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DIO NON E', DIO NON C'E'

Questa truce affermazione non sia offensiva per chi crede, non lo vuole essere; d’altra parte l’asserzione che è impossibile che un dio esista non va ridotta a una semplice offesa, pur sapendo che sul tema molti credenti – chissà perché – hanno una permalosità sproporzionata. Questa affermazione merita ben di più. Solo filosofia, dirà qualcuno; no, si tratta di concreta e interessante logica. Applichiamo la logica ogni giorno nei discorsi e nelle cose che facciamo, perché allontanarla da noi parlando di Dio?
Io asserisco che il ragionamento stia all’opposto dell’allucinazione. Chi ragiona non confonde quel che desidera con quello che «è», non è disponibile a credere finché non si accerta oggettivamente della concretezza dell’oggetto della credenza. La base della questione è l’ «essere» nel senso kantiano del temine, ossia tutto ciò che può toccarsi, vedersi, e soprattutto percepirsi. Chi asserisce che qualcosa «è» senza poter essere percepita, asserisce delle allucinazioni.
La «percezione» quindi è la chiave di volta. «Essere» significa ciò che può venir sperimentato attraverso la percezione; non si è se non si viene percepiti; e si percepisce solo attraverso i sensi.
I credenti oppongono la domanda: chi vi autorizza a escludere un Essere di natura diversa, che non ha bisogno di scorrere nel tempo e di occupare uno spazio? Questi credenti non sono soltanto quelli di tipo religioso; io stesso, da ragazzino, forse affascinato da fumetti e film della fantascienza classica, mi attardavo a chiedermi se potessero esistere i «marziani», per poi spingermi molto in là e ipotizzare Esseri tanto alieni da poter essere per noi incomprensibili. Trovavo queste audaci speculazioni fondate e legittime, non capivo perché non le si potesse fare.
Purtroppo è così! Non posso dire che 2x2 è uguale a 5 senza essere un folle; asserire che può esistere un Essere diverso da ciò che noi intendiamo per Essere, è folle; tutti sappiamo di cosa ha bisogno qualcosa affinché «sia», affinché «esista»: un tempo in cui scorrere e uno spazio in cui distendersi. Solo da queste logiche premesse derivano tutti gli altri attributi che rendono esistente qualunque Essere: la forma, la qualità, le caratteristiche, il significato, ecc. Questo è, per noi, un «essere», sia esso una sedia piuttosto che nostro cugino. Asserire che possa esistere un Essere che prescinde da questo che a noi stessi è necessario per concepire l’essere, è quindi pura follia, è allucinazione. Cos’è un «solido»? Ciò che impedisce di passarci dentro; questo è «solido» per noi? No, è «solido» comunque, non solo perché ne abbiamo noi un’opinione.
C’è perfino una questione... grammaticale che conforta questo ragionamento intorno all’»essere». La frase «il corpo è ciò che è esteso nello spazio» è un giudizio analitico, cioè il soggetto (corpo) comprende il predicato (esteso). Se si cancella il predicato, si cancella pure il soggetto. Di conseguenza, ciò che è non-esteso è un non-corpo, non è un corpo di altra specie.
Allo stesso modo, la frase «Essere è ciò che è sensibilmente percepibile» è un giudizio analitico, detta pure definizione nominale. Se si leva il predicato (sensibilmente percepibile) si leva il soggetto (Essere), per cui non si va verso un altro Essere ma verso un non-Essere.
Il concetto di Essere, proprio perché è nostro, si regge solo nella sfera della nostra mente, e al di là di essa non c’è nulla.
L’applicazione di tali ragionamenti alla sfera teologica è immediata.
In passato, nel mondo omerico, Dio fu un essere «possibile», tangibile e visibile. Si appalesava nella vita di tutti i giorni, scendeva ad aiutare i combattenti, soffriva di passioni e dei difetti degli umani, era un dio, insomma, «umano» e quindi percepibile.
Ben presto la filosofia si accorse che quello non era dio, non poteva essere un dio: troppo fragile, troppo fallace, troppo grezzo. E allora lo purificò di tutti gli attributi che gli erano incompatibili: lo rese eterno, immutabile, onnipresente, fuori dallo spazio/tempo. Un’operazione necessaria, se si voleva proiettare Dio talmente fuori dalla sfera umana da renderlo mitologico. Tuttavia, così facendo la filosofia gli tolse i caratteri dell’Essere, che invece si regge sulla visibilità e sulla tangibilità.
E’ l’epoca in cui incombe la teologia negativa, sia cristiana sia vedantina: essa nega a Dio l’Essere, il concetto di «è» non gli si può applicare. Scoto Erigena chiama Dio «stante sopra l’Essere». Agostino stabilisce che nessuna delle categorie di Kant si possono applicare a Dio; ma poi furbamente precisa nel senso di Dio sommo Essere. Tutte parole senza concetti. La teologia negativa non fa che confermare la follia del credere in Dio. Dio infatti è inesistente proprio perché non ha le forme dell’Essere: spazio, tempo e categorie.
Si percepisce forse in altro modo, interiormente a noi? E’ ciò che sostiene chi parla di «esperienza religiosa». Ma è solo un problema di equivocità del linguaggio. Un’ «esperienza» è solo quella che ha spazio, tempo e categorie; senza di questi contenuti, quell’esperienza è una non-esperienza, una fantasticheria. Per dimostrare la realtà obiettiva abbiamo bisogno non solo di intuizioni ma sempre di intuizioni esterne; senza il dato sensibile, rimane solo la costruzione immaginaria, il nulla. La cosiddetta «esperienza religiosa» è esattamente il contrario di un’esperienza; è un fatto psicologico non un fatto cognitivo.
Da trenta secoli si «dimostra» Dio e ciononostante non solo ne sono ancora persuasi in pochi ma questi pochi diminuiscono. Se per trenta secoli si volesse dimostrare il sole, questo fatto significherebbe che il sole esiste o che non esiste? E’ evidente che insistere per questa dimostrazione dimostrerebbe solo che l’esistenza del sole è... dubbia. Se fosse certo, basterebbe indicarlo col dito: il sole è là, lo vedono tutti, tutti ne sentono il calore. A noi si rivela il sole, l’albero e la pietra, perché mai l’Essere per eccellenza no?
I teologi, in difficoltà, rispondono a questa argomentazione così: la certezza dell’esistenza di Dio potrebbe condizionare l’Uomo, invece Dio vuole conservare all’Uomo la sua libertà.
Ma un «padre» che si comportasse così sarebbe un pessimo padre. Lasciare all’oscuro i propri figli ottiene il solo risultato di ingolosirli ancora di più, e ciò causa loro pene e sofferenze: quel padre quindi prova gusto a punire. E’ un padre cattivo, quindi non-dio.
Un’ultima questione riguarda gli attributi divini: personalità, mente, bontà e attività.
Da un certo punto di vista, Dio non può non essere persona. Se fosse solo «forza», sarebbe Dio pure l’istinto di un animale, una legge naturale, la selezione. Da un altro punto di vista, la personalità indica la limitazione, distinguere fra il sé e il non-altrui; ma dal momento che questa personalità fosse allargata agli altri (Dio uno e tutti) l’io si confonderebbe con tanti non-io e la personalità svanirebbe: Dio non può neppure essere persona.
La mente. Dio deve essere la mente suprema, ma può possedere una mente? Mente significa pensare, e pensare è un’attività dinamica, fa passare da un’idea a quella successiva, fa raggiungere risultati ulteriori. Ma la mente di Dio si concepisce solo perfetta e completa, quindi immobile, fissa, una mente cioè che non può pensare. Senza la catena di idee che la contraddistingue, la mente sparisce e il pensiero con essa.
La bontà. Dio ci serve per porre una barriera di bontà al male che vediamo. Ma è ancora divina una bontà che serve a noi egoisticamente per stare bene?
L’attività. Dobbiamo attribuirgliela, però è inconciliabile. Dio può compiere azioni solo attraverso il tempo e lo spazio. Non si può intendere un essere senza che esso si estenda nello spazio. Lo spazio è una forma ineliminabile per intendere un essere. Quindi, se Dio si estende, è materiale per cui non è più Dio. Sul tempo: se Dio è fuori dal tempo, significa che è una cosa immota, morta. Non ha nulla da fare perché tutto è fatto. Se è dentro il tempo, allora pure esso cambia e si evolve. Ma un Dio che o è morto o è cangiante non può essere Dio.
Il pensiero umano ha creato Dio, e queste contraddizioni lo provano. Cosicché non solo Dio non è, ma è assurdo che sia.

(testo ispiratore: «Apologia dell’ateismo» di Giuseppe Rensi)