L'elezione di Ratzinger non è una sorpresa. Ma dopo...
AprileOnLine.Info n.245 del 22 aprile 2005
Devo confessare un certo stupore nelle reazioni suscitate in molti
compagni dall’elezione del papa.
Qualche volta ho la sensazione che molti di loro credano nei miracoli assai più
di me. Fuor di battuta chi crede nello Spirito (sia quello di Hegel che lo
Spirito santo) sa che esso spira dove vuole e riserva sorprese di ogni genere,
scrivendo spesso diritto su righe storte, come dice un proverbio che è, come in
genere sono i proverbi, un condensato di saggezza popolare.
Invece, molti compagni credenti e non credenti, questi ultimi forse anche di
più, volevano un miracolo nel senso più clamoroso della parola, vale a dire
l’elezione di un papa progressista, o quanto meno moderatamente tale. La cosa,
date le circostanze, sarebbe stata più prodigiosa del miracolo di San Gennaro.
Il collegio elettorale era frutto di trent’anni di storia che era andata in
tutt’altra direzione ed era impossibile che si distraesse in proposito. Pare che
un vescovo francese abbia commentato: meglio un conservatore intelligente che un
progressista imbecille. Più modestamente io dico: meglio un conservatore
intelligente che un conservatore imbecille, posto che un progressista
intelligente, quale io auspicherei, non era veramente possibile.
Quanto alla ipotesi del papa latinoamericano, mi dispiace di dire che, sempre
date le circostanze, sarebbe stato un rimedio peggiore del male. In quanto i
papabili in questione non sono affatto esponenti della teologia della
liberazione o del pensiero terzomondista, come a loro tempo furono i cardinali
Arns e Lorscheider, ma coloro che nel corso di questi anni sono stati incaricati
di normalizzare quelle chiese locali, nella migliore delle ipotesi mediando,
nella peggiore reprimendo.
Qualcosa di simile vale anche per l’ipotesi del papa nero: il solo nome avanzato
è quello di un personaggio decisamente conservatore come il nigeriano Arinze.
In un’ipotesi di questo genere dopo un periodo di esultanza e molta retorica
populista, la delusione sarebbe stata anche peggiore.
Viceversa, il papa Ratzinger ha esattamente il problema opposto, quello di
correggere la sua immagine – immagine a parte (ma si può dire così di questi
tempi?) – e ha incominciato a farlo fin dalla scelta del nome e dal primo
discorso da papa, ed è il solo che, se si dovesse convincere della necessità di
cambiamenti, avrebbe l’autorità e il prestigio per farli accettare.
Forse ci riserverà delle sorprese. Forse, è meglio evitare profezie, ma anche
reazioni angosciate e apocalittiche. Per ora vorrei suggerire di guardarsi
dall’accettare le seguenti equazioni che troppo spesso sul piano pragmatico se
non a livello teorico vengono concesse, a livello di un'opinione pubblica un po’
approssimativa nel giudicare i fenomeni legati alla chiesa.
Cristiano non equivale a cattolico, cattolico non equivale a cattolico latino,
latino non equivale a romano, e anche romano non equivale a sostenitore di una
concezione monarchica del papato. Si può essere cristiani senza essere
cattolici, cattolici senza essere latini (ma orientali), cattolici latini senza
essere di rito romano (storicamente sono sopravvissuti un rito ambrosiano e uno
toledano, ma con la stessa logica ci potrà essere un giorno un rito africano,uno
cinese ecc), e si può persino accettare di riconoscere un ruolo alla chiesa di
Roma senza avere una concezione monarchica del papato.
La chiesa di Roma è anzi erede di una tradizione storica indubbiamente gloriosa
(anche se macchiata da colpe e persino da sporcizia come dice lo stesso papa
attuale) che risale ai due apostoli Pietro e Paolo, due personalità diverse e
talora in conflitto, ma pure unite nella fede e nel martirio. Sottolineo la
parola due, sin dall’inizio c’è la pluralità, la differenza e la fraternità, non
l’unità che si impone autoritariamente. La stessa parola “chiesa” si declina
meglio al plurale.
Forse qui è la grande risorsa per l’avvenire, che noi dobbiamo incominciare
praticare da su bito, dal basso dando a Pietro quello che è di Pietro e ai suoi
fratelli e sorelle quello che loro spetta.
[Domenico Jervolino]