Quale politica ecumenica seguirà Benedetto XVI?
Sergio Romano
Tra Benedetto XVI e i suoi predecessori corre una
fondamentale differenza. Josef Ratzinger è un intellettuale, ha
insegnato teologia in una delle migliori università tedesche, ha
scritto libri e saggi, ha concesso interviste, ha partecipato a
convegni e dibattiti, ha persino tenuto una rubrica per alcuni
mesi sulle pagine del maggiore settimanale cattolico italiano
(Famiglia cristiana). Mentre i suoi predecessori, prima di salire
al soglio, erano conosciuti soprattutto per i loro pronunciamenti
pastorali, spesso redatti nel linguaggio ovattato della
tradizione ecclesiastica, il nuovo papa si è espresso con grande
chiarezza su tutti i grandi temi della Chiesa e della società
moderna. Per interpretare il pensiero dei suoi predecessori
dovevamo spesso ricorrere ad alcuni vaticanisti, abituali
frequentatori di salotti romani, sacrestie e palazzi apostolici.
Per conoscere quello di Benedetto XVI è sufficiente andare in
libreria o consultare un archivio. È inevitabile che ogni parola
del nuovo papa venga pesata e valutata alla luce delle sue
precedenti dichiarazioni sullo stesso argomento. Si pone così una
prima domanda. Quale sarà la politica ecumenica di un pontefice
che negli anni trascorsi alla Congregazione per la dottrina delle
fede ha tenacemente difeso una interpretazione rigorosa di alcune
tradizionali norme della Chiesa cattolica? Come può essere
ecumenico un teologo che ha condannato il relativismo come una
sorta di sciatteria morale e spirituale? Leggiamo un passaggio
dell'omelia che Benedetto XVI ha pronunciato in latino al termine
della sua prima messa a San Pietro dopo l'elezione. Parlando di
sé in terza persona ha detto: «Sulla scia dei suoi predecessori e
gli è pienamente determinato a coltivare ogni iniziativa che
possa apparire opportuna per promuovere i contatti e l'intesa con
i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali. Ad
essi, anzi, invia anche in questa occasione il più cordiale
saluto in Cristo, unico Signore di tutti». Il riferimento a
Cristo sembra indicare che il saluto non è indirizzato ai
musulmani e ai buddisti. Non assisteremo quindi, sotto il nuovo
pontificato, a incontri come quello inter-religioso che Giovanni
Paolo II organizzò ad Assisi nel 1986 con la presenza, tra gli
altri, del Dalai Lama. I principali interlocutori dell'ecumenismo
di Benedetto XVI saranno la Chiesa ortodossa e il grande
ventaglio delle confessioni riformate. Ma anche nell'ambito di
questo ecumenismo il nuovo papa dovrà decidere se il dialogo
giustifichi una minore diffidenza per quella forma di reciproca
tolleranza che egli ha definito relativismo. Nel rapporto con gli
ortodossi le differenze teologiche sono meno importanti dei
rapporti «politici». Le Chiese autocefale della Russia e
dell'Europa balcanica sono convinte che il papa polacco volesse
approfittare del crollo del comunismo per realizzare un'ambizione
imperiale: la riconquista latina dell'Europa greca. Per stabilire
migliori rapporti con i patriarchi dell'est Benedetto XVI dovrà
rinunciare a quello che gli ortodossi hanno definito il
«proselitismo aggressivo» di Giovanni Paolo II. Vincere questi
sospetti e superare queste diffidenze sarà difficile, ma non
impossibile. Sarà molto più complicato invece rilanciare il
dialogo con i protestanti. Qui il nuovo papa avrà di fronte a sé
una realtà frammentata e inafferrabile. Negli Stati Uniti, ad
esempio, esiste una corrente «neocristiana» (quella degli
evangelici, a cui appartiene, tra gli altri, George W Bush) che
ha un largo seguito. I suoi leader sono intransigenti e fanno
battaglie (quelle contro l'aborto e il matrimonio fra omosessuali
ad esempio) che Benedetto XVI, probabilmente, condivide. Ma
conducono queste crociate con toni esaltati e fanatici che sono
del tutto estranei alla finezza intellettuale e ai modi urbani di
papa Ratzinger. Accanto agli evangelici esistono poi le Chiese
istituzionali, di cui alcune raggruppate nella grande «Comunione
anglicana». Hanno un diverso stile e sono guidate da uomini colti
e intelligenti come l?arcivescovo di Canterbury. Ma è qui che le
distanze sul piano teologico sono diventate, se possibile, ancora
più grandi di quanto fossero in passato. Sarà possibile per
Benedetto XVI dialogare con «fratelli in Cristo» che ammettono le
donne al sacerdozio, presiedono ai matrimoni fra gay o
addirittura eleggono un vescovo omosessuale alla guida della
diocesi del New Hampshire?
24/04/2005 22:42