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Dio o dio ?

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Giovanni Nencioni, dell'Accademia della Crusca, fa un'interessante disamina dell'uso delle maiuscole (l'articolo originale è qui http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4093&ctg_id=93).
Fra l'altro, notiamo il passaggio
"Quando una parola o una sequenza di parole indicano non un concetto, ma un individuo, un ente concreto e unico, devono cominciare con la maiuscola. Il problema è allora decidere se ci troviamo in presenza di una entificazione e, nel caso di sequenza, qual è il punto di passaggio dal concetto all'ente; il che dipende, nello scrivente, dalla sua maggiore o minore disposizione, psicologica e linguistica, a entificare".
A mio parere, tale (autorevole, vista la fonte) riflessione pone l'accento (anche) sul rapporto fra un non credente e la percezione della divinità da egli non riconosciuta purtuttavia "presente" nella sua vita; nel senso che fa decidere il non credente a rinunciare alla maiuscola di Dio in quanto non riconducibile al necessario passaggio fra concetto e ente, tantomeno alla nulla predilizione di un non credente a entificare... Insomma, visto che Dio sarebbe il nome proprio di un dio-ente la cui esistenza è tutt'altro che dimostrabile/dimostrata, il passaggio fra il concetto di dio e la sua "personificazione" è inesistente; ragion per cui, possiamo a rigor di sintassi evitare di scrivere Dio limitandoci al dio.
Inoltre, sarebbe - e penso che lo sia - abbastanza paradossale pensare a una divinità "battezzata", che abbia un nome proprio, e che quindi, a rigor di grammatica italiana, per questo esigerebbe la maiuscola. Più comprensibile è la natura di aggettivo della parola dio, per cui anche in questa forma è giustificata la scrittura minuscola.

Infine, faccio notare che l'eventuale nome proprio del dio cristiano, o meglio ebreo, è YAHWEH, nome composto dalle lettere ebraiche yod, he, waw, he. Yahweh è il nome personale e proprio di Dio, utilizzato per la prima volta da solo in Genesi 4:1. L’etimologia di questo nome non è conosciuta, ma gli ebrei associavano la parola con “hayâ che vuol dire “l’essere”  e molti hanno visto in Yhwh "colui che possiede esistenza e vita in se stesso".
Nella magia possedere il nome di una divinità significa poterlo dominare e manipolare a proprio vantaggio, dacché si può capire l'interesse politico dei cristiani a trasformare (usurpandolo) un aggettivo in nome proprio.

Calogero

Luca Serianni e Giovanni Nencioni nel numero 2 della Crusca per voi hanno raccolto alcune riflessioni sul problema dell'uso delle maiuscole. Riportiamo la loro risposta:

"Tranne che per quelli che sono indiscutibili nomi propri (Anna, Buridano, Lettonia) l'uso della maiuscola in italiano offre molte zone d'ombra perché ragioni grammaticali (in particolare il confine non sempre netto tra «nome proprio» e «nome comune») s'intrecciano con ragioni ideologiche più o meno consapevoli. Un «nome comune» come avvocato può essere scritto con la maiuscola in riferimento a un individuo ben determinato («Ah! Ti presento, aspetta, l'Avvocato, un amico / caro di mio marito...» Gozzano; e si pensi all'Avvocato per antonomasia di cui scrivono i giornali, ossia a Gianni Agnelli). Il nome papa, abitualmente con la minuscola, può ricevere la maiuscola in riferimento al pontefice regnante: il Papa, senza altre specificazioni, è Giovanni Paolo II. Ma possono aversi motivazioni diverse: al Papa di un cattolico ovvero di un laico ammiratore dell'istituzione o di quel singolo pontefice può contrapporsi il papa di un agnostico o di un anticlericale.
Nel caso di Stato e di altri omonimi la maiuscola ha valore distintivo: «i dipendenti dello Stato» ma «sono stato dipendente pubblico» (e allo stesso modo: «la Camera dei deputati» / «la camera da letto», «la Borsa di Milano» / «la borsa di Teresa», «la Chiesa cattolica» / «la chiesa di corso Umberto» ecc.). Per i nomi di popoli (o etnici) bisogna distinguere: la minuscola è oggi obbligatoria se si tratta di aggettivi («le strade francesi»), decisamente preferita in riferimento a un singolo individuo («il greco aveva conservato fino allora un silenzio pregnante» P. Levi), mentre si alterna con la maiuscola nel plurale («e sì che i tedeschi non li batte nessuno in nulla» Fenoglio / «i Tedeschi lo avevano preso in seguito alla spiata di un qualche delatore» Morante).
Qualche volta la maiuscola può servire a distinguere un popolo antico dal moderno: «i Romani conquistarono le Gallie» / «i romani sono quasi tre milioni» (e così per i Greci antichi e i greci moderni, per Liguri / liguri, Siculi / siculi ecc.). Di qui l'impressione che la maiuscola per gli etnici sia caratteristica di «alcuni libri di storia»: è un'impressione giusta, perché è per l'appunto nei libri di storia che si parla di popoli antichi e non dei loro corrispondenti moderni." Luca Serianni

"Viene qui a proposito una postilla... È noto che il governo delle maiuscole è variato di tempo in tempo per ragioni di costume, di culto, d'ideologia, di gusto; c'è perfino, nella tradizione degli amanuensi e dei tipografi, un'estetica dei caratteri. Il trionfo delle maiuscole si ebbe in età barocca, al punto che quasi ogni sostantivo ne fu sublimato e una lingua europea, il tedesco, è rimasta fedele a quella sublimazione. L'età moderna tra le molte sue ribellioni ha avuto anche quella contro le maiuscole,giungendo a scrivere con la minuscola le iniziali del periodo e perfino quelle del nome proprio. Di un uso abbastanza costante hanno invece goduto le maiuscole di rispetto, soprattutto nella corrispondenza epistolare e nelle forme sia pronominali che propronominali (Vostra Signoria, Vostra Eccellenza ecc.). Ed è spiegabile che in età o in regimi di autoritarismi e assolutismi l'enfatizzazione dei rapporti di subordinazione abbia contribuito alla maggiorazione delle lettere come delle sostanze.
Il criterio... nelle escursioni dell'uso e della sensibilità sociale... sembra essere quello del «nome proprio». Quando una parola o una sequenza di parole indicano non un concetto, ma un individuo, un ente concreto e unico, devono cominciare con la maiuscola. Il problema è allora decidere se ci troviamo in presenza di una entificazione e, nel caso di sequenza, qual è il punto di passaggio dal concetto all'ente; il che dipende, nello scrivente, dalla sua maggiore o minore disposizione, psicologica e linguistica, a entificare. non è questione di equivoco semantico, sempre ostacolato dal contesto: se, come studioso o docente, scrivo «dell'università di Firenze», a nessuno verrà fatto di intendere che mi riferisco alla cittadinanza fiorentina; e se scrivo «dell'accademia» trattando della Crusca, si capirà facilmente - l'articolo determinativo ne è il segno - che mi riferisco a quella già nominata, non all'accademia in genere, come forma istituzionale. Così facendo, io mi oppongo naturalmente alle entificazioni, alla trasformazione delle sostanze concettuali, in nomi propri; salvo che non mi ci costringa l'isolamento sintattico del cartello epigrafico: «Accademia della Crusca». Per me la Crusca, i Lincei continuano ad appartenere alla vigente categoria delle accademie, come l'università di Pavia a quella delle università, come l'avvocato Tal dei Tali a quella degli avvocati, e l'Italia alla categoria delle nazioni, senza che accademia, università, avvocato, nazione diventino nomi propri, cambiando sostanza e valore, come fanno per istituto i nomi propri; come accade, per fare un esempio famoso, quando si designa (anche da studiosi e critici) con l'iniziale maiuscola quel personaggio che Manzoni si ostina a designare con la minuscola (l'innominato) perché senza nome è e deve restare. Non è infine questione di ortografia; è questione di sentimento della lingua, lecitamente diverso."

Giovanni Nencioni