Un eptalogo sulle contraddizioni divine
Mio caro Dio
ti chiamo a rispondere sulle cose che hai ispirato e hai prescritto.
1.
Otto comandamenti su dieci si fondano sulla logica del negativo.
Il codice del divieto è presente anche nel precetto che si ascrive a Dio. Il
Signore, nel temere le altre divinità (non avrai altri
dèi), osteggia i concorrenti (non ti
prostrerai a loro) e minaccia gli uomini (un
Dio geloso, che punisce) mostrando implicitamente tutta la sua
debolezza e limitatezza.
Dove non c'è il diniego c'è tuttavia l'intimazione ("onora"
il padre e la madre), cosa ben diversa dalla logica dell'amore.
Ma anche il quarto comandamento ha un risvolto crudele: chi maledice il padre
e la madre sia messo a morte. Dio, in realtà, non si rende conto che la
maleducazione dei figli è il frutto della cattiva educazione dei genitori. Ma
Iddio non vede il punto di fuga per il mutamento [la
pedagogia nei primi sette anni di vita]. E non vedendolo, "comanda e
condanna sul dopo l'accaduto" fino a giustificare il castigo, anche mortale,
come strumento esemplare di correzione per sanare ciò che è già insanabile. Ma
se l'Altissimo ignora la pedagogia è perché il vuoto formativo è prima ancora
nel Suo pensiero.
Dopodiché, non esiste nelle disposizioni testamentarie una scienza della
felicità, le uniche scienze sociali riguardano gli spiriti indemoniati
scacciabili con la preghiera.
Il tempo ha sottratto il primato alla Tavola delle Leggi. La Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani (10 dicembre 1948 -
consultabile qui) è già più
avanzata del Decalogo, perché apre ai diritti anziché ingiungere di "non fare"
ciò che "non va fatto". Più avanzata è addirittura la Carta sui diritti degli
animali (1977 - consultabile qui).
Eppure, una dottrina che pretenda di essere celestiale dovrebbe svelare le
regole della felicità. E invece niente. Niente di niente.
Va detto, comunque, che la visione del "primo Dio" è in contrasto con quella del
"secondo Dio". Che il giudizio umano sia mutabile è più che lecito, ma che il
pensiero dell'Essere divino non sia sempre lo stesso appare incongruente.
Anche le prime leggi di Dio, ricorrendo all'espediente "obbedire a Dio per
ubbidire alle Leggi", hanno consentito alcune evoluzioni. La festività del
sabato, ad esempio, può essere considerata la prima conquista sindacale della
storia con l'artificio del riposo consacrato alle fatiche del Signore, facendo
credere che l'Eterno avesse necessità di riposarsi.
2.
Provate a dire a un mendicante: Beato tu che sei povero!
"Beati voi poveri", recita il Vangelo. In verità, Gesù non riuscì a immaginare
la ricchezza come valore positivo, inconcepibile a quell'epoca anche dal figlio
di Dio.
Oggi, invece, è fin troppo evidente che la felicità può realizzarsi solo in un
quadro di sano benessere che comprende sia i beni materiali che le relazioni
affettive.
Ma sull'onda della sacrale povertà, il punto di vista di Cristo si è spinto
persino a glorificare il "povero di spirito".
In realtà, chi estrinseca una candida e autentica umiltà possiede una "ricchezza
di spirito". L'esatto contrario del concetto di Cristo.
Perché, allora, Cristo ha esaltato "in assoluto" la povertà?
Indubbiamente non c'è un solo fattore, ma tra questi c'è anche la ricompensa del
consenso. La folla che seguiva Cristo era fatta soprattutto di "zoppi, storpi,
ciechi, sordi...". E la folla dei poveri invalidi bisognava pure appagarla, in
qualche modo, con l'elogio dei beati. Anche se poi nessuno dei "venerandi
poveri" ha mosso un dito contro la condanna a morte di Cristo. Anzi. Il dr.
Cristo, agendo esclusivamente nel recinto della povertà, ha finito per svigorire
persino la nobile carità, svalutando il dono amorevole libero dalla catena della
necessità: una delizia d'amore pressoché inconcepibile nella tragedia dell'amore
cristiano fatto di espiazioni e di pene.
3.
Nella scala dell'amore quello di Cristo non è nel gradino più alto.
Egli ha tratto l'ispirazione della sua Teoria dalla logica comportamentale delle
donne. Quell'invito, apparentemente rivoluzionario, a porgere l'altra guancia al
maschio è stato preso pari pari dalla pratica quotidiana delle donne. "Tu stai
zitta!", ed esse si accovacciavano in un remissivo silenzio. Tuttavia, proprio
le donne, nell'assecondare con santa pazienza il marito arrogante, hanno
dimostrato che - pur porgendo l'altra guancia - quel "nemico", benché amato, non
si trasforma in un soggetto amoroso, dopo l'armistizio rispuntano le stesse
contraddizioni di prima.
Di conseguenza, quell'atto di donazione sacrificale, pur auspicando un
incantesimo di tenerezza, non libera i presupposti di un amore autentico.
Gesù, in verità, era convinto che il "volersi bene" potesse nascere in qualsiasi
circostanza. Cosa del tutto plausibile trattandosi di un amore che non
richiedeva contentezza e piacevolezza.
L'amore cristiano, essendo legato al perdono e non alla felicità, non
riesce ad emanare profumi di gioia. La sua funzione lo ha reso un mezzo di
sopportazione della sofferenza: come l'amore della "Madonna Addolorata" o la
pazienza di Giobbe che ha sempre bisogno dello scenario della iniquità o della
tribolazione per santificarsi.
Ciò che manca alla proposta di Gesù, di colui che ha postulato l'amore come
verbo onnipresente, è proprio la forza sublime e seducente del desiderio.
Dentro il tema dell'amore, anche il concetto "ama il prossimo tuo come te
stesso" non è pienamente esatto. Non tutti amano se stessi; anzi, molti si
odiano finendo per odiare anche gli altri. È dunque necessario anzitutto amarsi
per poter amare, per poi spiccare il volo verso il prossimo. Altrimenti, pur
girando l'elica della volontà, l'effetto amore non decolla.
Ciò nondimeno, quando Cristo ha estremizzato la sua proposta - amate i vostri
nemici e pregate per i vostri persecutori - dietro quella frase commovente,
purtroppo, si nasconde un atto improduttivo.
4.
L'amore è il più sublime dei valori umani. Ma Dio, dovendo essere Assoluto,
trascende ogni valore relativo. Finanche il più eccelso dei valori umani.
Quando l'amore raggiunge la sua massima espressione non sboccia la "divina
perfezione", bensì l'armonia delle relazioni umane. Il massimo dell'amore non ha
nulla a che vedere con l'Infinito, poiché il nostro momento "più grandioso" non
sfiora neppure lontanamente l'essenza innaturale dell'Assoluto. Che neanche
"essenza" è. Pur cui, "Dio=amore", pur plasmando un'immagine spettacolare, è
un'eresia teologica.
Di contro, la divinizzazione dell'amore ha reso utopistica la felicità umana
avendo posto l'amore su un punto irraggiungibile [Dio]. Con la conseguenza di
aver cagionato una doppia limitatezza: agli uomini e a Dio.
Ma ora, dopo che per troppi secoli la Teoria dell'amore è rimasta ancorata al
blocco culturale del peccato, è maturo il tempo per concepire la dialettica
dell'amore nella logica dell'amore e quindi del positivo. Un'autentica chimera
per quel mediocre Dio che non scorge o teme il potenziale illimitante della
ragione.
5.
La logica del creato e l'ordine dell'universo non corrispondono alla descrizione
del suo Creatore; neppure la geometria della Terra.
Ma se Dio è verità, perché l'ha deformato la scienza?
E soprattutto, qual era il sottostante disegno di Dio?
In realtà, Dio aveva assoluto bisogno di quella Genesi per accreditarsi come
divinità. Se avesse spiegato la storia dell'universo con l'evoluzione, pur
avocando a sé il punto di partenza, avrebbe perso il titolo di "Creatore del
cielo e della terra". Di conseguenza, avrebbe ottenuto solo qualche "osanna" e
un po' di "venerazione".
La centralità di Dio girava "innanzitutto" sul fulcro del creato, per cui
bisognava costruire una creazione nella quale era necessario un costruttore di
tutto ciò che esiste.
Qui sta il retroscena della cicogna biblica: l'uso politico della
scienza, prima ancora dell'inesattezza scientifica. Il costrutto dell'universo
ad uso e beneficio di Dio per accreditarsi come Dio-Creatore.
Lo stesso discorso vale per l'alleanza tra Dio e il popolo d'Israele, con
Gerusalemme al centro del cosmo biblico. Una rappresentazione anch'essa errata,
ma utile come epicentro teologico per assegnare agli Ebrei un ruolo sacrale ed
eletto.
D'altro canto, era Dio alla ricerca di un popolo che lo potesse adorare, non era
quel popolo alla ricerca di un Dio. E a quel popolo bisognava assegnargli
quantomeno una collocazione e una funzione privilegiata, per poi raccogliere la
dovuta devozione.
Dunque, a prescindere se Dio fosse o non fosse onnisciente, ci troviamo di
fronte a un impianto cosmologico creato a tavolino. Una forzatura tutta politica
nell'alta strategia teologica.
Ma la bugia divina ha conseguito la sua gloria fino a quando la Parola di Dio
era inoppugnabile, fino a quando la scienza era un'opinione. Poi, anche quest'artifizio
si è rivelato effimero.
A Dio, adesso, è rimasto solo un piccolo ruolo: in quel transito dal nulla al
non-nulla.
Tuttavia, un inizio dell'universo senza un iniziante appare ancor più
affascinante anziché la trama del classico iniziatore che deve dar fuoco al
propulsore.
In ogni modo, pur supponendo che Dio sia stato il creatore dell'universo, c'è un
quesito che lo riguarda "ad personam": il punto di rottura tra il nulla e
l'inizio del non-nulla.
Perché Dio ha interrotto l'eterno nulla?
Perché l'immutabile Dio, a un certo punto, ha cambiato idea?
Qualunque sia la risposta si apre un punto finito nell'Infinito, uno strappo di
un prima e un dopo nell'inalterabile Assoluto.
6.
L'anima assomiglia a una semiretta: ha origine da un punto specifico e finito
per poi divenire immortale e infinito.
La filiera dell'anima nasce contestualmente al concepimento nel tempo della
storia. Non preesiste ab æterno, ma diviene eterna con la sua origine.
Dunque, se da un punto spaziale e temporale potesse sorgere un eterno futuro,
anche il concetto di Infinito entrerebbe in crisi. Per almeno due motivi:
l'Infinito perderebbe l'unicità e si aprirebbe una biforcazione tra l'eterno del
"fu" e l'eterno del "sarà". O meglio, ci sarebbero due eternità parallele: la
prima - di Dio - perenne nel passato e nel futuro e la seconda - delle tante
anime - perenni nel futuro post-concepimento. Di sicuro, una ridicola favola che
scardina l'essenza dell'Infinito.
Qual è il motivo di tanta attenzione per l'anima?
Il punto d'attrazione della religione è soprattutto nella speranza di una forma
di sopravvivenza dopo la morte: il Dio dei morti che agisce sulla mente dei
vivi. E pur di assicurarsi il consenso, pur di lusingare la nostra angelica
voglia, l'umana fantasia ha svolazzato oltre l'inventiva di Dio. Nel sacrale
testo, infatti, l'affresco dell'anima è a malapena abbozzato. Tanto che neppure
Dio sapeva cosa fosse.
Eppure, a furia di guardare solo nell'aldilà, l'aldiquà è stato svuotato di
portento. Al punto che la certezza più certa di Dio, ossia la morte, fra meno di
qualche secolo potrà morire. D'altronde, l'orologio del trapasso è stato
costruito dalla natura dopo che le prime forme di animazione si rigeneravano in
un identico replicarsi. Il software della morte è stato un dispositivo per
aprire all'evoluzione. E allora, ciò che è stato impossibile a Dio sarà
possibile agli uomini: sopravanzare l'artificiosa barriera della morte.
7.
Il movente del peccato originale è stato "il voler conoscere". Un desiderio che
non è affatto un peccato. Anzi.
Ma se la morale di Dio è inoppugnabile e la storia del creato è veritiera,
perché Dio ha proibito il sapere?
Il verbo "temere" si ripete spesse volte nella Bibbia giacché Iddio reclamava
una devozione fatta di soggezione. In realtà, era Dio che temeva il sapere degli
uomini avendo costruito l'essenza del divino sull'artifizio del creare.
Cosicché, la non-verità dell'una (la scienza dell'universo) avrebbe tolto il
coperchio anche all'altra (la funzione creatrice di Dio).
In effetti, Iddio aveva dichiarato imperscrutabile ogni verità della natura così
da rendere vano qualsiasi tentativo del conoscere. La scalata alle grandi
spiegazioni avrebbe condotto gli uomini a scoprire i veri segreti della natura,
del tutto discordanti da quelli svelati da Dio. E dalla "natura creata" ai
"misteri del Creatore" il passo è breve.
Dunque, il vero peccato d'origine - quello occulto e primordiale - sta
nell'Essere divino che, per impedire il riscontro sulla "verità", ha rovesciato
la colpa sull'intera umanità con l'inganno di un falso peccato originale. Per
giunta non espiabile.
Ma c'è un'altra incoerenza commessa da Dio: il peccato di due antenati (posto
che il "sapere" sia un peccato) non può ricadere sull'intera specie. Non è
plausibile che uno sbaglio soggettivo diventi collettivo, non è eticamente
accettabile il passaggio della responsabilità da una generazione all'altra. È
una concezione tribale, non dignitosa neanche per un Dio.
Tra l'altro, se ragionassimo per assurdo, supponendo "divinamente corretto" il
principio della colpa discendente - e dunque anche ascendente - questa si
riverserebbe anche sull'artefice delle due prime creature; ossia al Creatore.
Orbene, siamo di fronte a un vero e proprio lapsus freudiano di Dio.
Or dunque, dov'è la magnificenza di questo Dio?
Dov'è la sua natura divina?
Adattato su uno scritto di Alfredo Alì su Utopia