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i dubbi dell'esistenza

Che cos'è la "realtà"?

Perché siamo circondati da icòne religiose?

Prima l'uovo o la gallina?

Perché viviamo?

Cosa c'è dopo la morte?

Esiste un dio?

C'è l'anima?

Esistono il male e il bene?

 

 

 

 

Perché siamo circondati da icòne religiose?

Si può rispondere con una battuta: « Perché siamo in Italia, e in Italia c'è il Vaticano ». In effetti, l'influenza dello stato vaticano è evidente ed è fortissima sia sulla vita comune sia su quella politica. Non a caso, nella stragrande maggioranza delle altre nazioni in cui prevale la religione cristiana, non c'è mai la forte infiltrazione di icone religiose nella vita sociale così come accade da noi. E negli altri paesi laici ma caratterizzati da altre religioni, le icone sacre non monopolizzano mai la scena civile; anzi sono correttamente disponibili solo nei luoghi ad esse riservati: sinagoghe, templi, ecc. Il problema italiano è dunque assai complesso. Il papa cattolico, nonché quasi tutta la classe politica che è a lui vassalla, impongono la tesi che il cristianesimo è l'asse portante della cultura italiana, ragion per cui deve avere un posto di primo piano anche nella distribuzione dei simboli. Ma a parte che questa tesi è priva di fondamento (la storia d'Italia ha avuto una Chiesa cristiana sempre acidamente contro lo sviluppo, contro il progresso, contro l'affermazione delle libertà e della conoscenza), la "marchiatura" cattolica del territorio è chiaramente avversa alla laicità dello stato, che significa invece che il territorio italiano è di tutti (cattolici, ebrei, buddisti, testimoni di Geova, raeliani, indifferenti, agnostici, atei...) e che quindi non deve essere "caratterizzato" da una certa religione. Le croci, i santini, le statuette sacre, le edicole votive ecc. hanno già un luogo in cui poter stare nel pieno diritto e rispetto: in chiesa. Lì nessuno avrebbe niente da ridire. Così come vale per tutte le altre icone: i posters di Marx nelle sedi politiche, le foto degli ufo nei locali dei gruppi di appassionati, i resti archeologici nei musei, i quadri nelle pinacoteche, i film dei divi hallywoodiani nelle cineteche, ecc. Non penso che a un fascista sarebbe indifferente una città tappezzata di manifesti dei comunisti storici, o che a un comune cittadino non darebbe fastidio vedersi proiettati su tutte le pareti del suo quartiere films che magari neppure gli piacciono. E neppure penso che un prete rimarrebbe calmo se gli andassi a mettere il simbolo dell'Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) sull'altare... E allora perché le croci, le statue e le figurine cattoliche non vogliono rimanere in chiesa e amano invece sparpagliarsi nelle scuole, nei tribunali, negli ospedali e negli uffici del Comune? L'Italia non è uno stato etico, cioè non è uno stato in cui la legge civile è tutt'uno con una religione che non ne ammette altre (come per esempio in Iran. L'Italia, almeno sulla carta, è uno stato laico, vale a dire uno stato in cui la religione è separata dalla vita sociale e politica. Così dice la Costituzione, e così dicono perfino i Patti Lateranensi. Quindi devo dedurre che siamo circondati dai simboli del cattolicesimo perché 1) nessun cattolico rispetta la Costituzione su questo punto, 2) c'è una diffusa indifferenza alle esigenze dei diritti dei non-cattolici, 3) i cattolici credono di essere la maggioranza e che la maggioranza debba "comandare".                         

 

 

 

 

 

 

 

VIENE PRIMA L'UOVO O LA GALLINA?

Questo dubbio è un mito e sembra insolubile. In realtà, come molte altre cose, ci appare insolubile perché siamo ignoranti. Il dilemma fu infatti risolto nel 1957 dallo scienziato premio Nobel, Francis Crick, uno degli scopritori del DNA. Proprio come conseguenza dei suoi studi, egli stabilì che in genetica si va dall’informazione contenuta negli acidi nucleici (DNA e RNA) e nelle sequenze di aminoacidi (triplette di nucleotidi A, T, C, G) alle proteine, ma non viceversa. Insomma, non si può creare un organismo senza avere prima la sua informazione genetica: l’uovo viene prima della gallina.

 

 

 

 

 

 

 

 

PERCHÈ VIVIAMO?

Direbbe un razionalista che la domanda è mal posta. Nel senso che non è utile chiedersi perché ma bisognerebbe sempre porsi domande su "come"; nel nostro caso, in che modo si realizza la vita?, quali sono i processi biologici? Ciò deriva dal fatto che in natura i perché non esistono: non c'è un motivo razionale per cui c'è un bel tramonto, o nasce una spiga di grano, o brilla una stella. La natura non ha motivi, i motivi sono una faccenda umana, sono iniziative umane che cercano di sconfiggere il vuoto che sentiamo quando osserviamo le cose e non ce ne spieghiamo la presenza. La natura "ragiona" in un altro modo, senza un motivo, senza un perché, senza una spiegazione romantica. La natura è semplicemente l'accadere delle cose, punto.

Ovviamente, quando il perché si ricerca sulla nostra vita, la situazione è ancora più importante. Noi siamo animali senzienti, siamo dotati di autocoscienza, quindi "sentiamo" la nostra stessa presenza, ci percepiamo vivi ed esistenti, siamo coscienti di agire nel mondo. Pensiamo, e questa è un'attività molto coinvolgente, molto intima, molto suggestiva. Il pensiero che utilizziamo, qualunque cosa esso sia, soffre a rimanere senza risposte. Così come un bambino si adombrerà fino a piangere se non soddisfa le proprie curiosità, così un adulto non sa resistere a cercare delle risposte, e soffre a non trovarne; e, pur di non soffrire, quando è necessario se le inventa. La principale risposta da dare all'esistenza è giustappunto il motivo della propria esistenza. Non contento di esistere, l'uomo vuole sapere anche perché esiste. Ma è inutile, questo produce solo illusioni più o meno consolatorie. Avete mai osservato da vicino una formica? Fatelo: essa si chiede perché vive? No, dipanerà tutta la propria breve esistenza in un avvicendarsi di attività semplici, che a noi appaiono stupide, fino alla morte. Ma siamo sicuri che le nostre attività, compreso il pensare, solo perché sono più numerose e producono effetti più complessi, siano meno stupide? Nient'affatto! Tutte le attività vitali sono senza un fine ultimo, senza uno scopo. Quasi tutte le attività vitali sono interconnesse e finalizzate al reciproco utilitarismo, ma ciò non significa che esiste una "regìa", una volontà, una predeterminazione. Ciascuno nasce, cresce e muore in uno schema non precostituito ma regolato dalle leggi dell'evoluzione che sono certamente indifferenti alla singola vita e alle singole faccende. Dovremmo imparare a pensare più in grande. Io non sono tutto quello che la vita esprime. Il tempo non coincide tutto col mio tempo. Se io muoio, questo è un evento sicuramente forte per me e per chi mi sta vicino; ma man mano che ci si allontana da questo evento, sia geograficamente che nel tempo che passa, quella morte perde di significato e di forza, e si stempera nelle mille e mille morti che ogni minuto accadono al mondo e forse in altri mondi; e ancor di più si stempera nelle infinite e diverse morti che gravano sull'universo; fino a diventare un fatterello tra gli innumerevoli fatterelli che accadono ogni istante nell'Infinito. E, così come la morte, anche la vita: se fossimo seduti sulla Luna e guardassimo il nostro mondo da lì, la Terra ci apparirebbe una sfera grigia e blu, e non potremmo identificare le singole vite che la riempiono, né quella del nostro amico né quella della formica. Percepiremmo solamente una totalità, e non potremmo interessarci delle infinite sue costituenti. Ed è bene che sia così.

L'universo avvicina o allontana dio? »»  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSA C'È DOPO LA MORTE?

Finire dispiace a tutti, è logico. Ma giacché in molti, analfabeti o scienziati, siamo stolti, non sappiamo arrenderci all'idea della morte. Eppure è cosa semplice assai: perché nessuno si chiede cosa c'è stato prima della nascita? Perché nessuno ha creato divinità e mondi favolosi per spiegarsi com'era, cos'era e dov'era prima di nascere? Nessuna religione, nessuna filosofia, nessuna letteratura parla di questo. Viceversa, troppi si impegnano e si ingegnano a crearsi una continuità dopo la fine fisica; e, pur di riuscirci, credono a sistemi complicatissimi e fantasiosi, come quello religioso cattolico che prevede un dio giudice, una risurrezione finale dei corpi e una sentenza che assegna alle "anime" (altra risorsa immaginata per sopperire all'esistenza successiva alla morte del corpo) una pena o una gratificazione eterne. Quasi il 60% della gente, secondo più sondaggi (fonte UAAR riportata qui), non crede a una continuità post-mortem; e fa benissimo. Morire è un po' come dormire: si chiudono gli occhi e si perdono le percezioni del nostro essere. Sperimentiamo la morte ogni volta che andiamo a letto (qualcuno ha definito il sonno "la piccola morte"), perché ne dobbiamo aver paura? Forse perché le fandonie di resurrezione e di paradiso con cui ci hanno cresciuto non sono state sufficienti; nessuno ha una fede così ottusa da non nutrire neppure un piccolo dubbio. Ma cos'è più semplice, per la natura, il farraginoso tribunalone metafisico dei credenti o il semplice, l'efficiente, il laico avvicendarsi delle trasformazioni degli inizi e delle fini?

Un discorso un po' a parte va fatto per le religioni (religione politeistica caratterizzata dalla molteplicità delle figure divine: Brahama, Visnù, Shiva, ecc. Tipica dell'ìIndia, è praticata da 700 milioni di persone.induismo e Religione fondata sulla predicazione del Buddha, personaggio nato verso il 465 a.C. da una ricca famiglia e in seguito folgorato dall' "illuminazione" e per questo chiamato Siddharta.buddismo soprattutto) che insegnano a credere in una ripetizione della vita dopo la morte, le cosiddette "reincarnazioni", o Karma. A parte locali differenze, la teoria generale sostiene che lo "spirito", necessariamente eterno, occupa in successione i corpi materiali passando dalla morte del precedente alla nascita del seguente. Il suo obiettivo è raggiungere la perfezione, e lo può fare solo accumulando esperienze terrene. Al di là della totale impossibilità a verificare (se non morendo) tali idee sulla morte, è evidente che anche la reincarnazione è un modo di non mettere la parola fine alla vita. Trasversalmente a tutti i popoli, ci sono sempre idee di base che vogliono "spiegare" come si riesce a sopravvivere alla propria morte, poi ciascuno inventa il suo aldilà in base alla propria storia, alle proprie attitudini, alla propria cultura. Ma perché mai l'universo metafisico dovrebbe avere l'esigenza di "ripulire" gli spiriti attraverso il passaggio sulla Terra? Non si capisce. E per eventuali extraterrestri, vale lo stesso? Perché mai gli spiriti dovrebbero essere soggetti a lèggi banali, scialbe e senza una logica superiore? Sia il monoteismo, con l'anima che supera le prove terrene giocandosi l'inferno o il paradiso, sia il reincarnazionismo, con lo spirito che deve incarnarsi enne volte per provare a migliorarsi fino alla perfezione, sono null'altro che la riproposizione di un'idea assolutamente umana come quella del "cammino" che ci conduca dal fallace al perfetto, dal buio alla luce, dall'immanente all'assoluto. È solo la proiezione metafisica di quello che facciamo tutti i giorni qui sulla Terra, cercando di migliorarci, di evolverci, di correggere i fatali errori che ci assediano. E, così come un'esistenza retta e saggia produce in vita un accumulo di riconoscimenti e di felicità, così immaginiamo debba essere il sistema post-mortem: di qua le coppe e le lauree, di là il paradiso dei cristiani o le vergini Urì dei musulmani. È confortante pensare che la rinuncia al metafisico (tipica dell'ateismo) induce, una volta superato lo shock iniziale del transito dal pensiero magico al pensiero razionale, un miglioramento della paura della morte e quindi una diminuzione dell'esigenza di crearsi fantasie ultraterrene. Dio, anche se esistesse, non potrebbe certo volere il nostro "certificato penale".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESISTE UN DIO? aggiornamento 11/11/05

 

Non esiste perché non "conviene" che esista. C'è una legge di economia dei concetti, non recente ma validissima, chiamata "rasoio di Guglielmo di Ockham (o anche Occam) era un filosofo e teologo inglese del 1300.Ockham" che, tradotta dal latino (pluralitas non est ponenda sine necessitate), dice pressappoco: non è necessario cercare soluzioni complicate senza prima cercare quelle semplici. Ce n'è un'altra versione, ma il senso non cambia: Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem" vale a dire "Non si moltiplicano gli enti se non vi è necessità di farlo".

Insomma è inutile, è dispendioso, è una perdita di tempo, è illogico mettersi a cercare una spiegazione difficile se ce n'è una a portata di mano più semplice e immediata. Un fiore spunta perché le leggi della botanica - che noi conosciamo e possiamo studiare! - sono fatte in quel modo. Che bisogno c'è di pensare che quel fiore spunta e cresce per volontà di un dio?

È troppo facile dare "dio" come risposta a tutte le domande. La vita, l'esistenza, la natura sono complesse, e spesso difficili da capire senza una preparazione e senza uno studio. Tutto ciò è faticoso da raggiungere, bisogna studiare, bisogna imparare a ragionare, bisogna conoscere molte cose e molte scienze... E allora "dio" diventa la scorciatoia che ci evita tutto quanto. Dio è la scappatoia dell'ignoranza.  

Chiamiamo dio ogni sensazione piacevole, ogni visione benigna, ogni accadimento fortunato. Ma siamo noi gli attori della messa in scena. Di solito, siamo ignoranti in scienze probabilistiche, e allora ci sembrano eccezionali e affascinanti certe combinazioni della vita. Alcune sono così affascinanti ed eccezionali che le riteniamo impossibili e quindi le chiamiamo "miracoli" e le attribuiamo a una divinità superiore a noi. E, pur senza averlo mai visto o toccato, crediamo in un dio. Le religioni sono state brave a trasformare questa nostra deficienza sensoria e informativa in "doni" di fede; esse dicono: dio non si tocca e non si sente ma si avverte con la fede e col cuore... Ma che vuol dire? Vuoti giri di parole per "spiegare" ai più scettici che dio esiste nonostante non ne abbiano prove concrete. Eppure, sarebbe interesse di dio dare quelle prove! Quale dio accetterebbe di essere messo in discussione pur avendo tutti i mezzi per dimostrarsi?

E allora non esiste alcun dio. Le cose accadono e basta; può non soddisfarci, ma è così; siamo noi che diamo alle cose dei significati e delle implicazioni divine. I primitivi facevano lo stesso coi fulmini e con le eruzioni vulcaniche; per loro, fulmini ed eruzioni erano "la prova" di divinità che sputavano fiamme e fuoco sulla terra perché si incazzavano con l'umanità. Poi qualcuno ha spiegato cosa sono i fulmini e perché i vulcani eruttano. E allora abbiamo cambiato idea: gli dèi non stavano dentro i vulcani o dietro le nuvole temporalesche, e li abbiamo spostati in alto (il simbolo più semplice per essere "superiore"), prima sui monti (pensiamo agli dèi dell'Olimpo, quelli anche un po' imperfetti che scendevano fra gli uomini come fossero di casa), poi sempre più su. Alla fine gli dèi sono diventati invisibili e perfetti; in modo tale da non poter discutere sulla loro esistenza (ci vogliono far credere che se non li vediamo è perché sono invisibili, non perché non ci sono...) e non poterli raggiungere tanto da vicino da indagarne la sostanza.

Un'ultima considerazione. Spesso, coloro che credono in un dio pensano di mettere all'angolo la razionalità dicendo:"Sì, va bÈ, ma prima del Big-Bang Teoria fisica molto argomentata che pone l'inizio di tutto ad alcuni miliardi di anni fa, in cui una singolarità ultra densa "esplose" dando vita, raffreddandosi via via, a stelle e pianeti. che c'era se non dio?". Ovviamente, la scienza per questo non ha risposte e, se ha ipotesi, è molto attenta a vagliarne la congruenza. In tutti i casi, proporre un dio al posto dell'ignoto "inizio di tutto" non migliora le cose: un dio che "è sempre esistito", oltre che a complicare inutilmente la ricerca, non soddisfa affatto ma cambia soltanto il nome dell'insoddisfazione; si potrebbe infatti sempre chiedere cosa c'era prima di quel dio e si ritornerebbe punto e daccapo. Tanto vale - se si vuole, "nel frattempo" - considerare che, giacché il Big-Bang ha innescato pure il tempo, non ha alcun senso chiedersi cosa c'era "prima" visto che non poteva esserci alcun tempo quindi alcun prima.   

È ovvio che tutte queste ragionevoli argomentazioni non convincono i credenti, che pensano che la fede sia un dono; ma neppure vogliono farlo! L'importante è ragionare, riflettere liberamente (vale a dire senza censure e autocensure) su queste cose, senza lasciare spazi all'ignoranza. Il resto, dovrebbe venire da sé.

Approfondisci leggendo "L'universo avvicina o allontana dio?" »»  o anche Il "disegno intelligente" »

 

 

 

C'È L'ANIMA?

Qualche religione prescrive che dentro il corpo umano (per quello degli animali ci stanno pensando...) ci debba essere un'altra cosa, una sorta di spirito che ha voluto direttamente un dio per far sì che vivessimo. Il cattolicesimo parla certamente di anima, ma non la sa descrivere: è la mente?, è il pensiero?, è qualcosa di diverso e separato da noi o siamo noi?, è un'energia?, è concreta o astratta?, è visibile o invisibile?... Tutto, o quasi, nasce dalla favola biblica secondo cui, durante la creazione di Adamo, dio gli soffiò dentro il proprio spirito e quello visse. Ora, al di là che la favoletta di Adamo ed Eva non regge per innumerevoli questioni, l'immagine del soffio è inverosimile e irriguardosa; si paragona dio a un giocattolaio che per far muovere il proprio bambolotto gli mette le pile. Un dio poteva ben creare l'uomo già completo di spirito o di pile, perché aggiungere quest'azione teatrale del soffio? Sia come sia, la novella è sopravvissuta sfidando i secoli. L'ha potuto fare giacché sono stati in gran parte secoli inutili sul piano dell'evoluzione della razionalità che, a parte qualche spunto sporadico, si è affacciata compiutamente sul mondo molto tardi con l'Illuminismo (XVIII secolo). Fino ad allora si era andati avanti con approssimazione, senza una cultura scientifica, senza una logica slegata dal piano divino, con un potere di ragionamento ristretto a pochi uomini e impedito alla gran massa tenuta, apposta o per contingenze, nell'ignoranza e nell'impotenza economica e culturale. Nell'opera "Fedone" l'anima è ipotizzata per la prima volta in modo riconoscibile dall'ateniese Platone (Atene 427-428 a.c. / 348-347 circa) è solo il soprannome del filosofo Aristocle.  Platone (siamo a 4 secoli prima di Cristo). Ma è ancora un'anima senza divinità, atea, slegata dal discorso religioso. Sarà poi il cristianesimo a scippare al paganesimo anche questo concetto e a inglobarlo nella propria dottrina come se fosse suo originale. Operazione non così secondaria, se pensiamo che grazie alla "certezza" dell'anima i cristiani possono battezzarci, possono impaurirci con l'Inferno, possono obbligarci a condurre la vita prescritta da remote scritture che loro considerano sacre. Eppure, basterebbe chiedersi un po' di cose "eretiche": se l'anima è qualcosa di diverso da me, che interesse ho io al suo destino dopo la mia morte? Dov'è e cos'è il serbatoio di anime da cui dio attingerebbe per ogni nuovo nato? E ammesso che invece le nuove anime vengano "create" dal nulla (ricordo che la creazione è fisicamente impossibile; e se dio ha creato le leggi della fisica, perché le vìola?), dove e come sono stipate dopo la morte dei rispettivi corpi assegnati? E in base a quale criterio un'anima viene assegnata a un corpo piuttosto che a un altro? L'anima di un criminale è anch'essa criminale o cosa? Ed è colpa dell'anima la situazione del corpo, viceversa, o cosa? E dove va l'anima quando siamo in coma profondo?

Domande sciocche e calunniose? Nient'affatto: anche il credente ha il diritto di chiarirsi i meccanismi più pratici della propria fede se non vuole procedere nel buio e nell'ottusità. È troppo facile dire che le cose stanno così e basta: oggi abbiamo bisogno di conoscere, non certo di credere, dal momento che abbiamo creduto alle cose più astruse per millenni!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

         

ESISTONO IL MALE E IL BENE?

Il bene e il male fanno profondamente parte del nostro vissuto e ci sembrerebbe sciocco negarne l'esistenza. Eppure bisogna fare uno sforzo e uscire dalla "certezza" o, quanto meno, andare a indagarla criticamente. L'esistenza non è affatto divisa così nettamente, esistono moltissime sfumature tra qualcosa sicuramente "bene" e un'altra sicuramente "male"; e quasi mai è facile distinguere una sfumatura dall'altra. Lo stesso raziocinio non è così preciso da poter fare le più sottili differenze quindi, in quanto macchinari non perfetti, siamo continuamente esposti a valutazioni soggettive del bene e del male e a confusione fra una categoria e l'altra. L'approccio standard con questo genere di problema è quello tetragono, fatto di sicumera e di assoluti. Ma non ci vuole molto a "dimostrare" che il bene e il male sono concetti relativi.

Quando siamo piccoli, capiamo la differenza fra bene e male? Lo sanno tutti: no. Quindi la distinzione B/M non è una cosa innata, non è connaturata con l'essere umano, non è una legge universale, non è "naturale": la natura, infatti, è senz'altro indifferente all'etica e alla morale: i terremoti o i fulmini uccidono colpevoli e innocenti, non fanno distinzione. Se la divisione fra bene e male fosse invece appartenente alla natura umana, i bambini saprebbero subito d'istinto cos'è bene e cos'è male: per esempio non andrebbero in giro nudi, non tenterebbero di buttarsi giù, non si avvicinerebbero troppo ai fuochi, non si esporrebbero incoscientemente a tutti i pericoli immaginabili, ecc. Quindi, dobbiamo concludere che la distinzione fra bene e male è un fatto culturale, una regola che si "apprende" crescendo, una norma derivante dall'accumulo delle esperienze, una distinzione che ha fatto l'Uomo in base a certe sue necessità. Nessun dio, nessun censore, nessun padrone esiste come fonte del bene e del male. Una prova evidente è il relativismo del bene e del male. Uccidere di solito lo mettiamo nella lista del "male"; ma se uccidiamo in guerra, siamo eroi e quindi uccidere diventa "bene" (ho semplificato un po', ma serve come esempio). Analogamente, se mandiamo aiuti al Terzo mondo pensiamo di fare del "bene" senza riflettere, però, che continuando così impediamo a quella gente di emanciparsi da soli, quindi creiamo una situazione del "male" mantenendo la loro dipendenza dai nostri aiuti. Gli esempi relativistici sono infiniti, ma il punto è capire che il bene e il male sono legati ai tempi (una volta maltrattare un cane era impunito, oggi si rischia la galera), alla geografia (in Italia trattare le donne come si trattano in alcuni paesi musulmani è proibito) e alla cultura (nei paesi con una forte religiosità si tende a identificare il bene con la fede e il male con l'ateismo). Per questi motivi, e ce ne sono altri, credere di sapere cos'è il bene e cos'è il male è una pia illusione. Peggio ancora se si volesse identificare il bene con dio e il male col diavolo: operazione, questa, che hanno voluto le religioni monoteiste e che va respinta fermamente giacché offende la dignità umana e l'intelligenza delle persone comuni.
Commenti da www.scrivi.com di:

Vorrei citare una frase del Friedrich che dice tutto:
"ciò che succede per amore è al di là del bene e del male".
Mi è piaciuta la tua dissertazione.

divinafollia