Dio, allora si può credere qualunque
cosa.
È una posizione simile a quella della scienza, secondo la quale non bisogna
prendere per veritiere asserzioni completamente prive di evidenze: è
teoricamente possibile, ad esempio, che esistano esseri extraterrestri con una
lunga proboscide fatta a forma di trombetta, ma l’infinitesimale possibilità che
ciò possa essere reale non è una valida ragione per crederla vera.
Molti atei sostengono inoltre che la scienza è competente a intervenire sulle
questioni religiose: se si pretende che la divinità interagisca con la sfera
materiale (ad esempio con i miracoli), allora la scienza ha tutte le credenziali
per studiare la congruità dell’affermazione.
Da un punto di vista logico, si è anche sostenuto
(Alfred Julius Ayer, 1910-1989, filosofo
autore de I fondamenti della conoscenza empirica) che tutte le asserzioni
su Dio sono letteralmente prive di significato, in quanto nulla può valere come
verifica della loro verità o falsità. Non si prova l’esistenza di
qualcuno, ma la si constata.
Sull’argomento dell’assenza di evidenze si è espresso anche il filosofo William James: «Non me la sento di accettare le regole agnostiche per la ricerca della verità o di acconsentire volontariamente a tenere fuori dal gioco la mia natura volitiva. Non lo posso fare per il semplice motivo che una regola di pensiero che mi impedisse assolutamente di riconoscere certi tipi di verità qualora questi tipi di verità esistessero realmente, sarebbe una regola irrazionale».
Il
frate francescano Guglielmo di
Occam (William of Ockam, m. 1350) sostenne che, per spiegare una qualunque
cosa, non bisogna aggiungere, quando non servono, elementi ulteriori che si
rivelano inutili (Pluralitas non est ponenda sine necessitate).
Tale teoria, nota come Rasoio di Occam, è stata in seguito utilizzata per
mettere in discussione la stessa esistenza di Dio, poiché semplifica
l’affermazione «Dio, che è sempre esistito, ha creato l’universo» in
«l’universo è sempre esistito».
Dio si rivela pertanto un ente inutile: la sua inesistenza non pregiudica
affatto il funzionamento dell’universo, che si può spiegare molto meglio
evitando di ricorrere a un’entità sovrannaturale. Il mondo è autosufficiente.
Molte persone non credono. Non è ‘colpa’ loro: alcune di esse vorrebbero
sinceramente poter credere.
Non può dunque esistere una divinità che possa e voglia essere creduta (e magari
adorata) da tutti, e contemporaneamente non sia in grado di dare la fede a
tutti.
Ma i credenti rispondono che Dio vuole mettere alla prova gli esseri umani per vedere chi ha più fede in lui, ed è per questo che ha donato all’uomo il libero arbitrio.
Nel mondo vi sono migliaia di religioni, ognuna delle quali è sorta per precise
ragioni storico-culturali. E milioni di divinità diverse (dal dio antropomorfo a
quello assolutamente astratto) sono state venerate negli ultimi millenni dagli
esseri umani. In nessuna età storica una religione è stata praticata
dalla maggioranza della popolazione mondiale.
Se una religione fosse nel vero, il fatto che non sia diffusa in qualche zona
del Paese destinerebbe intere popolazioni all’inferno: una tesi un poco
razzista.
Inoltre, le religioni si contraddicono l’una con l’altra, e questo diminuisce
ulteriormente la loro attendibilità.
L’esistenza di tante religioni e tante diverse divinità è quindi la
dimostrazione che nessuna di esse ha mai portato prove irrefutabili.
L’argomento è stato formulato da Scott Adams nel libro God’s Debris (Adams
è un autore di fumetti, padre di Dilbert, ma pure un apprezzato filosofo).
Adams sostiene che un essere onnipotente e/o perfetto non avrebbe alcun motivo
di agire, in particolar modo creando l’universo: Dio non proverebbe infatti
alcun desiderio, in quanto il concetto stesso di desiderio è specificatamente
umano. Ma l’universo esiste, e quindi c’è una contraddizione: conseguentemente,
un dio onnipotente non può esistere.
Nella vita di ogni giorno possiamo osservare come spesso il giusto sia punito e l’ingiusto sia premiato. Malfattori che sfuggono alla giustizia, uomini che ricoprono importanti incarichi ben al di là dei propri meriti, poveri nati poveri e impossibilitati ad aspirare ad altro che a una vita da poveri. Come può esistere un Dio (un Dio “giusto”) che tollera simili iniquità?
Dio, se punisse i malvagî con un castigo eterno, commetterebbe un’evidente ingiustizia: una colpa, per quanto grande essa sia, è limitata all’esistenza umana, e non può essere sanzionata con una pena infinita. La sproporzione è evidente.
Chi più, chi meno, ci troviamo tutti a condividere parte della nostra esistenza
con il dolore fisico. Non solo, nel mondo esiste, e spesso predomina, il male.
Perché Dio dovrebbe tollerare la tortura fisica, le indicibili sofferenze di un
malato terminale, la morte di un bambino inerme, Auschwitz, le guerre e le
catastrofi naturali? Sta forse a guardare mentre accadono?
Sono stati gli uomini a dover inventare gli ospedali e i vaccini: laddove non
sono stati costruiti, Dio non interviene a salvare i malati.
La
teodicea è quel ramo della teologia che intende spiegare il senso della
giustizia divina in relazione alla presenza del male nel mondo. Il termine fu
inventato da Leibniz nel 1710.
La risposta, soprattutto cristiana, è che la sofferenza è necessaria per espiare
i proprî peccati e per accedere alla vita eterna.
In un mondo senza sofferenza, non vi sarebbe modo per coloro che hanno
particolari virtù (ad esempio, il coraggio e l’amore verso il prossimo) di
manifestarle. Dio non può prevenire e impedire il male, se non togliendo
all’uomo la sua libertà. Secondo Giuliana di Norwich, una mistica del XIV
secolo, Dio fa ogni cosa per amore.
E anche in questo caso vale l’argomento dell’imperscrutabilità dei disegni
divini.
Questo argomento è un po’ una somma degli argomenti precedenti. I varî attributi
divini (onniscienza, onnipotenza, somma benevolenza) sono vicendevolmente
escludenti. Perché Dio non impedisce che si compia il male?
Se non lo fa perché non può, vuol dire che non è onnipotente. Se non lo fa
perché non vuole, vuol dire che non è sommamente buono. Se non lo fa perché non
sa come farlo, vuol dire che non è onnisciente.
Un’ulteriore contraddizione si rinviene nella teoria del libero arbitrio:
se Dio ha dotato l’uomo di libero arbitrio, ben sapendo che lo avrebbe usato per
fare del male, vuol dire che Dio non è sommamente buono; se non lo poteva
prevedere, vuol dire che non è onnisciente; oppure è perfido, e si prende gioco
sia degli esseri umani che predestina a compiere il male, sia di quelli che
predestina al ruolo di vittime.
Si
rifà sostanzialmente all’argomento dell’imperscrutabilità e ineffabilità di Dio.
Il Catechismo della Chiesa cattolica tratta questo problema come segue
(272-274):
«La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza
del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente e incapace di
impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua
onnipotenza nel volontario abbassamento e nella Risurrezione del Figlio suo, per
mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e
sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini,
e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,24-25). Nella
Risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l’efficacia
della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza
verso di noi credenti” (Ef 1,19-22). Soltanto la fede può aderire alle vie
misteriose dell’onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie
debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo [Cf 2Cor 12,9; Fil 4,13].
Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla
è impossibile a Dio” (Lc 1,37) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose
ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” (Lc 1,49). “La ferma
persuasione dell’onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in
noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione,
conquistata dall’idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a
qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e
meravigliosa o superiore alle leggi e all’ordine della natura. Anzi, quanto più
sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di
dovervi assentire” [Catechismo Romano, 1, 2, 13]».
Recentissimi tentativi di replica sono stati compiuti da filosofi della religione come Alvin Platinga e Richard Swinburne, i cui lavori sono tuttavia ancora semi-sconosciuti in Italia.
(Rubacchiato e adattato dall'Uaar, che comunque non ha certo prodotto informazioni di prima mano...)