Cabala o Kabbalah o
Qabbalah (XV secolo)
Serie di dottrine
esoteriche e mistiche di origine ebraica. Secondo alcuni autori, le tre grafie
possibili della parola, che in ebraico significa tradizione, indicano tre
momenti di sviluppo di questa scuola:
Kabbalah
È la scuola mistica
ebraica nata circa 2000 anni fa. Il suo fondamento è lo studio per arrivare al
segreto della conoscenza di Dio, come manifestata dalle seguenti 10 sefirôth,
cioè stadi o emanazioni o attributi di Dio stesso:
Keter
(Corona eccelsa)
Chokhmah
(Sapienza)
Binah
(Intelligenza)
Chesod
(Amore)
Dîn
(Giustizia)
Rachamîn
(Pietà)
Nezach
(Eternità)
Hôd
(Maestà)
Jesôd
(Fondamento)
Malkûth
(Regno)
Benché la K. sia
strettamente collegata alla tradizione ebraica, e quindi, osservante della
halakhah (norme di comportamento) e della haggadah (letteratura
ebraica e scopo didattico), essa fa comunque uso di complesse tecniche
alfanumeriche, come:
notariqon,
dove ogni parola può diventare l'acronimo di altre parole.
gematriah,
dove ad ogni parola viene dato un valore numerico
temurah,
dove avviene uno scambio di lettere di una parola per trasformarla in
un'altra.
Nella K. lo scopo degli
studiosi si indirizzava verso due direzioni: la K. speculativa, il cui fine
era la conoscenza di Dio e la K. magica, che approfondiva lo studio della
magia dei numeri e delle lettere.
Cabala
Nel XIV e XV secolo, il
mondo cristiano venne in contatto con i concetti della Kabbalah, attraverso
gli ebrei spagnoli convertiti al Cristianesimo (i cosiddetti conversos),
ma soprattutto per mezzo dei lavori di Pico della Mirandola, in particolare
alcune sue tesi contenute nelle Conclusiones philosophiae, cabalisticae et
theologicae, condannate nel 1486 dalla Chiesa durante il papato di
Innocenzo VIII (1484-1492).
In Europa, la C. si fuse
con l'occultismo cristiano: infatti anche lo stesso Pico affermò che la C.
poteva servire a provare dottrine come la divinità di Cristo e la Trinità.
Famosi studiosi di C.
dell'epoca furono Johannes Reuchlin, Cornelius Agrippa,
Guillaume Postel e Paracelso (Bombast von Hohenheim).
Qabbalah
Inizio del XX secolo un
revival delle Cabala, denominata Qabbalah, si mischiò con elementi magici e fu
largamente impiegato dal mago Aleister Crowley (1875-1947) e dalla società
ermetica dell'Alba Dorata (Golden Dawn).
Dopo la morte di Giovanni Calvino nel 1564, la sua dottrina si diffuse
rapidamente in diversi paesi europei all'infuori della Svizzera, soprattutto
in seguito alla Seconda Confessio Helvetica del 1566, scritto da Johann Heinrich Bullinger in risposta ad una richiesta
dell'Elettore-Palatino Federico III, detto il Pio (1559-1576), che aveva
annunciato la sua adesione al c. nel 1563:
In
Scozia, per mezzo dell'opera del riformatore John Knox, dove i fedeli vennero denominati presbiteriani.
In
Francia, dove il c. prosperò fino alla strage della notte di San Bartolomeo
del 1572, gli aderenti presero il nome di Ugonotti (vedi sotto).
In
Olanda, grazie al lavoro di Guy de Brès (o Bray), che pubblicò la Confessio Belgica
nel 1561.
In
Germania, come già precedentemente detto, il c. si diffuse soprattutto nei
territori del Palatinato, grazie alla (precedentemente menzionata) conversione
del principe Federico III. Successivamente, e non senza pesanti frizioni con i luterani, il c. si espanse nelle contee di Nassau, Brema,
Lippe, nell'Assia-Cassel, nei ducati di Schleswig-Gotthorp, Meclemburgo,
Slesia, Brieg e Liegnitz e soprattutto nell'importante principato del
Brandeburgo, dove più volte si tentò senza successo una fusione con il
luteranesimo.
In
Polonia si instaurò una situazione piuttosto fluida, dove convivevano c., sociniani (unitariani),
anabattisti e cattolici, soprattutto grazie alla tolleranza
del re Stefano Bàthory (1575-1587). La situazione cambiò radicalmente con il
successore Sigismondo III (1587-1632), il quale reintrodusse a forza il
cattolicesimo, perseguitando ogni forma di protestantesimo.
In
Ungheria buona parte della nobiltà aderì al c. secondo la Confessio
Hungarica del 1557, adottata nel sinodo di Czenzer.
Per
quanto concerne l'Inghilterra, Calvino aveva scritto al giovane re inglese
Edoardo VI (1547-1553) e al suo tutore, il conte di Somerset, per aiutarli
nella revisione del Book of Common Prayer (il libro delle preghiere
utilizzato dalla Chiesa Anglicana), e nella seconda edizione del 1552 si
sentì l'influenza del riformatore ginevrino. Tuttavia Edoardo morì a soli 15
anni nel 1553 di tubercolosi, e dopo la parentesi di 5 anni di regno della
sorella cattolica Maria Tudor (soprannominata Maria la Sanguinaria per le
feroci persecuzioni contro i protestanti), la nuova regina, la famosa
Elisabetta I (1558-1603), preferì una formula di compromesso tra c. e
cattolicesimo, adottando in pratica la teologia del primo e l'organizzazione
del secondo.
Ugonotti e calvinismo
in Francia
Ma fu soprattutto in
Francia dove si giocò una partita senza esclusione di colpi tra c. e
cattolicesimo. Benché l'inizio della diffusione della Riforma in Francia
avesse prevalentemente un indirizzo luterano, in seguito fu il c. a prendere
il sopravvento finché, intorno al 1560, i regnanti francesi incominciarono a
preoccuparsi della diffusione del nuovo credo: alla fine del 1561 vi erano più
di 670 chiese calviniste in Francia.
I protestanti francesi,
oramai un quarto della popolazione, si denominavano ugonotti (dal tedesco
eidgenosse = confederato) e avevano posto le basi per un vero e proprio
partito ugonotto, che, raccogliendo le istanze borghesi, faceva opposizione
alla politica del re.
Già nel 1534 l'affissione
di manifesti (placards) protestanti contro la Messa, posti perfino
sulla porta della camera da letto del re Francesco I (1515-1547), aveva
provocato una violenta campagna anti-protestante. In quel periodo la reazione
cattolica aveva portato sul rogo diversi protestanti, tra cui il noto uomo
d'affari Étienne de la Forge, e lo stesso Calvino, di passaggio nella capitale
francese in quel momento, riuscì, un po' avventurosamente, a scappare dalla
Francia per recarsi nel gennaio 1535 a Basilea.
Nel 1559 morì il re Enrico
II (1547-1559), persecutore degli ugonotti, e nel 1561 la vedova Caterina de
Medici cercò di organizzare una riunione, senza risultato utile, a Poissy tra
i teologi cattolici e quelli protestanti, a cui partecipò il noto teologo di
Ginevra Théodore de Béze.
Nonostante che i
protestanti fossero finalmente riusciti ad ottenere un primo riconoscimento
dei loro diritti nell'Editto di Saint-Germain del 1562, proprio da quell'anno
scoppiò una guerra civile senza quartiere tra le fazioni ugonotte, guidate da
Luigi di Navarra, principe di Condé (catturato e ucciso nel 1569), e i
cattolici, guidati dai Duchi di Guisa. Il pretesto fu uno scontro tra le
opposte fazioni il 1 marzo 1562 a Vassy, nella Champagne, dove la scorta
armata dei Guisa attaccò un gruppo di protestanti riuniti per una funzione
religiosa, uccidendone 48.
Dopo otto anni di dura
lotta, contraddistinta da atrocità da una parte e dall'altra, nel 1570 i
cattolici giunsero ad una fragile pace a Saint-Germain con i protestanti
guidati dall'ammiraglio Gaspard de Coligny (1519-1572), calvinista dal 1560,
il cui prestigio e influenza a corte era tale da convincere la Francia ad
aiutare gli olandesi nella loro lotta per la libertà contro gli spagnoli.
I cattolici tentarono
diverse volte di eliminare Coligny, ma l'occasione d'oro per Caterina e i
Guisa per organizzare un regolamento di conti con gli ugonotti si presentò in
coincidenza del matrimonio tra Margherita di Valois, sorella del re Carlo IX
(1560-1574), ed il protestante Enrico di Borbone e Navarra (il fratello del
principe di Condé).
Tutta la nobiltà
protestante venne a Parigi per le nozze, cadendo nell'atroce trappola, che
scattò nella notte del 23 agosto 1572 (la notte di San Bartolomeo), dove i
cattolici scatenarono una vera e propria caccia all'uomo, uccidendo de Coligny,
massacrando più di tremila protestanti a Parigi, tra cui l'umanista Pierre de
la Ramée (Petrus Ramus)(1515-1572) autore di riferimento per il Puritanesimo inglese, e quasi trentamila (secondo alcuni
autori, anche oltre quarantamila) ugonotti in tutta la Francia. La guerra
civile riprese, più violenta che mai, e durò fino al 1576.
Il nuovo re Enrico III
(1574-1589), pressato da più parti per favorire ora i cattolici ora i
protestanti, alla morte prematura nel 1584 dell'erede al trono, il fratello
Duca d'Angiò, nominò suo successore il cognato protestante Enrico di Borbone,
ma i cattolici, organizzati dai Guisa nella Santa Unione, o Lega, obbligarono
il re a fuggire da Parigi nel maggio 1588 e lo forzarono a nominare un nuovo
erede nel cardinale di Borbone.
Il re si vendicò
dell'umiliazione, facendo assassinare i due fratelli Duchi di Guisa nel
dicembre 1588, ma fu, a sua volta, ucciso dal pugnale di un fanatico
domenicano, Jacques Clément, nell'agosto 1589.
Gli successe allora
proprio Enrico di Borbone, con il titolo di Enrico IV (1589-1610), ma la lega
cattolica non lo riconobbe come sovrano, facendo incoronare il cardinale Carlo
di Borbone con il titolo di Carlo X (1523-1590, re: 1589-1590). Enrico IV,
abile politico e militare, riuscì comunque a riunificare la Francia in pochi
anni. Resisteva solo la città di Parigi, roccaforte cattolica: per poter
entrare nella capitale e farsi incoronare, Enrico dovette abiurare dalla
propria fede riformatrice nel 1593 per convertirsi al cattolicesimo. Fu in
quell'occasione che avrebbe pronunciato (ma la cosa non è storicamente
accertata) la famosa frase “Parigi vale bene una messa!”.
Tuttavia nell'Editto di
Nantes del 1598, il re proclamò una tolleranza abbastanza ampia per i suoi
ex compagni di fede, che potevano ricoprire cariche pubbliche, aprire scuole,
avere un esercito e delle roccaforti di difesa e perfino godere di un
contributo statale per il mantenimento dei pastori.
L'editto rimase valido
fino al 1685, anno in cui il re Luigi XIV (1654-1715) lo abolì, scatenando una
campagna repressiva contro gli ugonotti talmente crudele che lo stesso Papa
Innocenzo XI (1676-1689) criticò i metodi addottati.
La gioventù
Il famoso riformatore Jean
Cauvin (nome umanistico Giovanni Calvino) nacque a Noyon in Piccardia
(Francia) il 10 luglio 1509 da Gerard Cauvin e Jeanne Le Franc.
Il padre, cancelliere,
notaio apostolico ed in seguito procuratore del capitolo della cattedrale di
Noyon, era uomo di fiducia del vescovo Charles de Hanguet, il quale procurò al
giovane C. un beneficio (una rendita) nel 1521 e un secondo nel 1527.
Dapprima C. studiò a Noyon
sviluppando una solida formazione umanistica, poi si trasferì con la famiglia
nel 1523 a Parigi, dove frequentò il collegio de la Marche ed il collegio
Montaigu, per studiare arti liberali e teologia.
Ma nel 1528 C. abbandonò
gli studi di teologia per iscriversi alla facoltà di legge dell'università di
Orléans, e in seguito si trasferì a Bourges, all'università voluta da
Margherita di Angoulême, sorella di Francesco I di Francia, diventata da poco
regina di Navarra.
Nel 1531 il padre Gerard,
nel frattempo caduto in disgrazia e sotto scomunica per motivi di bilanci
finanziari sospetti, morì e la famiglia dovette promettere di pagare i debiti
per ottenerne la sepoltura in terra benedetta.
C. ritornò a Parigi
frequentando i corsi dell'Accademia (il Collège Royal de France) e pubblicando
nel 1532 la sua prima opera, un commento a De Clementia di Seneca.
Intorno al 1533 C. iniziò
a definirsi protestante: alcuni autori raccontano che la pietra miliare sia
stata il discorso di apertura per l'anno accademico, scritto per l'amico
Nicolas Cop (c. 1450- dopo 1534), rettore dell'università, ed intriso di
concetti luterani ed erasminiani. Il clamore suscitato dal contenuto del
discorso, letto il giorno di Ognissanti 1533, ed una taglia sulle loro teste,
obbligò ad una fuga precipitosa da Parigi il lettore, che riparò dal padre a
Basilea, e l'autore, che si allontanò in direzione Orleans, travestito da
vignaiolo con una zappa in spalla.
Dopo varie peripezie (fu
anche arrestato a Noyon per aver rinunciato ai suoi benefici, ma riuscì a
fuggire), C. arrivò nel 1534 a Nerac, nel Bearn, da Margherita di Angoulême,
dove incontrò il noto umanista Le Fèvre d'Étaples.
In seguito C. ritornò a
Parigi, ma proprio nel momento sbagliato, e cioè in piena campagna
anti-protestante, scatenata dall'affissione di manifesti (placards)
contro la Messa, posti perfino sulla porta della camera da letto del re
Francesco I. La reazione cattolica portò al rogo diversi protestanti, tra cui
il noto uomo d'affari Étienne de la Forge, e C. riuscì, un po'
avventurosamente, a scappare nuovamente dalla Francia per recarsi nel gennaio
1535 a Basilea.
Calvino in Svizzera
A Basilea C. lavorò
alacremente al suo primo lavoro di notevole spessore: la Christianae
religionis institutio, un compendio di dottrina cristiana scritto nel 1535
e pubblicato nel 1536 e con una prefazione indirizzata direttamente a
Francesco I di Francia.
Mentre veniva stampata la
sua opera, C. si recò a Ferrara, sotto lo pseudonimo di Charles d'Espeville,
alla corte di Renata d'Este, figlia di Luigi XII di Francia, e grande
protettrice dei riformatori italiani, di cui C. diventò il direttore
spirituale, e quindi in Francia per sistemare alcuni affari di famiglia (tra
l'altro convertì due suoi fratelli). Decise infine nel luglio 1536 di recarsi
a Strasburgo, ma, a causa delle operazioni militari dovuti alla guerra in
corso tra Francesco I e l'imperatore Carlo V, egli dovette fare un giro lungo
passando da Ginevra.
La città svizzera aveva da
poco aderito alla Riforma grazie all'impegno dell'irruente predicatore Guillaume Farel, a cui non parve vero poter convincere
l'autore della Christianae religionis institutio a rimanere. Ad essere
precisi, C. non ne voleva proprio sapere, ma Farel minacciò che lo avrebbe
addirittura maledetto, se non avesse accettato di restare!
I due tentarono di
installare un governo teocratico regolato dalle leggi stabilite nelle
Ordonnances ecclésiastiques (Ordinanze ecclesiastiche), scritte da
C. con l'aiuto di Farel: il controllo e la disciplina ecclesiastica erano
demandati ai pastori, i bambini dovevano essere catechizzati, gli “indegni”
espulsi dal territorio ginevrino. La reazione della città fu molto negativa e
questo sistema molto poco tollerante, basato sulla censura morale e la
scomunica, spinse il consiglio cittadino ad esiliare Farel e Calvino il 23
aprile 1538.
Farel si recò a Neuchâtel,
mentre C., passando dapprima da Basilea, andò a Strasburgo, chiamato dai
riformatori Martin Bucero e Wolfgang Capito (1478-1541) a dirigere la
chiesa dei profughi francesi. Qui C. si sposò con Idelette de Bure, una vedova
di un anabattista da lui convertito. Idelette, moglie molto devota
al marito, gli diede nel 1542 un figlio, purtroppo morto quasi subito, e lei
stessa morì nel 1549.
A Strasburgo C. revisionò
e pubblicò, nel 1539 la versione in latino e nel 1541 quella in francese, la
seconda edizione ampliata della sua Institutio, oltre ad alcune altre
opere.
Nel frattempo a Ginevra la
città senza guida spirituale stava andando allo sbando: ne cercò di
approfittare il cardinale Jacopo Sadoleto, che scrisse una lettera alla città,
addossando tutta la colpa ai riformatori, e offrendo ai ginevrini il ritorno
alla Chiesa Cattolica e alla sua tradizione secolare. I riformatori locali non
seppero rispondere a tono, cosa che invece fece C. con la sua Responsio ad
Sadoleti epistolam, in cui C. fondava la vera Chiesa di Cristo sulla
parola di Dio e non sulle tradizioni della Chiesa Cattolica.
La risposta conquistò i
ginevrini, che nel settembre 1541, pregarono C. di recarsi per la seconda
volta a Ginevra.
Il ritorno di Calvino a
Ginevra
Il ritorno di C. fu un
ottimo pretesto per il riformatore per imporre al consiglio dei Duecento
quelle Ordonnances ecclésiastiques fallite durante il suo primo
soggiorno.
C. credeva che quel
controllo sulla moralità della popolazione, gestito per secoli dall'autorità
ecclesiastica centralizzata (Papa, cardinali, vescovi, ecc.), dovesse essere
operata da parte della chiesa locale.
Se da una parte C.
meritoriamente diede molto impulso alle attività commerciali e agli
investimenti (i famosi banchieri di Ginevra), purtroppo, dall'altra, il suo
sistema teocratico di rigido controllo della moralità aveva molto poco del
democratico:
I
pastori, scelti da altri pastori, dovevano incontrarsi obbligatoriamente una
volta alla settimana per lo studio delle Sacre Scritture.
Gli
insegnanti, o dottori, scelti dai pastori, erano responsabili per l'educazione
generale e l'insegnamento delle Scritture.
I
diaconi erano preposti all'assistenza dei poveri e dei malati.
Ma
soprattutto gli anziani, in numero di dodici, erano la spina dorsale del
sistema di C. Responsabili per la disciplina, dovevano sorvegliare sulla
moralità della popolazione [furono proibiti i balli, i banchetti, il gioco
d'azzardo (il poeta Clément Marot fu espulso per aver giocato a tric-trac), la
lettura di parecchi libri (fu proibito perfino un libro popolare come
Legenda aurea, un trattato sulle vite di santi e feste cristiane, scritto
nel 1255-1266 da Giacomo della Voragine), le feste, gli spettacoli teatrali!],
sull'abbigliamento (il lusso era proibito), sulla partecipazione obbligatoria
alle funzioni religiose. Essi inoltre dovevano fare rapporto al concistoro o
“Venerabile Compagnia” dei pastori e impedire che i peccatori, riconosciuti
tali, potessero accostarsi alla Comunione.
Il
concistoro, o “Venerabile Compagnia”, formato dai dodici anziani e dai
pastori, decideva su argomenti ecclesiastici ma spesso anche civili,
pronunciava sentenze che comprendevano punizioni corporali, esclusione dalla
Comunione, scomunica, condanna all'esilio (come successe a Sébastien Castellion e Jérome Bolsec) e nei casi estremi, condanna a morte (come
nel 1547 Jacques Gouet, torturato e decapitato, o nel 1553 il famoso episodio
di
Miguel Serveto, di seguito descritto).
Tuttavia, dall'altra
parte, il concistoro si contrapponeva spesso al consiglio dei Duecento,
l'autorità civile di Ginevra, che non accettava pedissequamente tutte le sue
sentenze, anzi queste ultime furono il pretesto di lotte cittadine al limite
della guerra civile, come nel caso della moglie di Ami Perrin, capo dei
partigiani di Farel, denominati guglielmini dal nome di battesimo del
riformatore, e l'artefice del rientro di C. a Ginevra.
Infatti nel 1547 il
concistoro accusò e portò davanti al tribunale, per motivi di condotta morale,
la moglie e il suocero di Perrin, proprio quando questi era capitano generale
della città. La reazione del partito di Perrin non si fece attendere,
scatenando una reazione xenofoba contro gli emigrati francesi, massicciamente
presente in città e notoriamente amici di C., soprattutto quando, nel 1548, i
guglielmini riuscirono ad ottenere la maggioranza nei consigli cittadini.
Il braccio di ferro
continuò nel 1553, quando Perrin, diventato sindaco della città, cercò di far
riaccettare alla Comunione un tale Berthelier, un borghese scomunicato e
ostile a C.: dovette desistere dal tentativo, ma con l'occasione il consiglio
dei Duecento decise di togliere al concistoro il diritto di scomunica.
Ma proprio il 13 agosto di
quel 1553 fu arrestato a Ginevra il famoso medico antitrinitariano Miguel
Servet (nome umanista: Michele Serveto): C. aveva finalmente l'occasione d'oro
per sbarazzarsi di un pericoloso dissidente religioso, che, libero, avrebbe
potuto essere molto utile alla fazione di Perrin.
Il processo si rivelò il
pretesto per una ennesima lotta tra calvinisti e oppositori interni, e perfino
C. stesso dovette scendere in campo, coinvolgendo nel giudizio finale le
chiese riformate di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa.
L'epilogo fu la condanna
al rogo di Serveto e dei suoi libri, eseguita il 27 ottobre 1553 nel rione di
Champel. Il medico spagnolo morì con dignità sul rogo, avendo rifiutato anche
l'estremo tentativo di Farel di salvargli la vita in extremis, se avesse
ammesso per iscritto i suoi errori.
Le conseguenze
dell'esecuzione di Serveto
Benché nell'anno
successivo, il 1554, il partito favorevole a C. vincesse le elezioni e lui
stesso avesse sostenuto il diritto di uccidere gli eretici in un suo trattato,
dal titolo Defensio ortodoxae fidei, il riformatore fu lungamente
criticato ed attaccato per questa sua decisione ed anche la sua difesa scritta
da Theodore de Béze non servì a risollevare la sua immagine.
La morte di Serveto
infatti fece levare moltissime voci di protesta, tra cui quelle degli
antitrinitariani italiani Giovanni Valentino Gentile, Matteo Gribaldi Mofa e
Celio Secondo Curione, che dovettero emigrare
successivamente da quella che a loro era sembrata la città della tolleranza
religiosa. Anche l'umanista Sébastien Castellion, già mandato in esilio nel
1543, intervenne, scrivendo nel 1554, sotto lo pseudonimo di Martin Bellius,
il suo libro più famoso, De haereticis, an sint persequendi (Gli
eretici devono essere perseguiti?), un appassionato appello alla tolleranza ed
alla libertà religiosa.
La reazione fu coordinata,
ancora una volta, da colui che sarebbe diventato l'erede spirituale di C.,
Theodore de Bèze, che nel suo scritto polemico De haereticis a civili
magistratu puniendis denunciò la “carità diabolica, e non cristiana” di
Castellion.
Gli ultimi anni
Un ultimo tentativo di
colpo di mano degli oppositori interni fallì nel 1555 e ai rifugiati francesi,
partigiani di C. fu concesso con generosità la cittadinanza: lo stesso C. la
ottiene nel 1559. Si calcola che ad un certo punto la quasi totalità dei
pastori fossero di origine francese.
Nel 1557 Ginevra e Berna
strinsero un patto di alleanza e nel 1559 fu fondata l'Accademia di Ginevra
(con rettore Theodore de Béze), che formò studenti in arti liberali, lingue
bibliche e teologia, diventati, in alcuni casi, famosi riformatori nei loro
paesi d'origine come John Knox in Scozia.
Anche l'attività
internazionale di C. fu elevata: scrisse al giovane re inglese Edoardo VI
(1547-1553) e al suo tutore, il conte di Somerset, per aiutarli nella
revisione del Book of Common Prayer (il libro delle preghiere
utilizzato dalla Chiesa Anglicana), tentò un'intermediazione tra le fazioni
durante il sanguinoso regno cattolico della regina Maria d'Inghilterra
(1553-1558), intervenne diverse volte durante l'introduzione della Riforma in
Polonia. In sintesi il calvinismo ebbe, grazie questi interventi di C. oltre
ad alcuni predicatori usciti dall'Accademia, una internazionalità, che, per
esempio, il luteranesimo non riuscì mai a raggiungere.
C. lavorò freneticamente
fino al giorno della sua morte, predicando quotidianamente, tenendo lezioni di
teologia, partecipando alle sedute del concistoro, scrivendo trattati,
commentari e la stesura definitiva della sua Institutio, stampata in
latino nel 1559 e in francese nel 1560.
Consumato dall'attività
vivace e non ben supportato da un fisico spesso malaticcio, C. morì, all'età
di 55 anni, il 27 maggio 1564. Per sua espressa volontà, fu sepolto con la
massima semplicità in un luogo sconosciuto, per impedire un possibile culto
della sua tomba.
La dottrina
In linea di principio, C.
accolse molti punti della dottrina luterana, come la sola scriptura (la
fede trova il suo fondamento solamente nella Parola di Dio, la Sacra
Scrittura) e la sola fide [l'uomo non può assolutamente concorrere alla
propria salvezza: questa non dipende dall'agire umano o dalle sue opere (come,
ad esempio le indulgenze), ma si ottiene solo con la fede], ma sostituì la
sola gratia (per Sua grazia Dio magnanimo salva l'uomo peccatore
attraverso Cristo) con la soli Deo gloria: l'ubbidienza alla volontà di
Dio deve essere assoluta, perché Egli è sovrano di tutto il creato e determina
il corso degli avvenimenti.
Da questo convincimento
derivò la dottrina della predestinazione: Dio, grande ed eterna saggezza,
misterioso quindi incomprensibile, ha stabilito che ad alcuni uomini è stata
predestinata la vita eterna ed ad altri la dannazione eterna.
Ed in particolare alla
vita eterna era predestinata, secondo C., la comunità dei santi, di quei
fedeli cioè che credevano come un atto di fiducia, che si comportavano
rettamente, partecipavano alla vita pubblica, obbedivano alle autorità e
desideravano di partecipare alla Santa Cena.
C. inoltre considerò, come
Lutero, validi solo i sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia, che erano
testimonianza della grazia di Dio, e non solamente cerimonie commemorative,
come preteso da Zwingli.
Per il Battesimo, con una
certa difficoltà, C. riuscì a giustificare il battesimo dei fanciulli, in
contrapposizione agli anabattisti e senza dover citare la tradizione storica
ed il concetto del peccato originale, che erano la base della dottrina
cattolica sul battesimo. Per C. le Scritture dicevano Lasciate che i
fanciulli vengano a me, e quindi il negare il battesimo ai fanciulli
sarebbe stato non riconoscere la misericordia di Dio e un'ingratitudine verso
di Lui.
Per quanto riguardò,
invece, il dibattito sull'effettiva presenza di Cristo nell'Eucaristia, C.
considerò il Sacramento della Comunione come una reale partecipazione alla
carne e al sangue di Gesù Cristo, anche se ciò non significava una presenza
locale di Cristo nell'Eucaristia, poiché Egli poteva essere solo in cielo.
Questa fu un'abile posizione intermedia tra la consustanziazione di Lutero (vi
era la reale e sostanziale presenza del corpo e sangue di Cristo nel pane e
vino, che tutti i comunicandi ricevevano, che fossero degni o indegni,
credenti o miscredenti) e il simbolismo di Zwingli (la Cena del Signore era
solo una solenne commemorazione della morte di Cristo, la sua presenza
spirituale).
Ciononostante per motivi
puramente politici (la posizione di C. a Ginevra era spesso fragile ed egli
cercava quindi appoggi esterni), C. firmò il Consensus Tigurinus del
1549, dove non si faceva menzione del termine substantia, per
assicurarsi l'aiuto di un prezioso alleato, come Johann Heinrich Bullinger, successore di Zwingli a Zurigo.
Le opere
La base della produzione
letteraria di C. fu, come già detto, la Christianae religionis institutio,
su cui il riformatore lavorò per parecchi anni fino alla sua stesura
definitiva nel 1559.
Le Ordonnances
ecclésiastiques (Ordinanze ecclesiastiche) nella versione del 1541
furono l'applicazione pratica della sua “chiesa visibile”.
Rimangono inoltre 4.271
lettere, principalmente su argomenti dottrinali.
La vita
Il filosofo utopista
Tommaso Campanella nacque a Stilo (in provincia di Reggio Calabria) nel 1568
ed entrò giovanissimo (a soli 13 anni) nell'ordine domenicano, cambiando il
suo nome originario da Giovanni in Tommaso, per l'appunto. Durante il suo
corso di studi, C. si interessò alle letture di Erasmo da Rotterdam, Marsilio Ficino (1433-1499) e Bernardino Telesio, al quale si ispirò per scrivere nel 1589
la propria Philosophia sensibus demonstrata, tuttavia questi interessi
svilupparono nel giovane C. un pensiero talmente anticonformista che egli
dovette essere allontanato dal convento per non influenzare negativamente i
suoi confratelli.
C. si recò allora, nello
stesso 1589, a Napoli, dove studiò magia naturale e occultismo sotto la guida
di Giambattista della Porta: essendo rimasto profondamente
influenzato dal pensiero dell'umanista campano soprattutto per quanto concerne
l'evoluzione di magia in scienza, egli scrisse il De sensu rerum et magia
(Del senso delle cose e della magia), un manoscritto dalla vita molto
travagliata: scritto in latino nel 1590, rubato da alcuni frati a Bologna nel
1592 e usato nel processo per eresia a suo carico, riscritto a memoria in
italiano nel 1604, in seguito nuovamente in latino, e pubblicato finalmente a
Francoforte nel 1620, e ripubblicato a Parigi nel 1637.
Tuttavia, due anni dopo,
nel 1591, C. fu sottoposto ad un processo da parte dell'Inquisizione per
eresia e pratiche di magia e rinviato ad un domicilio coatto nel suo convento
in Calabria. Da qui però l'insofferente domenicano scappò in maniera
rocambolesca per recarsi a Roma, Firenze e infine, nell'ottobre 1592, a
Padova, dove risedette per circa un anno e dove conobbe Galileo Galilei. Nella città patavina C. fu nuovamente
arrestato nel 1593, torturato e processato con l'accusa di aver propagandato
una eresia basata sulla dottrina dell'anima universale (panpsichismo), ed
infine trasferito nel 1594 nelle carceri dell'Inquisizione a Roma, dove fu
compagno di sventura di un altro famoso pensatore utopistico: Francesco Pucci, decapitato e arso sul rogo nel 1597.
Ancora una volta, nel 1597
C. fu inviato al confino, nel suo convento calabro, dove si diffuse la sua
fama come mago taumaturgo, ma dove, soprattutto, fu al centro di una congiura
calabra antispagnola scoperta nel 1599 e repressa nel sangue: lo stesso C.,
pur atrocemente torturato, decise a fingersi pazzo, unica strategia per non
essere condannato a morte, ma questo comunque non gli evitò nel 1600 a Napoli
la condanna al carcere perpetuo.
Quasi tutte le sue opere
furono composte nei successivi 26 anni in cui venne lasciato a marcire nelle
carceri dell'Inquisizione. Finalmente fu scarcerato nel 1626, grazie alla
mediazione del papa Urbano VIII (1623-1644), interessato alle capacità di C.
come esperto di astrologia, praticata anche dal papa stesso. Per quest'ultimo
C. fece costruire una camera segreta, il cui scopo era di deviare presunti
influssi negativi di certi fenomeni astrali, come le eclissi, che il papa era
convinto fossero stati predetti dai suoi avversari della fazione filo-spagnola
come infausti per il suo pontificato.
Tra l'altro, C. cercò
anche di convincere il papa ad attuare una riforma della Chiesa, che
ricostituisse l'impero universale della Chiesa, tuttavia nel 1632 egli venne
coinvolto in un nuovo processo, in cui prese le difese del copernicanesimo di
Galileo, e soprattutto, nel 1634, venne, per l'ennesima volta, accusato di un
complotto antispagnola: questa volta però, egli decise di fuggire in Francia,
e qui, sotto la protezione del re Luigi XIII (1610-1643) e del noto cardinale
Armand Jean Richelieu (1585-1642) (al quale dedicò l'edizione parigina del
1637 del suo De sensu rerum et magia), pubblicò la maggior parte delle
sue opere.
In Francia C. poté
finalmente condurre indisturbato i suoi studi e divulgare il suo pensiero.
Ebbe inoltre la possibilità di conoscere valenti studiosi dell'epoca, come i
filosofi Pierre Gassendi (1592-1655) e Marin Mersenne (1588-1648), mentre
polemizzò con René Descartes (Cartesio) (1596-1650).
C. morì a Parigi nel 1639.
Il pensiero
Il complesso pensiero di
C. è una miscela di filosofia antiaristotelica, magia naturale (la magia
divina, in contrasto con la magia diabolica), panpsichismo (il mondo è vivo
e sensibile, come per Telesio e Giordano Bruno) e utopia politico-religiosa, saturata di
astrologia.
Quest'ultima venne
delineata soprattutto nella sua opera principale La Città del sole,
senz'altro influenzata dalla Repubblica di Platone, dove C. immaginò
che tutto il mondo fosse governato dalle leggi della magia naturale
strettamente collegati con l'astrologia. Infatti l'intero stile di vita degli
abitanti della Città del sole era diretta verso l'ottenimento di una
relazione benefica con le stelle.
Come già Telesio, e
successivamente anche Cartesio, anche C. si poneva il problema di spiegare la
conoscenza di Dio. Per C., nel rapporto uomo/Dio, la coscienza individuale era
la base dell'esperienza, e l'esistenza di Dio poteva essere dedotto dall'idea
di Dio che si forma nella coscienza dell'uomo.
Le opere
Come già detto, la maggior
parte delle opere di C. risalgono al lungo periodo in carcere a Napoli, tra il
1600 ed il 1626.
Tra i lavori principali,
si ricordano:
Philosophia
sensibus demonstrata (1589)
De
sensu rerum et magia (1589)
Monarchia
di Spagna (1600): la monarchia spagnola sarebbe potuto diventare la
monarchia universale, dove la pace e la giustizia sarebbe state assicurate.
La
città del sole (Civitas solis) (1602), l'opera più famosa,
Discorso
ai principi d'Italia (1607),
Philosophia
rationalis (1606-14),
Theologia
(1613-24), monumentale trattato, in 29 volumi, di teologia “naturale”,
Apologia
pro Galilaeo (1616-22),
Philosophia
realis (1619),
Metaphysica
(1623), analisi dettagliata della magia naturale di Marsilio Ficino,
Quod
reminiscentur et convertentur ad Domini universi fines terrae (1626): un
articolato piano per implementare lo sforzo missionario cattolico.
Atheismus
triumphatus (1631)
Aphorismi
politici (1635): la monarchia francese stava crescendo a scapito di quella
spagnola.
Ecloga
Christianissima Regi et Regina in portentosam Delphini….Navitatem (1639),
in onore del neonato Luigi XIV di Francia.
Nicola (detto Cola) di
Lorenzo (o Rienzo o Rienzi) nacque nel 1314, figlio di un oste di Trastevere
(quartiere popolare di Roma), sebbene la leggenda gli attribuisse un padre di
nobilissime origini: niente di meno che l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo
(imperatore 1312-1313).
Alla morte della madre,
egli fu allevato da alcuni parenti ad Anagni, dove studiò Lettere e Latino,
approfondendo la conoscenza degli autori classici, come Seneca, Tito Livio e
Cicerone.
Alla morte del padre, C.
si recò a Roma, diventando un notaio, ma successivamente, vista la penosa
situazione di degrado in cui versava la città oramai priva della sede papale
dal 1309, egli si recò nel 1343 ad Avignone da Papa Clemente VI (1342-1352)
per perorare la causa del ritorno del pontefice nella città capitolina.
Clemente lo nominò notaro
(cioè segretario) della Camera Capitolina per informarlo sulle vicende della
città, ma egli ne approfittò per formare un governo popolare il 19 maggio
1347, di cui egli assunse la carica di tribuno. L'iniziativa ebbe uno
straordinario successo e fu approvata da Clemente, che diede a C. il titolo di
Rettore di Roma in condivisione con il vicario pontificio Raimondo, vescovo di
Orvieto.
Tuttavia, dopo pochi mesi,
il potere iniziò a dargli alla testa ed egli si mise in mente di poter
reinstaurare l'impero Romano, liberando le città italiane dal giogo degli
imperatori tedeschi.
Era un grande sognatore
idealista e ambizioso e quando assunse l'altisonante qualifica di
Candidatus Spiritus Sancti, di questo se ne approfittarono i nobili romani
(i Colonna e gli Orsini), da lui scacciati qualche mese prima, per fomentare
la rivolta contro il tribuno. Lo stesso Raimondo di Orvieto gli voltò le
spalle, addiritura scomunicandolo.
C. dapprima si rifugiò a
Castel Sant'Angelo e poi fuggì dalla città nel Dicembre 1347.
Tuttavia, poco dopo, C. si
fece influenzare dalle visioni gioachimite dell'eremita francescano spirituale Fra' Angelo, da lui conosciuto sulla Maiella, e
si recò quindi a Praga nel 1350 a perorare la propria causa presso il re di
Boemia (e futuro imperatore) Carlo IV (imperatore 1355-1378).
Carlo lo fece rinchiudere
come eretico (o forse come squilibrato) e successivamente lo spedì dal Papa ad
Avignone per essere giudicato. Qui C. fu condannato a morte nel 1352, sentenza
trasformata in carcere per intercessione del grande poeta Francesco Petrarca,
suo estimatore.
Nel 1353, il nuovo Papa
Innocenzo VI (1352-1362) lo inviò a Roma al seguito del Cardinale Egidio
Alvarez Carillo de Albornoz (1310-1367), abile politico e diplomatico, che
doveva preparare il terreno per il rientro del papa nella sede di Roma.
C. fu nominato senatore di
Roma, ma i suoi sogni di gloria mai sopiti ed una politica di tassazioni
iniqua fece rivoltare il popolo romano.
L'8 Ottobre 1354 la folla
assaltò il Senato e linciò C., abbandonato cinicamente dal cardinale Albornoz,
in quanto non più utile ai suoi scopi.