| Rubriche Lettere | ||||
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La tv che spegne il desiderio Non confondiamo la liberazione del corpo con la liberazione dell'indumento Risponde Umberto Galimberti |
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| Reagisco alla lettera di Annalisa Giudetti di Roma che, nel numero 392 di D, si lamenta del sesso in televisione. Reagisco giacché anche lei cade nel tranello del moralismo e perpetua quel che è diventato un luogo comune dei benpensanti snob. Certo, lo faccio da "maschio", che è come dire da difensore d'ufficio, e pazienza. Ciò però non toglie che in tutta la lettera ci siano soltanto apprezzamenti e giudizi, appunto, moralistici: il serpeggiare del sesso è squallido, il falso pudore, ci accontentiamo di poco, siamo inebetiti dalla tv, è bene rimanere guardinghi... Mia cara signorina Giudetti! Vorrei sbagliarmi, ma lei non fa altro che respirare e riciclare secoli di drammatizzazione e criminalizzazione che il cattolicesimo ha perpetrato contro il sesso. Qual è la sua vera paura, se non quella peregrina e dogmatica che vuole fare del sesso la fobia per eccellenza, vuole per forza legarlo all'amore allo scopo di ripulirlo chissà da che, vuole che lo si sopporti intanto che lo si nasconde? Viviamo già abbastanza contriti in una società che alimenta ansie e paure al solo scopo di giustificare e nobilitare inasprimenti della repressione che mentre soddisfano l'orgoglio piccino piccino dei mediocri, uccidono e ingabbiano le libertà e i diritti di tutti; e lei vorrebbe un mondo morigerato (e secondo quali criteri, i suoi?), sessualmente parsimonioso (sesso disneyano, immagino) e castigamatti verso chi morigerato e asessuato non vuol essere? Quella tv che lei sopporta infastidita, è anche la mia tv, non lo dimentichi. E se è squallida, mercificata e abbrutita secondo lei, potrebbe essere solo trash secondo me, o addirittura appetibile secondo altri. Mi creda: può essere più mortificante sopportare le colombe cattoliche sparpagliate per tutti i canali tv che non le letterine scosciate e le carrambate. Cambi canale o spenga l'elettrodomestico, proprio come faccio io quando infastidisce me. Ma non invochi una moralizzazione universale per una televisione uniformata alle sue permalosità, giacché questo migliorerebbe il suo diritto e peggiorerebbe quello altrui. E, soprattutto, rifletta sulle radici della sua percezione in tema di sesso, e controlli che l'attuale sconforto non sia piuttosto un effetto secondario delle sue osservanze religiose. Calogero Martorana Se è vero quel che dice Freud: "Dove c'è tabù c'è desiderio", la sua crociata contro i tabù, per paradossale che possa sembrarle, porta all'estinzione del desiderio, per la semplice ragione che ciò che è normale non attrae e ciò che è ovunque diffuso e disponibile spegne il desiderio. Infatti, quando cessa di essere enigmatica, la sessualità diventa crudele, perché mi esclude dalla possibilità di scoprire. A questo punto, l'osceno è già accaduto, e non nella sessualità scomposta di un corpo seminudo, ma nella ripetizione monotona e prolungata di una gestualità, dove un corpo senza volto si offre con le cadenze ossessive di uno spasmo che ha più parentela con i ritmi della morte che con quelli del desiderio. Ne è prova la bocca chiamata dalla messinscena erotica a simulare il sesso femminile. Una bocca semiaperta e semichiusa, che non può più parlare, né mangiare, né ridere, né baciare perché solo nella negazione delle sue funzioni naturali può fare la sua comparsa la messinscena erotica. Lo stesso vale per gli occhi sofisticati e disposti in modo che non si aprano su niente e non guardino nessuno, per cui chi li ammira non incontra un volto, ma un oggetto seducente che impegna solo il proprio onanismo. Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione erotica non dispiega una scena intorno a sé, in cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente "messo in scena" e perciò è "o-sceno", perché offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità del cerimoniale erotico, dove non si celebra la sessualità del corpo, ma la sua castrazione. In questo senso la messinscena erotica gioca con la morte, e quindi, per sadica che sia, è sempre irrimediabilmente masochista, perché arresta l'erotismo alla soglia di quegli abiti succinti che vogliono a un tempo provocare l'idea del sesso e insieme la sua interdizione. Quando l'erotismo è ridotto alla sua messinscena, il corpo femminile finisce con l'essere inghiottito nell'insignificanza, e l'ostentazione della sua nudità serve solo a renderla inaccessibile, e al limite esorcizzarla. Nulla a che vedere con la vera seduzione, che articola il desiderio in promessa, dischiudendo quella nudità che è polifonia di linguaggi, incessante passaggio dal linguaggio della visione a quello del tatto, dall'ebbrezza della chiamata all'estasi della partecipazione. È il corpo, dove la semantica della luce si confonde con quella della grazia, e dove la nudità nasce senza decisione, come la luce nello sguardo dell'innamorato. È la rinuncia alla vergogna come ultima autodifesa, perfetto disarmo della consegna di sé, oblio della misura, cedimento della mente che non nasconde la donna sotto l'indifferenza glaciale dell'abile professionista, rifugiata con alterigia nella certezza della tecnica che la riveste più dell'abito che non indossa. | ||||