Bacone Ruggero
La vita
Ruggero Bacone, il celebre
studioso soprannominato Doctor mirabilis, nacque ad Ilchester, nella
contea del Somerset (Gran Bretagna) nel 1214 ca. da una famiglia benestante.
Egli frequentò le
università di Oxford e Parigi, studiando scienze (astronomia, matematica
ecc.), lingue e fisica e dal 1240 al 1247 insegnò all'ateneo francese.
Nel
1251 ca. entrò nell'ordine francescano, dove B., da studioso, soffrì per il
decreto che proibiva la pubblicazione di qualsiasi libro senza una speciale
autorizzazione scritta dei propri superiori. Detto decreto era stato
promulgato in seguito alla vicenda del trattato di Gerardo di Borgo di San Donnino, francescano gioachimita.
Questa proibizione venne
meno quando B. conobbe il cardinale Guy Foulques, il futuro Papa Clemente IV
(1265-1268), che lo incoraggiò a presentare un piano di riforma degli studi
ecclesiastici e al quale, diventato nel frattempo Papa, B. inviò nel 1267 la
sua opera principale, una enciclopedia sul sapere umano dal titolo Opus
majus, seguita da una forma di compendio del precedente e chiamato Opus
minus e nel 1268 dalla terza parte dell'opera, intitolata Opus tertium,
con maggiori approfondimenti rispetto ai precedenti.
Tuttavia qualche anno dopo
la morte del suo protettore Clemente IV, nel 1277, B. fu accusato dal vescovo
di Parigi Etienne Tempier (lo stesso che aveva attaccato Sigieri da Brabante nel 1270) di ben 219 punti di
“innovazioni sospette” nei suoi scritti e condannato ad essere imprigionato a
vita dal Generale dell'ordine francescano Girolamo Masci [il futuro Papa
Niccolò IV (1288-1292)].
B. morì nel 1292.
B. fu un incredibile ed
eclettico studioso e i suoi studi si occuparono dei più vari e disparati
argomenti dello scibile umano: la riflessione della luce, i miraggi, il
diametro dei corpi celesti, la composizione della polvere da sparo, i
microscopi e telescopi ecc.
La produzione letteraria
di B. fu vastissima, ma la sua principale opera fu, come si diceva, la
trilogia Opus majus, minus e tertium, diviso in sette
parti che trattavano di:
gli
errori e le loro fonti
la
relazione tra teologia e scienze
lo
studio delle lingue bibliche e della loro grammatica
la
matematica, geografia, astronomia e musica della Bibbia
L'ottica
e la prospettiva
Le
scienze sperimentali
La
filosofia morale o etica.
Tuttora rimane poco chiaro
il perché B. sia stato condannato: secondo alcuni autori è stato grazie alla
capacità persecutoria di Etienne Tempier, secondo altri è dovuto alla
pubblicazione nel 1277 di un testo con forti riflessi astrologici, il
Speculum Astronomiæ.
Bembo, cardinale
Pietro (1470-1547)
I primi anni
Pietro Bembo nacque a
Venezia il 20 maggio 1470, primogenito del nobiluomo e senatore della
Serenissima Repubblica Bernardo Bembo (1433-1519). Da piccolo egli viaggiò
spesso con il padre, particolarmente a Firenze: l'amore dei due Bembo per la
cultura toscana si estrinsecò nel monumento a Dante Alighieri, fatto erigere
da Bernardo a Ravenna, e nell'uso scritto e parlato del toscano, preferito da
Pietro in contrapposizione al dialetto veneziano.
Nel periodo 1492-94 B.
studiò greco a Messina, presso la scuola del rinomato filologo Costantino
Lascaris (1431-1501), e qui scrisse il dialogo in latino De Aetna,
pubblicato a Venezia nel 1496 da Aldo Manunzio (1450-1515), presso il quale
egli pubblicò nel 1501-02 anche un'edizione critica delle opere di Petrarca e
di Dante. In seguito, completò i suoi studi a Padova, seguendo i corsi di
filosofia di Pietro Pomponazzi.
Dal 1497 al 1499 e,
successivamente, dal 1502 al 1506, egli abitò a Ferrara, dove iniziò la
stesura della sua opera più famosa, il dialogo Gli Asolani, che venne
pubblicato nel 1505: il dialogo in tre libri, un inno all'amore spirituale e
alla bellezza divina, è ambientato nella villa di Asolo della famosa ex regina
di Cipro, Caterina Cornaro (1454-1510).
A Ferrara, inoltre, egli
conobbe Ludovico Ariosto (1474-1533), ma soprattutto ebbe una relazione
amorosa (secondo alcuni autori, solo platonica) con la famosa Lucrezia Borgia
(1480-1519), della quale conservò gelosamente un ricciolo dei suoi leggendari
capelli biondi.
La carriera al
servizio della Chiesa e il periodo a Padova
Nel 1506 B. si trasferì a
Urbino alla corte di Guidobaldo I (1482-1508) e poi di Francesco Maria I della
Rovere (1508-1516), ma nel 1512 lasciò la città marchigiana per accompagnare a
Roma l'amico Giuliano dÈ Medici (1479-1516), dove l'anno successivo il
fratello di questi, Giovanni dÈ Medici (1475-1521), fu eletto papa con il
nome di Leone X (1513-1521). A sua volta, Giuliano fu creato Capitano Generale
delle truppe pontificie, mentre B. divenne segretario (insieme a Jacopo Sadoleto) del papa, rimanendo così stabilmente a Roma
fino al 1521.
In questo periodo B. si
innamorò di Ambrogina Faustina Della Torre, da lui soprannominata la Morosina,
e da cui ebbe tre figli, Lucilio, Torquato ed Elena. L'influenza della
Morosina sulle decisioni di B. fu elevata: infatti, dopo la morte di Leone X
nel 1521, ella riuscì a convincere B. a ritirarsi dalla sua funzione pubblica
a causa della sua salute malferma e a trasferirsi a Padova. Qui B. formò una
ricca biblioteca nella propria villa di Treville e si circondò di un vivace
circolo culturale, di cui fece parte anche Aonio Paleario ed il filosofo benedettino Vincenzo Maggi
(1498-1564), poi convertito alla Riforma ed esule nel cantone Grigioni nel
1553.
Nel 1529 B. accettò il
posto di storiografo ufficiale di Venezia e, l'anno dopo, di bibliotecario
della Libreria Nicena (poi Marciana) di Venezia. A questo periodo risalgono le
altre opere principali di B., come le Prose della volgar lingua (1525)
e le Rime (1530).
Bembo tra gli
ecclesiastici spirituali
Nel 1535 morì l'adorata
Morosina, e fu da questo periodo che B. si dedicò sempre più alla carriera
ecclesiastica, accostandosi in particolar modo all'evangelismo, alle dottrine
di Erasmo e al circolo degli ecclesiastici spirituali, di
coloro cioè che volevano una riforma dall'interno della Chiesa Cattolica,
formato, tra gli altri, dai cardinali Gasparo Contarini,
Giovanni Morone e Reginald Pole, dal generale dei cappuccini Bernardino Ochino, oltre che dall'umanista Marcantonio Flaminio e dalla marchesa Vittoria Colonna, con la quale B. ebbe una fitta
corrispondenza.
Quattro anni dopo, nel
1539, il papa Paolo III (1534-1549) gli offrì il titolo di cardinale, e due
anni dopo B. fu nominato vescovo di Gubbio e, nel 1544 di Bergamo: in quest'ultima
diocesi, alla sua morte, gli subentrò Vittore Soranzo.
Il suo impegno evangelico
rimase comunque immutato: infatti nel 1541 egli difese l'accordo di Contarini
con Melantone sulla dottrina della giustificazione.
Infine morì a 77 anni, a
Roma il 18 gennaio 1547.
La gioventù
Il famoso filosofo
Giordano Bruno (il nome di battesimo era Filippo, ma lo cambiò in Giordano
quando entrò nell'ordine dei domenicani) nacque nel gennaio (o febbraio) 1548
a Nola, in provincia di Napoli, dal gentiluomo (dedito alla carriera militare)
Giovanni Bruno e da Fraulissa (o Fraulisa) Savolino, modesta proprietaria
terrena. A Nola B. frequentò il ginnasio locale e nel 1560 si trasferì allo
Studio, un liceo di Napoli, dove studiò lettere, logica, dialettica e
filosofia aristotelica [quest'ultima sotto l'agostiniano Fra Teofilo da
Vairano (m. 1578)].
Nel 1565 B. entrò come
novizio nel convento domenicano di San Domenico Maggiore, dove il 16 giugno
1566 prese i voti, diventando professo. Come già detto, in questa
occasione egli prese il nome di fra Giordano.
A San Domenico B. si fece
notare per le sue capacità mnemoniche, tant'è che nel 1568-69 venne invitato a
Roma da Papa Pio V (1566-1572), al quale dedicò la sua prima opera (andata
perduta) L'arca di Noé. Nel periodo 1568-72 egli proseguì i suoi studi
di logica e filosofia e nel 1572 venne ordinato sacerdote. Nello stesso anno
si iscrisse al corso di Teologia presso lo Studio, dal quale uscì laureato nel
luglio 1575.
In questo periodo B.
coltivò la lettura di autori alquanto off-limits per un convento, come
Raimondo Lullo (1235-1315), testi di cabala, neoplatonici come Plotino (205-270), Porfirio (ca.
233-305), Giamblico (ca. 245-ca. 325) e Proclo (ca. 410-485) fino a Nicola
Cusano (1401-1464), del quale B. apprezzò il tentativo di conciliare
tradizione magica neoplatonica e Cristianesimo, e al grande Erasmo da Rotterdam, con il quale condivise la critica alla
Chiesa cattolica.
B. abbandona la tonaca
All'inizio del 1576 la
crisi: trascinato in un violento battibecco con un confratello, B. venne
accusato di arianesimo e di antitrinitarismo, ma egli non attese il processo a suo
carico, preferendo invece fuggire a Roma, presso il convento di Santa Maria
sopra Minerva, dove però, alla fine del marzo 1576, si mise ancora nei guai,
essendo stato accusato di aver provocato la morte di un frate domenicano,
testimone nel suo processo napoletano. B. allora prese la decisione di gettare
la tonaca e dirigersi verso il nord Italia, a Genova, Noli, Savona, Torino e
Venezia, dove venne pubblicato un'altra sua opera perduta, il trattato
astrologico DÈ segni dÈ tempi. Nella vicina Padova si rivestì con la
tonaca (probabilmente per puri motivi di opportunità), recandosi a Brescia,
Bergamo, Milano, ed infine a Chambery, nella Savoia, dove svernò nel 1578-79
per poi proseguire per Ginevra nella primavera 1579.
B. a Ginevra
Nella città svizzera, B.
venne subito avvicinato dal marchese di Vico, Galeazzo Caracciolo, capo della comunità degli esuli
religiosi italiani, che cercò di convincere B. a convertirsi alla religione calvinista, al cui credo pare che B. aderisse per un certo
periodo. Tuttavia il soggiorno ginevrino venne guastato da un clamoroso
incidente di percorso con il professore di filosofia dell'Accademia Antoine De
la Faye (1540-1615), alle cui lezioni il filosofo nolano aveva assistito. In
uno scritto polemico, B., vero esperto del pensiero aristotelico, contestò ben
20 errori commessi in una sola lezione da De la Faye, vera e propria
imprudenza perché quest'ultimo, molto immanicato politicamente presso l'establishment
calvinista, fece arrestare B. e il nostro poté cavarsela, il 27 agosto 1579,
solo con un penoso atto di pentimento pubblico, seguito dalla distruzione
pubblica, a cura dello suo stesso autore, dello scritto polemico. Scontata
l'umiliante pena, B. lasciò immediatamente Ginevra per Tolosa, in Francia,
dopo aver transitato da Lione.
B. in Francia
A Tolosa B. rimase per
circa venti mesi, divenendo lettore pubblico di filosofia e scrivendo un
commento al Tractatus de sphaera mundi dell'astronomo agostiniano
Johannes de Sacrobosco (1195-1256), ma fu costretto nel 1581 a lasciare Tolosa
a causa della guerra civile tra cattolici e
ugonotti e, mediante un viaggio avventuroso e pieno di
pericoli, si recò a Parigi. Qui egli tenne un ciclo di trenta lezioni alla
Sorbona sugli attributi divini secondo Tommaso d'Aquino (1221-1274), che
suscitarono l'ammirazione del re francese Enrico III (1574-1589), al quale B.
dedicò il suo De umbris idearum, un testo di arte mnemotecnica,
ispirata alle dottrine del francescano Raimondo Lullo (1235-1315). Il periodo
molto favorevole per B. gli permise di poter scrivere e pubblicare diversi
altri trattati di mnemotecnica, come Cantus circaeus e De
compendiosa architectura et complemento artis Lullii, oltre alla commedia
in lingua italiana Il candelaio.
B. in Inghilterra
Nell'aprile 1583, al
seguito dell'ambasciatore Michel di Castelnau (1520-1592), signore di
Mauvissière, B. si recò in Inghilterra, a Londra, dove, secondo lo storico
John Bossy, svolse attività di spionaggio, sotto lo pseudonimo di Henry Fagot,
al servizio di Sir Francis Walshingham (m.1590) proprio contro l'ambasciatore
francese.
Comunque, a parte questo
episodio alquanto oscuro, in Inghilterra B. conobbe diversi personaggi famosi
dell'epoca, come la stessa regina Elisabetta I (1558-1603), John Dee, il nobile polacco Albert Laski (m. 1605), nipote
del riformatore Jan Laski, e il poeta Sir Philip Sidney (1554-1586), del
quale divenne amico, dedicandogli la sua famosa opera Spaccio della bestia
trionfante.
Pubblicò inoltre altre
opere fondamentali come Ars reminiscendi, Explicatio tringinta
sigillorum, Sigillus sigillorum, De la causa, principio et uno,
De infinito, universo et mondi, La cabala del cavallo pegaseo con
l'aggiunta dell'asino cillenico e Degli eroici furori (anche quest'ultima
dedicata a Sidney). B. si recò anche ad Oxford, dove però si scontrò con il
teologo inglese, e futuro vescovo di Oxford, John Underhill (ca. 1545-1592) in
un dibattito sulla filosofia aristotelica, degenerata ben presto in una rissa
verbale. Nonostante l'incidente egli venne accettato come docente di
filosofia, tuttavia non era destino egli rimanesse per troppo nella città
universitaria: infatti alla terza sua lezione imperniata sulle teorie
copernicane, venne tacciato di plagio nei confronti di Marsilio Ficino
(1433-1499) e invitato ad andarsene.
Il filosofo nolano,
offesissimo, lasciò Oxford per tornare a Londra, ma anche qui fu protagonista
di un ennesimo episodio di scontro con i cattedratici inglesi. Infatti,
durante una cena presso il nobile Sir Fulke Greville (1554-1628), il 15
febbraio 1584 (Mercoledì delle ceneri), egli entrò in polemica sulle sue idee
sull'universo con due professori di Oxford, tali Torquato e Nundinio
[pseudonimi probabilmente del medico George Turner (1565-1610) e del
sopramenzionato John Underhill], A dir la verità, furono proprio questi ultimi
a provocare la rissa: il tutto venne descritto in uno dei suoi più famosi
libri La Cena delle ceneri, fortemente caustico nei confronti della
realtà inglese del momento. La pubblicazione dell'opera provocò una tale
reazione a catena (compresa la devastazione dell'ambasciata francese) da
costringere B. a ritornare in Francia nell'ottobre 1585.
B. nuovamente in
Francia
Ma in Francia la
situazione politica era cambiata: la tensione tra cattolici e ugonotti era
alle stelle e i Duchi cattolici di Guisa guidavano la Santa Unione, o Lega,
opponendosi al re Enrico III, che aveva nominato suo erede al trono, nel 1584,
il cognato protestante Enrico di Borbone. Da lì a poco il confronto sarebbe
sfociato in tragedia con la fuga del re da Parigi nel maggio 1588,
l'assassinio, su ordine del re, dei Duchi di Guisa nel dicembre 1588, e la
morte del sovrano stesso, ucciso a sua volta dal pugnale di un fanatico
domenicano, Jacques Clément, nell'agosto 1589.
B. rimase in Francia solo
nove mesi, ma in questo periodo il suo spirito indomitamente polemico gli
procurò altri guai in almeno due occasioni: quando insultò un protetto dei
cattolici Guisa, il matematico salernitano Fabrizio Mordente, inventore del
compasso differenziale, al quale dedicò il sarcastico dialogo Idiota
triumphans seu de Mordentio inter geometras deo [il litigio era nato da
una presentazione non molto lusinghiera di B. (Dialogi duo de Fabricii
mordentis salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetria
praxim) sull'invenzione del Mordente], e quando pubblicò l'opuscolo
anti-aristotelico Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos
peripateticos, suscitando la reazione risentita dei cattedratici francesi
del Collège de Cambrai, anche se la paternità dell'opera fu prudentemente
occultata come farina del sacco del suo principale allievo, Jean Hennequin.
B. in Germania e in
Boemia
Nuova emigrazione
dell'inquieto filosofo, questa volta in Germania, nel giugno 1586: dopo una
veloce passata a Marburg (dove ebbe tempo di litigare con il rettore
dell'università, Petrus Nigidius!), B. arrivò a Wittenberg nell'agosto 1586 e
qui egli insegnò filosofia all'università per due anni e poté pubblicare
diverse opere, come De lampada combinatoria lulliana, De progressu
et lampada venatoria logicorum, Artificium perorandi,
Animadvertiones circa lampadem lullianam e Lampas tringinta statuarum.
Ma nel 1588 egli decise di
lasciare Wittenberg per le mutate condizioni religiose: infatti al luterano
Augusto I, principe elettore di Sassonia (1541-1586), era succeduto il figlio
Cristiano I (1586-1591), che aveva nominato suo cancelliere Nicholas Crell (o Krell), il cui pensiero religioso era
allineato con la dottrina dei filippisti, seguaci di Philipp Melantone, cioè una forma di cripto-calvinismo con
simpatie verso alcuni punti della dottrina di Giovanni Calvino.
Grazie al suo potere,
Crell favorì la promozione di calvinisti a posizioni di rilievo e prestigio:
la perdita dei riferimenti luterani accelerò la decisione del nolano di
abbandonare Wittenberg, dopo una dotta orazione d'addio (Oratio
valedictoria) pronunciato l'8 marzo 1588 davanti ai professori e studenti
della locale università.
Si recò allora a Praga,
dove fece pubblicare i suoi Articuli centum et sexaginta adversus huius
tempestatis mathematicos atque philosophos, dedicati all'imperatore
Rodolfo II (1576-1612). Questi donò a B. una borsa di 300 talleri, ma non un
incarico all'università al quale il filosofo ambiva, ragione per cui B. decise
di emigrare nuovamente, questa volta ad Helmstadt, nel ducato del Braunschweig
(Brunswick), dove poté insegnare, dal gennaio 1589, come libero docente
all'Accademia Giulia, fondata dal duca Julius von Braunschweig-Wolfenbuttel
(1568-1589), alla morte del quale B. scrisse la Oratio consolatoria.
Almeno formalmente egli aderì, in questo periodo, al luteranesimo, ma ciò non impedì al sovrintendente della
locale Chiesa luterana Gilbert Voët (da non confondere con il teologo olandese
calvinista Gisbert Voët) di scomunicarlo, ufficialmente per
filo-calvinismo, ma più probabilmente per espressioni ingiuriose che B. aveva
pronunciato contro il pastore stesso.
La scomunica luterana
(quindi, dopo quella cattolica e calvinista, anche l'ultima delle tre maggiori
confessioni cristiane occidentali lo aveva scomunicato!) non impedì a B. di
continuare a vivere a Helmstadt, anche per la benevolenza del nuovo duca
Heinrich Julius (1589-1613), fino alla primavera 1590 e di concepire qui i
suoi trattati sulla magia, come De magia, Theses de magia, De
rerum principiis et elementis et causis, Medicina lulliana e De
magia mathematica.
Il 2 giugno 1590 B. giunse
a Francoforte, ma la richiesta di un permesso di soggiorno venne respinta dal
senato della città, e quindi il filosofo alloggiò provvisoriamente presso un
convento di carmelitani. Riuscì comunque a pubblicare la sua importante
trilogia di trattati filosofici in latino (De triplice minimo et mensura,
De monade, numero et figura e De innumerabilis, immenso et
infigurabili seu de universo et mundis), dedicati al duca Heinrich Julius,
e, dopo aver passato l'inverno a Zurigo come docente privato di filosofia,
rientrò a Francoforte nella primavera 1591 per curare la pubblicazione del
De imaginum, signorum et idearum compositione, una rivisitazione dei suoi
testi sulla mnemotecnica. Nella città tedesca egli fu raggiunto dalla lettera
del nobile veneziano Giovanni Mocenigo, che lo invitava a recarsi a Venezia
per insegnare l'arte della memoria. B. accettò e nell'agosto 1591 partì alla
volta dell'Italia.
B. ritorna in Italia
Perché il più volte
scomunicato B. abbia accettato di rientrare in Italia è stato oggetto di
approfondite analisi di critici e storici e varie sono le ipotesi formulate:
A
livello europeo, B. era oramai isolato ed era stato scomunicato ripetutamente,
mentre, d'altra parte, Venezia era nota per una certa autonomia ed
indipendenza decisionale nei confronti del potere papale.
Il
Mocenigo aveva offerto denaro e ospitalità per poter ricevere lezioni
sull'arte mnemotecnica (anche se il suo principale intendimento era di essere
iniziato alle arti occulte) e gli estimatori generosi di B. non erano poi così
numerosi.
Nella
vicina Padova era vacante la prestigiosa cattedra di matematica e le
esperienze di Oxford, Praga e Francoforte avevano mostrato a B. come era
difficile vivere senza una rendita fissa.
Ma
alcuni autori ipotizzano che B. si sentisse addirittura investito di una
missione: realizzare praticamente la nuova visione dell'uomo in senso
panteistico e magico e finalmente mondato dal dogmatismo e dall'intolleranza
della Chiesa.
Comunque nell'agosto 1591
B. giunse a Venezia, e dopo tre mesi si recò a Padova, dove cercò inutilmente
di ottenere la cattedra di matematica e dove, con l'aiuto del suo discepolo
Jerome Besler (1566-1632), scrisse il De vinculis in genere e Lampas
triginta statuarum.
Ritornato a Venezia, B.
snobbò e trascurò il lavoro di precettore del Mocenigo, un nobile sì ma di
scarsa cultura, che, come già detto, era probabilmente più interessato alle
arti occulte, che a quelle mnemotecniche. Deluso e sentendosi truffato,
Mocenigo, dopo aver raccolto delle informazioni sul suo conto presso un
corrispondente a Francoforte, fece arrestare B. la notte del 22 maggio 1592 e
lo consegnò all'Inquisizione con l'accusa di eresia e blasfemia.
Nei due mesi successivi B.
venne sottoposto a 7 interrogatori (o costituti), al termine dei quali B.
chiese di abiurare e di essere perdonato e i giudici veneziani sembravano
perfino favorevoli a questa soluzione.
B. a Roma: il processo
e la morte
Tuttavia il Santo Uffizio
romano chiese a gran voce, il 12 settembre, la sua estradizione: questo primo
tentativo fu respinto dai giudici veneziani, ma nulla essi poterono contro una
seconda richiesta, motivata dal fatto che B. comunque non era cittadino
veneziano. Il 27 febbraio 1593 B. fu dunque trasferito a Roma ed incarcerato
nel palazzo del Santo Uffizio. I successivi 7 anni si trascinarono in
interminabili interrogatori (e probabili torture, soprattutto dal 1597) da
parte di una Congregazione composta da sette cardinali e otto teologi, che
dovettero anche studiare le sue innumerevoli opere.
Nel 1597, anno del rogo di Francesco Pucci e della condanna di Tommaso Campanella, detenuti nella stessa prigione di B.,
nel processo di quest'ultimo subentrò il cardinale gesuita Roberto Bellarmino
(1542-1621) (futuro persecutore di
Galileo Galilei e del Campanella), il quale nel 1599 enucleò
le seguenti otto proposizioni di B. ritenute eretiche dalla Chiesa:
1) L'anima mundi e
la materia prima sono i due principi eterni delle cose,
2) Da una causa infinita
deve derivare un infinito effetto,
3) Non esiste l'anima
individuale,
4) Nulla si crea e nulla
si distrugge,
5) La Terra si muove,
6) Gli astri sono angeli
ed esseri animati,
7) La Terra è dotata di
un'anima sensitiva e razionale,
8) L'anima non è la forma
del corpo dell'uomo.
Dal 18 gennaio 1599 tra B.
e gli inquisitori iniziò una complessa partita di scacchi, basata su accuse,
ripensamenti, colpi di scena e quant'altro. Inizialmente gli venne richiesto
ufficialmente di abiurare: egli cercò dapprima di prendere tempo, e perfino
cedette in febbraio per poi inviare un memoriale difensivo in aprile. Si pensò
di utilizzare nuovamente la tortura, quando, il 10 settembre, egli dichiarò di
volersi sottomettere alla Chiesa, salvo poi rimettere in discussione solo una
settimana dopo. Ma la situazione precipitò dopo la denuncia di un anonimo che
il principale bersaglio della sua opera Lo spaccio de la bestia trionfante
fosse il papa.
L'irrigidimento di ambedue
le posizioni portarono infine alla inevitabile condanna a morte di B. l'8
febbraio 1600 ed in quella occasione egli pronunciò la famosa frase: Forse
con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi
io nel riceverla.
La mattina del 17 febbraio
1600 egli venne condotto a Campo dei Fiori, dove venne spogliato dei vestiti,
fu issato sul rogo, gli fu impedito di parlare con una mordacchia in legno e
infine fu bruciato vivo, in quanto impenitente (quelli che si pentivano
venivano strozzati prima del rogo).
300 anni dopo, il 9 giugno
1899, nonostante fortissime resistenze cattoliche, venne inaugurato il
monumento a lui dedicato in Campo dei Fiori: fu un'occasione di riunione delle
anime anticlericali dell'Italia umbertina, massoni,
repubblicani, radicali, positivisti, tutti debitori di questo martire del
libero pensiero filosofico e scientifico.
Il pensiero
Il complesso pensiero di
B. è stato per molti anni circoscritto all'ambito ermetico, un po' equivocando
sul termine di “mago” e molto grazie ai lavori della studiosa inglese Francis
Yates. Riscoperto recentemente, il pensiero di B. è una miscela di filosofia
antiaristotelica, magia naturale (la magia divina, in contrasto con la magia
diabolica), religione naturale, mnemotecnica e panpsichismo (il mondo è
vivo e sensibile, come anche per Bernardino Telesio e Tommaso Campanella).
L'universo aristotelico
finito e diviso in sfere celesti stava stretto a B., che contrapponeva un
universo infinito e unico. Secondo B., la natura animata del mondo (anima
mundi), secondo un concetto tipicamente neoplatonico, presenta due
aspetti: la forma e la materia. La forma è l'anima universale e la sua
principale facoltà, l'intelletto, muove la materia (materia prima)
dall'interno.
È quindi logico che egli
si appassionasse alle teorie astronomiche di Niccolò Copernico (1473-1543),
sebbene non fosse tanto la loro portata scientifica che lo interessava, bensì
le speculazioni filosofiche che ne potevano derivare: l'infinito superava
perfino il concetto copernicano di eliocentrismo e univa tutto, anche gli
opposti, che, nell'unità dell'infinito, coincidevano l'uno nell'altro, un
concetto caro ad un autore molto amato da B., cioè Nicola Cusano.
L'attacco ai metodi lenti
e metodici della scolastica aristotelica B. lo portò sviluppando l'arte della
mnemotecnica, un tecnica rapida e quasi “magica” per impossessarsi del sapere.
E questo sapere se ne impossessa l'eroico e furioso ricercatore della
verità, che ubbidisce solamente all'istinto della razionalità nella sua cerca
della vera conoscenza, cioè il concetto del principio unico, da cui generano
tutte le specie e tutti i numeri. Quindi la religione propugnata da B. è una
religione razionale o naturale, privo di quel dogmatismo, intransigenza,
ignoranza, ipocrisia, fede cieca ed inconsapevole, tipici delle confessioni
cristiane dell'epoca, che l'avevano perseguitato per tutta la sua vita e che,
alla fine, l'avevano portato sul rogo.