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Fonte: Terrelibere

Elogio della pirateria - Manifesto di ribellione creativa

Carlo Gubitosa — <c.gubitosa@peacelink.it>

In questo preciso istante, in ogni angolo del pianeta, milioni di fuorilegge cospirano nell’ombra per unirsi alla più grande banda di pirati della storia dell’umanità: sono i pirati di musica, video e software, che condividono in rete miliardi di file, e già da anni hanno trasformato internet nel più grande strumento di condivisione della conoscenza che l’uomo abbia mai avuto a disposizione. Le avventure degli hacker, la lotta agli Ogm, le radio e le tv, i graffiti sui muri, i francobolli finti e lo scambio di musica in rete: storie di passione e libertà.

Propongo alcuni stralci dell'omonimo libro acquistabile su Terrelibere.

CAPITOLO II - Pirateria musicale: conversione di un luddista

 

“Nei prossimi mesi i pirati musicali si devono aspettare le nostre denunce. Colpiremo direttamente con azioni penali e civili coloro che condividono file in rete, utenti del peer to peer illegale”.

[Enzo Mazza, direttore generale FIMI Federazione dell’Industria Musicale Italiana.

Dichiarazione del febbraio 2004]

 

Ho scoperto la verità, la luce.

E adesso desidero che tutte le persone del mondo, bianche o nere, giovani o anziane, di qualunque religione o credo politico, tutte possano beneficiare della folgorazione che mi ha illuminato sulla via di internet. Voglio raccontare la mia esperienza perché so che, con il mio esempio concreto, anche altri potranno abbandonare il mondo di tenebra in cui sono immersi senza rendersi conto che vi sono più cose nel computer di quante se ne sognano in cielo e in terra (William Shakespeare, “Amleto”, Atto I, Scena V).

 

 

Partirò dalla mia infanzia.

Sono stato educato al rispetto dei comandamenti cristiani (non rubare), al rispetto della legge (impossessarsi delle cose altrui è reato, art. 624 C.P.) e persino al rispetto della legge dei boyscout (sii leale).

Sono cresciuto senza commettere alcuna azione illecita, anzi da piccolo rubavano a me le merendine o il pallone. Ho persino tentato di impedire furti da parte di terzi, sull’autobus per esempio, ricevendo in cambio minacce in dialetto locale dal reo e l’indifferenza dalla vittima mancata.  Al tempo stesso sviluppavo una certa diffidenza nei confronti del progresso. Sarà stato per una vocazione ambientalista trasmessami dallo scautismo, sarà stato per un attaccamento alle tradizioni ereditato in famiglia, sarà stato per istinto, ma — senza saperlo — ero, nel mio piccolo, un precursore dello “sviluppo sostenibile”. Qualunque cosa significhi.

Usavo ed uso poco l’automobile, considero non casuale la coincidenza sottolineata da Luciano Di Gregorio tra la parola cellulare intesa come telefonino e la parola cellulare intesa come mezzo di traduzione dei detenuti (e a tutt’oggi il telefonino non ce l’ho) e vedevo nel personal computer una minaccia per l’umanità: uno strumento complicato da usare; il responsabile di tanti licenziamenti; un asettico contenitore di parole che nulla aveva a che vedere con l’odore, il fruscio e la polverosa poesia dei libri; l’oggetto di tante conversazioni “elitarie” tra amici più esperti che mi mandavano in bestia quando usavano parolacce come basic, giga, harddisk...  Avevo, modestamente, una bella scrittura, comprensibile, ed una gestione ordinata dello spazio del foglio. Il computer per me era inutile; era, tutt’al piú, una costosa e superflua versione della macchina per scrivere.  “Il computer a me non serve” — affermavo allora con solide certezze.  Al liceo e all’università non mi era mai servito. D’altra parte i miei genitori mi avevano iscritto al liceo scientifico; figurarsi se c’era spazio per l’informatica togliendo ore, magari, al latino...

Ma quando venne il momento di scrivere la tesi, fui costretto a rapportarmi con questo minaccioso elettrodomestico. Andavo quotidianamente a casa di mia sorella, che, pazientemente, mi insegnò come accenderlo e come usare il programma di videoscrittura. Forse da qualche parte conservo ancora il foglietto su cui mi ero annotato le procedure di accensione e di spegnimento, temendo che un eventuale errore avrebbe potuto provocare l’esplosione del computer, una reazione termonucleare, l’estinzione del genere umano e soprattutto la perdita dei dati della mia tesi.  Però non era difficile.

“Lo userò come una macchina per scrivere” — mi ero ripromesso in quello che sarebbe stato il secondo di una lunga serie di proclami destinati a evaporare come la tenuta di Clemente Mastella in una coalizione. 

 

Era una strana macchina da scrivere, devo dire. Era comodo poter cancellare, correggere, ampliare e tagliare senza dover riscrivere tutto il foglio. Era bello vedere le proprie parole scritte nei caratteri usati dai libri o dai giornali veri.

Era inebriante.

Discussi la tesi a giugno e nell’autunno dello stesso anno acquistai il mio primo computer. Pian piano nel computer iniziai a scriverci di tutto. Dai diari dei miei viaggi ai numeri di telefono della mia rubrica, dal curriculum alla classifica dei film più belli che avevo visto, dai documenti utili per il lavoro a carte intestate finte per fare scherzi. Tutto. Rientrare a casa ed accendere il computer era una successione di azioni automatica. Anche se non avevo in mente di scrivere niente. Ma in fondo c’era sempre qualcosa da scrivere. Dovevo fornire a mia madre (che stava scendendo a fare la spesa) il nome del deodorante che mi era finito? Lo scrivevo al computer, mica glielo dicevo a voce...

Era il 1995. Internet già esisteva, ma la usavano in pochi. Ricordo che, alla vigilia di un concorso, pernottai a Bologna a casa di amici. Tornando dalla pizzeria, uno di essi si rese disponibile a mostrarci questa famosa internèt, con l’accento sull’ultima “e”. Avevamo sonno ed eravamo già a letto mentre costui collegava strani fili, smanettava sulla tastiera e produceva suoni mai sentiti prima. C’erano dei problemi. Di connessione, forse. Di affollamento della rete, sosteneva l’esperto.

Mi addormentai convinto che internet fosse un bidone.

Di internet iniziò a parlarmi con una certa insistenza anche un altro amico. Ne parlavano ormai anche i giornali e le televisioni. Mi ero fatto una mia idea. Era un’idea a metà tra il distaccato e il catastrofico. Da un lato ritenevo il web un inutile gioco per adulti immaturi alla ricerca del superfluo, di surrogati della realtà, di disperati che chattano on line, di pedofili; dall’altro lato vedevo internet come un diabolico strumento di controllo delle nostre azioni, delle nostre scelte, delle nostre opinioni e dei nostri file. Un Grande Fratello poteva accedere, senza che noi ce ne accorgessimo, nei nostri computer.

“Internet non mi interessa e non lo userò mai” — fu il mio terzo proclama.  Però molte altre cose mi interessavano: viaggiare, la politica del Medio Oriente, le iniziative dei miei concittadini sparsi per l’Italia, la storia serba, il materiale per il mio lavoro e per i miei passatempi, le tradizioni arberesh.  Tutto questo esiste nella realtà ma non si trova dietro l’angolo.

 

È difficile da trovare. Su internet è un po’ più facile.

Ma forse internet richiede competenze particolari? No, ad internet — mi mostrarono alcuni amici — si accede spostando un paio di volte il mouse e cliccando altrettante volte un tasto. Il timore di non possedere adeguate nozioni aveva ed avrebbe ancora continuato a compromettere il mio approccio con l’informatica.

Mi collegai ad internet. Il sistema a casa mia era un po’ artigianale e l’attrezzatura comprendeva un filo telefonico lungo sette metri, perché la presa era distante, ed un precario apparecchio telefonico usato solo per questo scopo. La lentezza era oggettivamente esasperante, ma soggettivamente, per me, adeguata. Potevo vedere le nuvole sopra Sarajevo, sapere che la bomba di Hamas esplosa a Netanya non aveva alterato i bei lineamenti dell’impiegata della “Hertz” di piazza Indipendenza, scoprire che Balasevic aveva finito un altro disco. Per me era già molto.

“Internet va bene, ma di posta elettronica neanche a parlarne.

È contro la privacy”.

Questo fu il proposito che durò meno degli altri. Fu solo una questione di giorni, forse di ore. Per me che già interpretavo come un miracolo il fax, ossia un foglio che spedito da un luogo può comparire, uguale, dall’altra parte del mondo, l’idea di poter inviare le mie parole a Palermo o a Tallinn, magari contemporaneamente e a costo quasi zero, fu subito stuzzicante e coinvolgente.

 

È andata a finire che pochi mesi dopo, nell’ambito di una mailing list professionale, ho scambiato email con uno che lavora al piano di sotto del mio ufficio e che vedo quotidianamente. “Mi dai il numero telefonico di tizio?” — mi chiese un giorno. “Stasera te lo mando via email” “Ma che cavolo dici? Non puoi guardare adesso nell’agenda che tieni in mano...?” A parte conversazioni surreali come quella di cui sopra, però, le email possiedono la capacità di rendere più cordiali i rapporti interpersonali. Immaginate un’agenzia viaggi bielorussa, ossia di un Paese in cui è ancora necessario ottenere un invito formale per chiedere poi le prenotazioni alberghiere e quelle dei titoli di viaggio e successivamente il visto. Solo via email sarebbe stato possibile scegliere un treno notturno Varsavia - Minsk invece di uno diurno sulla base di osservazioni — da parte dell’impiegata bielorussa — del tipo: “Ti consiglio il treno notturno così puoi dormire come un angioletto...” Avrebbe scritto la stessa cosa in una lettera ordinaria formale? Chissà se la posta elettronica riuscirà finalmente a schiantare anche il burocratese della nostra pubblica amministrazione. Sinceramente ne dubito.

E siamo all’ultimo stadio. La musica. Esistono programmi per mezzo dei quali si possono scaricare via internet canzoni e persino film. Ne sentivo parlare da un po’ di tempo in articoli che evidenziavano i danni arrecati dalla pirateria e la minaccia alla sopravvivenza dei diritti d’autore. Un dibattito interessante. Ma qui entravano in gioco i miei ideali di legalità a cui facevo riferimento all’inizio del mio racconto.

Ero a casa di un amico, che, peraltro, da tempo mi sollecitava ad acquistare uno strumento informatico più al passo con i tempi. Tardo pomeriggio.

Lui era seduto davanti al computer, collegato ad internet, ed io ero disteso sul letto, lontano dal monitor. Si parlava distrattamente di politica, dunque di ladri e infine di tecnologia.

Napster. Ne avevo sentito parlare e mi ero fatto un’opinione precisa.  Con una certa prosopopea espressi il mio pensiero; ricordo ancora le parole precise, una per una: “Non capisco perché se rubo un cd da un negozio di dischi commetto un reato, mentre se lo scarico da internet deve essere legale.  Per me è la stessa cosa”. Ed ero talmente convinto di essere nel giusto che non prestai molta attenzione alle argomentazioni del mio amico ed oggi, infatti, non le ricordo nemmeno.

Ricordo, però, che il mio amico mi chiese il nome del mio cantante serbo preferito, quello di cui in Italia non è mai arrivato un disco. Il mio amico scaricò canzoni di Djorde Balasevic, poi toccò a Shlomo Artzi e quindi ad Anna German. Non potevo crederci. Improvvisamente non era più necessario andare a Belgrado o a Tel Aviv o a Varsavia per procurarsi certe canzoni.  Erano lì. Nel computer.

“C’è anche questa canzone?” — e dissi il nome di una canzone lituana.

C’era.

“E questa cantante?”

C’era anche quella.

“Copia, copia!”

Copiammo tutta la sera e poi tutta la notte, ma era ancora poco. Avrei dovuto prepararmi con una lunga lista di richieste precise perché il tempo stringeva e il giorno dopo avrei dovuto prendere il treno. “Scarica! Non perdiamo tempo, scarica! Scarica tutto, dannazione!”

“Ma — mi canzonò l’amico — scaricare da internet non è come rubare in un negozio di dischi...?” Rubare... Che parola grossa. Al massimo è un riequilibrio autogestito dei prezzi del mercato dei dischi, che sono veramente scandalosi. Rubare, pirateria... Chiamiamolo, piuttosto, intervento antiinflazionistico, ma non è neanche questo.

 

È una specie di esproprio proletario.

 

È un modo per attaccare le multinazionali. Rubare... Che c’entra? Anzi, c’è una positiva ricaduta sociale e culturale. Il mondo si avvicina; possiamo aprirci alla conoscenza di altre culture. Contaminazioni, si usa dire. Rubare? La musica scaricata da internet è uno strumento di fratellanza universale. “C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare?” — sosteneva un personaggio di Eduardo De Filippo

(che, invero, voleva esprimere

il concetto esattamente opposto al mio...). Ce ne sono tante di parole più adatte, altro che rubare o pirateria.

Adesso ho un nuovo computer, scelto sulla base di nuove e mutate esigenze.

 

È una sorta di stazione multimediale e c’è un programma che si chiama “eMule”. Sono in attesa della linea Adsl. Ovviamente ho scelto l'opzione che mi consentirà di collegarmi 24 ore su 24 ad un canone fisso. Però, nell’attesa, non resisto e sto già acquisendo, espropriando, riequilibrando il mercato, colpendo le multinazionali. Praticamente sono già collegato 24 ore su 24 e non esco più di casa. Mi portano il cibo attraverso la finestra. 

Guardo con compassione quei tecnoanalfabeti che ancora mettono piede nei negozi di dischi. Questo, veramente, succede soprattutto quando sono lontano dalla mia città perché qui i cosiddetti “cd fatti in casa” sono da tempo un’affermata tradizione e nei negozi di dischi ci vanno soltanto gli ispettori della Finanza insospettiti da dichiarazioni dei redditi alquanto prossime allo zero.

Il termine “pirateria” suona delicato e soave alle mie orecchie e lo associo ad una legittima forma di redistribuzione delle risorse. E poi alcuni pirati erano degli eroi. Sandokan, per noi ragazzi, era un modello positivo: per questo ho anche televotato per salvare Kabir Bedi dall’eliminazione nell’isola dei morti di fama.

Se mi chiedete le caratteristiche tecniche del mio computer, non vi saprei rispondere. Ma so a cosa mi serve e so che cosa voglio. Voglio tutto. Canzoni, film, tutto. Voglio un nuovo programma informatico che mi porti a casa le orchestre ed i cantanti. Non mi basta sentire la loro musica; devono materializzarsi e suonare dal vivo sulla mia scrivania. Voglio che resusciti Ofra Haza.

Voglio tutte le canzoni del mondo dalla notte dei tempi ad oggi ed anche quelle del futuro. Ne ho diritto. Bisogna scriverlo nella Costituzione europea: siamo un libero spazio di scambi commerciali ed un mercato comune.  Anzi, il mercato deve tener conto delle priorità sociali e la priorità sociale assoluta è la condivisione gratuita della musica internazionale in un’ottica di fratellanza universale.

Domani ho un appuntamento; devo andare all’ASL. Se mi trattengono al Dipartimento delle Dipendenze Patologiche, siate voi a promuovere questa nuova visione del mondo e diffondetela tra coloro che vivono ancora nelle tenebre.

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CAPITOLO IV – CiberPirati

 

“Ogni società ha bisogno di incoraggiare lo spirito di cooperazione volontaria tra i cittadini. Quando i padroni del software ci raccontano che aiutare il prossimo in un modo naturale è ‘pirateria’, stanno contaminando il senso civico della nostra società. [...] Se un amico ti chiede di copiare un programma, è sbagliato rifiutare, perché la solidarietà è più importante del copyright. [...] In Unione Sovietica ogni fotocopiatrice era sorvegliata da una guardia che impediva di effettuare copie proibite: le ragioni di questo controllo delle informazioni erano politiche, negli Stati Uniti, invece, riguardano il profitto”.

[Richard Matthew Stallman, programmatore e fondatore della Free Software Foundation]

 

 

“Io sono un hacker: entrate nel mio mondo.

Avete mai guardato che cosa c’è dentro gli occhi di un hacker, voi con la vostra mente pretecnologica e la vostra psicologia da due soldi? Vi siete mai chiesti quali sono le forze che danno forma alla mia vita? Ora questo mondo è nostro, ed è il mondo degli elettroni e dei circuiti, dominato dalla bellezza delle reti. Noi esploriamo le frontiere della conoscenza e voi ci.chiamate criminali. Siamo una comunità che esiste a dispetto delle differenze razziali, della nazionalità e delle religioni, e voi continuate a chiamarci criminali. Siete voi quelli che costruiscono bombe atomiche, che dichiarano guerra ad altri paesi, siete voi che uccidete, imbrogliate, ci mentite e provate a convincerci che lo fate per il nostro bene, ma alla fine i criminali siamo noi. Si, io sono un criminale, e il mio crimine è la curiosità. Il mio crimine è quello di giudicare le persone per quello che dicono e pensano, e non per le loro apparenze. Il mio crimine è quello di essere più intelligente di voi, e questo non me lo perdonerete mai. Io sono un hacker, è questo è il mio manifesto. Potete fermarci individualmente, ma non potrete mai fermarci tutti”.

 

Queste parole, scritte in inglese e tradotte nelle più svariate lingue del mondo, riecheggiano nel ciberspazio dall’8 gennaio 1986, quando un misterioso pirata del software noto come “The Mentor” affida al popolo delle reti un “Manifesto Hacker” che diventa la carta d’identità della generazione di pionieri telematici che ha popolato le comunità virtuali degli anni ‘80, determinandone abitudini, codici morali e regole sociali ben prima che i politici e gli uomini d’affari iniziassero a dettare legge nell’infosfera delle reti nata all’insegna della cultura libertaria.

 

L’hacking e le pratiche di libero scambio dei programmi bollate come “pirateria informatica” non hanno niente a che vedere con azioni criminali o con altre pratiche antisociali, ma sono dei meccanismi virtuosi di sviluppo culturale e tecnologico caratterizzati da una particolare attitudine verso la conoscenza, una curiosità e una sete di sapere lasciate in eredità dalle controculture degli anni ‘60 nate all’interno dei campus universitari statunitensi.

Più in generale l’etica hacker, lo spirito che anima l’informazione libertaria, è nata ancora prima dei calcolatori elettronici, e si è manifestata in tutti gli episodi della storia umana in cui gli individui hanno deciso che la conoscenza in grado di rivoluzionare il mondo era più importante delle regole stabilite per mantenere lo status quo.

Le consuetudini di condivisione del software che negli anni ‘60 sono state praticate della prima comunità di hacker del Massachusetts Institute of Technology, sono un fenomeno sociologico e culturale che ha consentito lo sviluppo della moderna scienza informatica e la nascita dei personal computer. L’etica hacker sviluppata nei laboratori del MIT è il fondamento culturale e filosofico di una nuova generazione di artisti e scienziati, che sviluppano il loro talento e le loro potenzialità attraverso la condivisione della conoscenza, la libertà di accesso alle informazioni, la libertà di copia, di analisi e di modifica del software.

Nella lingua inglese il verbo “to hack” significa letteralmente “fare a pezzi”, “tagliare”, “smontare”. Chi di noi non ha mai provato da bambino a smontare il ferro da stiro o qualche altro apparecchio? Qualcuno ha la fortuna di rimanere bambino anche con il passare degli anni, resistendo ad un sistema che cerca in tutti i modi di spegnere la sete di conoscenza trasformandola in un meccanico nozionismo.

Questa gioiosa curiosità è la molla principale che spinge gli hacker di tutto il mondo a smontare il software, cercando di capire come funziona per migliorarlo e modificarlo in base alle proprie esigenze, a smontare la cultura, l’informazione l’economia per capire i meccanismi che le governano, a smontare le regole sociali per riscriverle secondo criteri di logica, efficienza, creatività, bellezza e genialità che spesso mandano all’aria tradizioni e consuetudini.

Essere un hacker, oggi come negli anni ‘60, significa appartenere ad una comunità di persone che condivide il gusto di risolvere problemi per divertimento, applicando la propria intelligenza a qualunque problema logico, meccanico o filosofico, con uno spirito leggero che considera il gioco come una cosa molto seria.

 

È questa la differenza tra un hacker e un semplice programmatore: il primo crea software per divertimento e con passione, il secondo produce programmi per contratto, soltanto a pagamento, e con la fredda meccanicità di un impiegato che non è più in grado di appassionarsi a quello che fa.

Gli hacker non sono guidati in ciò che fanno da un interesse economico, ma usano i computer come uno strumento per l’espressione libera e creativa della loro mente. Rincorrendo soluzioni sempre più efficaci a problemi sempre più complessi, gli hacker migliorano continuamente circuiti elettronici e programmi, accettando nuove sfide intellettuali per il puro gusto di vincerle. Un hacker è una persona che non vuole solo risolvere un problema, ma sente il bisogno di sottometterlo alla propria intelligenza. Non basta trovare una soluzione qualunque: bisogna trovare la soluzione più elegante, semplice e brillante al tempo stesso.

Tutto comincia in un giorno di maggio del 1962, quando un gruppo di hacker cambia la storia del pianeta e tiene a battesimo il primo videogioco della storia, presentato in occasione dell’annuale festa del Massachusetts Institute of Technology.

Steve Russell e altri hacker del laboratorio di Intelligenza Artificiale (Ai Lab) danno in pasto ai circuiti del loro calcolatore PDP1 un nastro di carta con ventisette pagine di linguaggio assembly, installano uno schermo extra — in realtà un gigantesco oscilloscopio — e per tutto il giorno stupiscono un pubblico incredulo e stupito che si accalca intorno allo schermo per guardare due navi spaziali che cercano di colpirsi a vicenda, cercando di contrastare l’attrazione del sole ed evitando al tempo stesso le collisioni con altri corpi celesti.

 

È il battesimo di “Spacewar”, il capostipite dei videogiochi elettronici.

La “palestra di allenamento” degli appassionati di informatica del Mit è il Tech Model Railroad Club, dove gli amanti dei trenini elettrici, per far funzionare i loro modellini, imparano a destreggiarsi tra relais e circuiti.

Con l’arrivo al laboratorio di intelligenza artificiale del Pdp1 l’amore per i trenini cede il posto ad una nuova, grande passione: la programmazione dei mainframes, i primi mastodontici calcolatori apparsi durante gli anni ‘60 nelle università e nei centri di ricerca.

All’interno del Mit, il laboratorio di Intelligenza Artificiale guidato da Marvin Minsky e John McCarthy diventa la culla dei primi hacker, individui legati da una passione comune per il cibo cinese, la fantascienza, la libertà dell’informazione e i computer.

 

 

Oggi la stampa e le multinazionali del software associano al termine “hacker” attività criminali o sovversive, ma nella sua accezione originale questo appellativo è stato coniato all’interno del Mit per indicare appassionati di matematica, logica ed elettronica capaci di penetrare nel cuore delle nuove tecnologie dell’informazione, persone in grado di usare allo stesso tempo il saldatore, l’oscilloscopio e i linguaggi di programmazione di alto livello per trovare soluzioni eleganti ed efficaci per i loro programmi, in una gara continua per riscrivere lo stesso algoritmo utilizzando una riga di codice in meno.

In questo ambiente creativo e libero vengono sviluppate tecniche informatiche e programmi che ancora oggi sono correntemente utilizzati. Ogni hacker del Mit usava il codice degli altri come punto di partenza per una continua rincorsa al miglioramento del software, e incarcerare i programmi nella gabbia del copyright è una possibilità che non viene nemmeno presa in considerazione. Un “buon hackeraggio” per essere tale deve essere libero. Ogni programma realizzato è aperto ai miglioramenti degli altri, in un processo di perfezionamento continuo e collettivo di tutte le creazioni dalla prima comunità hacker.

La vera eredità dei ragazzi del Mit è la cosiddetta “etica hacker”, una serie di norme non scritte che si sviluppano tra loro in maniera spontanea e naturale:

1. L’accesso ai computer — e a tutto ciò che può insegnarti qualcosa su come funziona il mondo — dev’essere totale e illimitato. L’imperativo è “metterci su le mani”!

2. Tutta l’informazione deve essere libera.

3. Dubita dell’autorità — promuovi il decentramento.

4. Gli hacker dovranno essere giudicati per ciò che fanno, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale. 

5. Con un computer puoi creare arte e bellezza.

6. I computer possono cambiare la tua vita in meglio.

 

Anche “Spacewar” viene distribuito liberamente e gratuitamente come tutte le opere dell’ingegno nate all’ombra dell’etica hacker, e in poco tempo si diffonde a macchia d’olio in tutti i centri universitari americani. Il produttore dei calcolatori Pdp, la Digital Equipment Corporation, decide di inserire Spacewar in ogni singola macchina venduta, contribuendo ulteriormente alla sua popolarità.

 

Oggi, a più di quarant’anni di distanza dalle prime imprese della comunità hacker del Mit, l’informatica non è più una forma d’arte liberamente praticata all’interno delle università per il progresso del genere umano, e si è trasformata in una gallina dalle uova d’oro ingabbiata e sfruttata da aziende con pochi scrupoli. La gioia creativa dei primi programmatori ha ceduto il passo ad un cupo scenario dove gli utenti e i creativi del software sono entrambi oppressi, anche se in modo diverso, per assecondare la logica del profitto.

L’ultimo dei pionieri è Richard Matthew Stallman, un hacker del Mit che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’informatica introducendo una distinzione tra il “software libero”, che permette di ottenere il massimo beneficio per la società, e il “software proprietario”, progettato per garantire il massimo profitto alle aziende che lo commerciano.  Per essere libero, un programma deve garantire a chiunque la libertà di utilizzo, la libertà di poter guardare com’è fatto e di poterlo adattare alle proprie esigenze, la libertà di aiutare il prossimo distribuendo copie di quel programma, la libertà di migliorare il programma mettendo a disposizione di chiunque le versioni modificate.

 

Lo strumento escogitato da Stallman per garantire la libertà del software è il cosiddetto “copyleft”, un ribaltamento del copyright dove i diritti che la legge riconosce agli autori dei programmi informatici non vengono utilizzati per limitare le libertà degli utenti, ma per ottenere il massimo beneficio sociale dalla circolazione del programma. Il principio del copyleft è quello di trasmettere in modo “ereditario” la libertà del software, facendo in modo che anche le versioni modificate di un programma offrano agli utenti la stessa libertà della versione originale. Il tutto avviene attraverso una licenza d’uso chiamata GPL (General Public License), utilizzata tra l’altro anche per la distribuzione del sistema operativo GNU/Linux.

 

Nell’ottobre 1985 Stallman ha dato vita alla “Free Software Foundation” (Fondazione del software libero), dove tuttora è in attività per difendere la libertà del software (e dei cittadini che lo usano) secondo i principi di libera condivisione nati all’interno della prima comunità hacker del MIT.

 

La distribuzione gratuita del software libero è una minaccia per chi si guadagna la vita scrivendo programmi? Molti pensano di no, e vedono nel free software una opportunità di guadagno per i programmatori indipendenti che possono liberarsi dal controllo delle aziende, utilizzando la rete come canale di distribuzione dei propri programmi per vendere servizi di consulenza e di adattamento del software alle particolari esigenze di un cliente.

 

Ho conosciuto “Elettrico” per caso, in rete. Ovviamente questo non è il suo vero nome, bensì un “nickname”, un nomignolo con cui molti cittadini del ciberspazio scelgono di abbandonare la propria identità anagrafica per costruirne una nuova in rete.

 

È lui che mi ha spiegato che la legge italiana sul diritto d’autore riconosce ai colossi dell’informatica i diritti di sfruttamento economico dei programmi scritti dai loro dipendenti, che in questo modo perdono il controllo sulle opere del loro ingegno. La storia di “Elettrico” è quella di un programmatore che attraverso anni di lavoro subordinato ha maturato una visione del mondo dell’informatica certamente non convenzionale, secondo la quale l’applicazione da parte delle aziende del cosiddetto “diritto d’autore”, non va solamente a danno degli utenti, ma penalizza in primis gli stessi autori dei programmi.

 

I racconti di Elettrico relativi alle esperienze vissute in una casa di produzione del software italiana hanno dell’incredibile, e le condizioni di lavoro a cui era sottoposto sembrano una sapiente miscela degli incubi di George Orwell e Carlo Marx, un misto di sfruttamento e intrusione nella privacy dei lavoratori:

 

Lavorai sodo, mi capitò anche di fermarmi fino a mezzanotte.  Alla fine del mese mi accorsi che in busta non c’erano straordinari. Alle mie domande mi venne risposto: “noi gli straordinari li convertiamo in ore di permesso retribuito”. Senza chiedere, ovviamente, il mio parere. Ebbi la seconda sorpresa quando venni ripreso per un “assiduo scambio di mail con la segretaria”. In realtà l’assiduo scambio si limitava a due, tre mail al giorno, in cui ci si diceva “ciao, come stai”, le solite cose insomma, ci stavamo simpatici ed essendo in uffici diversi ci si parlava così. Di fatto mi venne intimato di non usare la posta interna per gli affari miei, e così feci. Nessuno riuscì a capire come facesse il nostro capo a conoscere il contenuto della nostra posta elettronica.

 

Anche la segretaria venne ripresa, arrivando addirittura chiederle di che tipo fosse la nostra relazione, con evidente fastidio riguardo al fatto che i dipendenti potessero instaurare rapporti di qualsiasi genere all’interno dell’azienda. Un giorno poi, quando arrivai la mattina, non trovai più la “rastrelliera” con la cartolina da timbrare. La timbratrice c’era ma, mi fu ordinato, da quel momento la cartolina avrei dovuto tenerla in tasca e portarmela a casa.

 

La sicurezza in azienda era un altro tasto dolente. Un rapido elenco potrebbe partire da cavi di terra collegati alle tubature dell’acqua fino ad arrivare alle ciabatte aperte, i cavi schiacciati fra le porte, la LAN aggrovigliata ai cavi elettrici (passava dentro le stesse canaline e prese!), i circa 100 volt misurati sui cavi di rete, allungati con collegamenti volanti fatti con pezzi di nastro isolante, e così via. Si lavorava in questa situazione, e guai a lamentarsi.

 

Io sono uno sviluppatore, cioè uno di quelli che teoricamente perderebbero il lavoro se tutti copiassero il software. Premesso che non credo che una cosa simile potrebbe accadere, faccio alcune considerazioni: quando ho iniziato a lavorare venivo pagato 1.400.000 lire nette al mese. Sfogliando i contratti che la mia azienda stipulava con le ditte a cui forniva i programmi scoprii che essa percepiva circa 700.000 nette per ogni mio giorno lavorativo. Nel momento in cui ho un’idea per risolvere un problema e la applico in un progetto della mia azienda ne perdo immediatamente la “proprietà”, quella che tutti i cari signori della Bsa e delle compagnie informatiche dicono di voler tutelare.

 

Il fatto che siano state brevettate delle procedure informatiche estremamente stupide (come, ad esempio, quelle necessarie per visualizzare una finestra) è un fatto assurdo. Questo vuol dire che se io, in un software scritto da me, scrivo una procedura simile a quelle già brevettate, facendomi venire un’idea che qualcun altro ha già messo sotto brevetto, sto commettendo una grave violazione e sono perseguibile a norma di legge.

 

È evidente che le leggi sul copyright in generale, e quelle sul software in particolare, mirano a proteggere le grandi aziende produttrici, non certo il programmatore solitario che decide di scrivere un buon software e venderlo ad un prezzo ragionevole per ricavarne qualcosa.

 

Mi sembra perciò assurdo parlare di qualcosa di “rubato” quando si parla di software copiato per uso personale. Il problema è che il vero furto lo compie chi paga qualcuno il 6% del ricavo che fa entrare in azienda; il vero furto è quello che mi impedisce di usare nei miei programmi una routine inventata da me solo per che l’ho ideata per un prodotto della mia azienda; il vero furto è assumere delle persone, farle sgobbare e sottopagarle per fargli convertire i propri software nelle più varie lingue del mondo, e poi vendere centinaia di migliaia di copie di quei programmi. 

La piaga dei brevetti sul software, che condiziona il lavoro di “Elettrico” e di migliaia di programmatori indipendenti in tutto il mondo ha raggiunto negli ultimi anni proporzioni grottesche: il 21 febbraio 1997 Bill Gates ha vinto il premio per il “peggior brevetto software dell’anno”, relativo al brevetto numero 5.552.982, che corrisponde a un “metodo e sistema per l’elaborazione di campi in un programma di elaborazione dei documenti”, praticamente una tecnica per associare il testo di una lettera ad un numero qualsiasi di indirizzi a cui spedire la stessa missiva. Un sistema, insomma, già incluso in un numero vastissimo di programmi per l’elaborazione dei testi attualmente in commercio.

 

Questo premio in negativo vuole denunciare la facilità con cui vengono rilasciati brevetti negli Usa, soprattutto nel settore dell’informatica, dove i piccoli sviluppatori di software sono costretti a lavorare camminando su un campo minato fatto da centinaia di migliaia di brevetti, il più delle volte relativi ad algoritmi di base e a tecniche che ormai sono patrimonio comune di tutti i programmatori.

 

La reinvenzione indipendente è la norma nell’ambito della programmazione, e di conseguenza è molto alta la probabilità di dover sostenere delle spese giudiziarie semplicemente per aver reinventato una tecnica già brevettata. Solo grandi aziende dotate di uffici legali specializzati possono affrontare le trappole dei brevetti, e nulla protegge i programmatori indipendenti dall’uso accidentale di una tecnica brevettata, e quindi dall’essere citati in giudizio per questo motivo.

 

Anche nel vecchio continente lo scenario relativo ai brevetti software sembra destinato ad una evoluzione (o meglio ad una involuzione) che riproporrebbe in chiave europea gli stessi problemi e le stesse limitazioni che negli Stati Uniti hanno praticamente immobilizzato i programmatori indipendenti a tutto vantaggio dei grandi potentati informatici. Un’operazione del genere, tradotta dall’informatica alla letteratura, sarebbe equivalente alla concessione di brevetti su alcune frasi di uso corrente. Scrivere “Ciao, come stai?” in un libro o in una rivista diventerebbe un’operazione accessibile solo a grandi gruppi editoriali che possono permettersi di assumere una staff legale per controllare che quella semplice frase non sia già stata brevettata da qualcun altro, ed eventualmente pagare profumatamente il diritto di utilizzo della frase.

 

La battaglia legale contro l’introduzione della brevettabilità del software a livello europeo è ancora aperta: il 21 dicembre 2004 il governo della Polonia ha impedito che il Consiglio dell’Unione Europea raggiungesse una linea comune sulla questione. Alcuni tra i più noti esponenti europei della comunità informatica (tra cui Linus Torvalds, Monty Widenius e Rasmus Lerdorf) avevano dichiarato pubblicamente che la proposta del Consiglio era “deludente, pericolosa, e democraticamente illegittima”, e Wlodzimierz Marcinski, il ministro polacco della scienza e dell’informazione, di fronte alla pesantezza di queste affermazioni è volato personalmente a Bruxelles per scongiurare all’ultimo minuto il raggiungimento di un accordo.

 

Nel frattempo Ibm ha “liberato” 500 brevetti software, ceduti per uso gratuito alla comunità del software libero. La rinuncia è stata facile, dal momento che nel solo 2004 l’ufficio brevetti Usa ha concesso a Ibm 3.249 brevetti, e per il dodicesimo anno consecutivo l’azienda si colloca saldamente in testa alla classifica americana dei “brevettatori”.

Se le regole sulla brevettabilità del software in vigore negli Usa venissero estese non solo all’Europa, ma anche al resto del mondo, questa operazione condotta in nome dei sacri principi di giustizia che molti associano all’idea di brevetto si trasformerebbe in una subdola e violenta forma di colonizzazione digitale nei confronti dei paesi impoveriti.

 

Infatti la stragrande maggioranza dei brevetti software è stata registrata da aziende statunitensi, che potrebbero obbligare i programmatori del sud del mondo a pagare un “pizzo” per scrivere nuovi programmi, per il semplice fatto di aver utilizzato semplicissime tecniche di programmazione, magari reinventandole da zero, senza accorgersi che queste tecniche erano state già brevettate da qualcun altro: una vera e propria “tassa sulle idee”.

Per quanto riguarda il diritto alla libera copia del software, la lotta dei ciberpirati contro le leggi repressive dettate al Parlamento italiano dalle lobby del software e dell’intrattenimento ha una storia che viene da lontano. Dieci anni fa la compressione MP3 dei file sonori era ancora un lontano miraggio, e diffondere musica su internet era pressoché impossibile.

 

A quel tempo il “crimine telematico” per eccellenza non era lo scambio di musica ma addirittura la “detenzione di modem”: a che serve un modem si chiedevano giornalisti e magistrati — se uno non ha loschi traffici da gestire, guerre termonucleari da scatenare o messaggi segreti da scambiare? Nel maggio 1994 la terribile equazione che associava la comunicazione elettronica alle attività illegali si trasforma da “semplice” deficit culturale in un vero e proprio teorema giudiziario, che ha scatenato l’ira funesta della Guardia di Finanza su centinaia di persone “colpevoli” di aver gestito un Bulletin Board System, una di quelle “bacheche elettroniche” caserecce che oggi sembrano preistoria informatica.

 

Prima di essere “sorpassate” dal boom di internet, le bacheche elettroniche gestite da privati, e basate su regole ferree che non consentivano il transito di messaggi pubblicitari, sono state la palestra sulla quale si è formata una generazione di “utenti consapevoli”, che ancora oggi cercano di resistere allo “zapping telematico” orchestrato in rete dai giganti delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento.

Nel 1992 una pesantissima azione di lobby della Bsa (Business Software Alliance), la “santa alleanza” dei produttori di software, era riuscita a far approvare delle modifiche alla legge sul diritto d’autore per introdurre una distinzione tra i programmi informatici e le altre opere dell’ingegno, sanzionando col carcere la copia di software “a scopo di lucro”, mentre altri tipi di copia continuavano ad essere perfettamente legali se effettuati per uso personale e senza finalità commerciali.

 

È dall’applicazione distorta di questa “legge su misura” che due anni più tardi nasce l’operazione “Hardware I”, la più grande azione di polizia informatica della storia, passata alla storia con il nome di “Italian Crackdown”.

Dalla procura di Pesaro partono 173 decreti di perquisizione, che attivano 63 reparti della Guardia di Finanza per una serie di sequestri a tappeto: oltre a 111.041 floppy disk, 160 computer, 83 modem, 92 Cd, 298 streamer e 198 cartucce per il backup dei dati vengono sequestrati anche “reperti” totalmente inutili per lo svolgimento delle indagini: riviste, appunti, prese elettriche, monitor, stampanti, tappetini per il mouse, contenitori di plastica per dischetti, kit elettronici della Scuola Radio Elettra scambiati per apparecchiature di spionaggio. Si arriva a sequestrare un’intera stanza del computer, sigillata dalla finanza nel timore che a partire da quella stanzetta qualcuno potesse innescare la terza guerra mondiale.

 

Molti scelgono di patteggiare, anche se consapevoli di non aver fatto nulla di illecito. Altri ne fanno una questione di principio e vanno fino in fondo, come Giovanni Pugliese, uno dei fondatori dell’Associazione PeaceLink, che viene pienamente scagionato nel 2000 dopo un calvario giudiziario durato sei anni.

 

Dopo quell’episodio l’azione di lobby realizzata dalla Bsa (e da Microsoft, che la finanzia) diventa più sottile e impercettibile, ma non meno devastante. Il 26 novembre 1996 la pretura circondariale di Cagliari dichiara in una storica sentenza che copiare software non è sempre reato. La parte in causa è una ditta privata che installa lo stesso programma su tre computer differenti. Il giudice spiega che il fatto non costituisce reato perché c’è una differenza tra lucro e profitto, e la legge punisce solo la copia fatta per lucro, per guadagnare dei soldi, e non quella fatta con profitto, risparmiando sul mancato acquisto di un software.

A questo punto, con la legge 248/2000 un nuovo “ritocco” alla legge 633/41 sul diritto d’autore sostituisce magicamente le parole “a scopo di lucro” con “per trarre profitto”, e dalla sede centrale di Bsa partono immediatamente i fax intimidatori con cui si avvertono le aziende del nuovo cambio di regole.

Questa ennesima “blindatura” del diritto d’autore sul software riesce a introdurre per la copia di software pene simili a quelle per omicidio colposo, e chi copia un programma per uso personale viene trattato allo stesso modo di chi ne fa migliaia di copie per rivenderle sul “mercato nero” dell’informatica. Ma c’è ancora un buco: per quanto riguarda la copia di musica e di video, la legge 248/2000 introduce una distinzione, e punisce la copia di film e canzoni solo se viene effettuata “per uso non personale” e “a scopo di lucro”.

 

Questo residuo spazio di libertà non dura a lungo, e l’azione lobbistica dei colossi dell’intrattenimento spinge i governi verso la criminalizzazione di qualsiasi copia di opere dell’ingegno: nel 2001 l’Unione Europea approva la Eucd, la direttiva europea sul Copyright recepita in Italia con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003.

 

Il diritto naturale alla copia personale delle opere dell’ingegno, che è una declinazione del diritto allo studio e alla cultura, non è facilmente cancellabile, e anche il decreto che recepisce la Eucd lascia aperta una possibilità di scambio culturale tra i cittadini, dal momento che consente la “riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso esclusivamente personale, purché senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali”.  L’inghippo è che scattano comunque le manette se questa copia viene realizzata aggirando i meccanismi tecnologici inseriti a protezione dei contenuti, che ormai sono presenti in tutti i Cd e Dvd. Chi aggira un sistema di protezione per condividere musica e fare un regalo di compleanno alla nonna rischia gli stessi anni di galera di chi aggira le stesse protezioni per rivendere migliaia di copie di quel Cd su mercati clandestini e illegali.

 

È come se l’ingiuria e la strage venissero punite allo stesso modo, entrambe ricondotte ad un medesimo comportamento criminoso descritto con il nome generico e fumoso di “pirateria”.

L’ultimo pastrocchio legislativo è arrivato con il famigerato “Decreto Urbani”, che cambia poco nella sostanza giuridica ma ha seminato già il panico nel grande pubblico della rete. Da una parte i consumatori vengono spinti dalle compagnie telefoniche verso abbonamenti Adsl che allettano gli utenti con la possibilità di scaricare “video e musica”, dall’altra i cittadini si scontrano con le lobby che vogliono bollare questa azione come un reato penale,  indipendentemente dal tipo di materiale scaricato (vado in galera anche se scarico il filmino della prima comunione di mio nipote?) e dall’uso personale o mercantile che ne viene fatto (scarico per ascoltare o per rivendere?).

 

Il bello di questo decreto è che i suoi estensori ne hanno promesso la revisione ancora prima che venisse approvato. Qual è la forza che può spingere un ministro ad approvare una legge scritta male per sua stessa ammissione, e che oggi, nonostante le successive “pezze” legislative nessuno sa ancora interpretare in modo chiaro e univoco?

 

Per capire l’entità di questa forza basta conoscere il pensiero di combatte da più di un decennio contro chi ha sequestrato l’arte e la cultura per trasformarle in un ricco mercato e criminalizzare chiunque non voglia piegarsi alle regole delle grandi lobby del software e dell’intrattenimento.  L’8 febbraio 1996 John Perry Barlow, paroliere del gruppo “cult” Grateful Dead e fondatore della “Electronic Frontier Foundation” scrive un altro testo fondamentale nella storia della comunicazione elettronica: una “Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio” che oggi, a quasi dieci anni di distanza, è più attuale che mai.

 

In questo manifesto tecnolibertario Barlow rinnega l’autorità dei governi mondiali sulla comunità dei pirati di tutto il mondo, e dichiara solennemente che il Ciberspazio, definito dallo stesso Barlow come “il luogo dove si trovano due persone quando fanno una telefonata”, è una specie di “Tortuga” elettronica dove i pirati e in generale tutti i liberi utenti delle reti danno valore solamente alle regole che le comunità producono spontaneamente al loro interno, ben diverse dalle leggi posticce applicate dall’alto per irreggimentare fenomeni che sfuggono alla comprensione dei governanti. Ecco lo storico proclama di libertà nato dalla tastiera di John Perry Barlow:

'Governi del mondo industrializzato, altezzosi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Ciberspazio, la nuova casa della Mente. A nome del futuro, vi chiedo di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete alcun potere nel luogo dove ci riuniamo.  Noi non abbiamo eletto alcun governo ne lo faremo, quindi mi rivolgo a voi con la sola autorità con cui parla sempre la libertà.  Io dichiaro lo spazio sociale globale che stiamo costruendo come naturalmente indipendente dalle tirannie che vorreste imporci.  Voi non avete il diritto morale di governarci ne possedete strumenti repressivi in grado di farci davvero paura. Ogni Governo basa il proprio potere sul consenso dei governati. Voi non avete sollecitato ne ricevuto il nostro. Non vi abbiamo invitato. Non ci conoscete, ne conoscete il nostro mondo. Il Ciberspazio non rientra nei vostri confini. Non crediate di poterlo costruire, perché è un progetto pubblico. Non ce la farete.

 

È un prodotto della natura e cresce da solo tramite le nostre azioni collettive. Non avete mai partecipato alle nostre conversazioni e raduni, ne avete creato la ricchezza dei nostri mercati. Non sapete nulla della nostra morale o dei codici non scritti che già danno alla nostra società più ordine di quanto possa mai ottenersi con le vostre imposizioni.

Sostenete che tra noi esistano dei problemi che voi dovete risolvere. State usando questa scusa per invadere i nostri territori. Molti di tali problemi neanche esistono. Dove ci sono veri conflitti e comportamenti errati li isoleremo e risolveremo a modo nostro. Stiamo preparando un nostro Contratto Sociale. Un accordo che nascerà secondo le regole del nostro mondo, non secondo le vostre. Il nostro è un mondo diverso. Il Ciberspazio consiste di transazioni, relazioni e pensieri, sistemati come un’alta marea nella ragnatela della comunicazione.

Il nostro mondo è sia ovunque che da nessuna parte, ma non si trova là dove vivono i corpi. Stiamo creando un mondo dove tutti possano entrare senza privilegi o pregiudizi assegnati da razza, potere economico, grado militare o luogo di nascita. Stiamo creando un mondo dove chiunque possa esprimere il proprio pensiero, non importa quanto strano, senza paura d’essere forzato al silenzio o alla conformità generale. I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non possono essere applicati a noi. Tali concetti si fondano sulla materia, e qui la materia non esiste. Le nostre identità non hanno corpi, quindi, al contrario di voi, non possiamo accettare ordini imposti con la forza fisica. Riteniamo che il nostro autogoverno possa basarsi su codici di comportamento, illuminato autointeresse, condivisione di beni. E non possiamo accettare le soluzioni che state cercando d’imporci. [...]

 

Nel nostro mondo ogni sentimento ed espressione d’umanità, dal degradante all’angelico, fanno parte di un tutt’uno indefinito, la conversazione globale dei bit. Non è possibile separare l’aria che strozza da quella su cui batte l’ala in volo. In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e Stati Uniti, state cercando di isolare il virus della libertà mettendo sentinelle alle Frontiere del Ciberspazio. Forse il contagio sarà evitato per un breve periodo, ma non potrà funzionare in un mondo presto inondato da media al ritmo dei bit.

 

Le vostre strutture dell’informazione, sempre più obsolete, tenteranno di perpetuarsi proponendo nuove leggi, in America e in tutto il mondo, per affermare di possedere la parola stessa. Queste leggi definiranno le idee come un altro prodotto industriale, non più nobili del volgare ferro. Nel nostro mondo, qualunque cosa creata dalla mente umana può essere riprodotta e distribuita all’infinito senza alcun costo. La trasmissione globale del pensiero non richiede più l’appoggio delle vostre fabbriche. Queste misure ostili e coloniali ci pongono nella medesima posizione di quegli amanti della libertà e dell’autodeterminazione che in altri tempi sono stati costretti a non riconoscere l’autorità di poteri distanti e disinformati. Abbiamo il dovere di dichiarare le nostre identità virtuali immuni al vostro potere, anche se dovessimo continuare a rispettare le vostre leggi con i nostri corpi. Ci sparpaglieremo su tutto il Pianeta in modo che nessuno possa arrestare il nostro pensiero. Noi creeremo la civiltà della Mente nel Ciberspazio. Che possa essere più umana e giusta del mondo fatto dai nostri governi.'

 

Negli anni trascorsi dalla scrittura della “Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio”, alla voce di Barlow si è aggiunta quella di migliaia di altri pirati della libera comunicazione, che nonostante le intimidazioni e il fiorire di leggi repressive hanno rivendicato il diritto allo scambio libero e gratuito del software e delle altre opere dell’ingegno.