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Galilei, Galileo (1564-1642)


 

I primi anni
Il famoso scienziato Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564, primogenito dei sette figli di Vincenzo Galilei (ca. 1525-1591), un nobile caduto in miseria, di origine fiorentina, che si era guadagnato una certa notorietà come liutista, teorico della musica e matematico, e di Giulia Ammannati (1538-1620). Nonostante che il giovane G. si interessasse ben presto alla matematica e alla meccanica, il padre decise, nel 1581, di iscriverlo alla facoltà di medicina dell'università di Pisa, che il figlio frequentò per quattro anni senza però ottenere alcun titolo accademico.


 

I primi studi fisici e matematici
G. proseguì invece privatamente nei suoi studi preferiti con il matematico della corte medicea Ostilio Ricci (1540-1603), che convinse Vincenzo Galilei di permettere al figlio di abbandonare medicina per intraprendere gli studi, per l'appunto, di matematica, nella quale il giovane ottenne brillanti risultati. Infatti, come racconta un noto aneddoto, nel 1583 osservando le oscillazioni di una lampada nella cattedrale di Pisa, G. formulò la sua teoria sull'isocronismo delle oscillazioni della pendola.
Nel contempo egli fu influenzato dal pensiero del suo professore Francesco Buonamici (ca. 1530-1603), che gli instillò la convinzione che solo l'esperienza fisica poteva stabilire la verità o la falsità delle tesi formulate in maniera teorica. Nel 1586 G. realizzò una stadera idrostatica per la determinazione del peso specifico (gli studi vennero pubblicati nel trattato La bilancetta) e nel 1588 un trattato sulla gravità nei solidi gli permise di occupare una cattedra di matematica all'università di Pisa dal 1589, ma poco dopo entrò in conflitto con gli studiosi aristotelici dell'università, quando dimostrò, pare dall'alto della torre di Pisa, la falsità della teoria che la velocità di caduta di un solido fosse proporzionale al proprio peso, dimostrando invece che dipendeva dalla diversa resistenza all'attrito dell'aria.
Le polemiche che ne seguirono convinsero G. di trasferirsi dapprima a Firenze, e poi, grazie all'interessamento di amici nel Senato di Venezia, a Padova, dove fu nominato nel 1592 cattedratico di matematica, posto che mantenne fino al 1610. Il periodo di G. a Padova fu inoltre allietato dalla nascita, tra il 1600 ed il 1606, dei suoi tre figli, Virginia, Livia e Vincenzo, avuti dalla sua compagna, la veneziana Marina Gamba.


 

Gli studi astronomici
Nell'estate 1609, G. mise a punto un telescopio (seguito nel periodo 1619-24 dal microscopio o occhialini, come li chiamava lui), che tuttavia non fu inventato, come spesso si crede, dal matematico pisano, bensì  dal fabbricante di occhiali olandese Hans Lippershay, o Lipperhey (m. 1619), che ne aveva depositato il brevetto il 2 ottobre 1608. Comunque, con questo strumento G. iniziò una serie di osservazioni astronomiche che lo resero celebre. Vide infatti che la Luna non era affatto una sfera perfettamente liscia, ma della stessa natura della Terra, che la Via Lattea non era altro che un ammasso di stelle, che Giove aveva un sistema di satelliti, da lui denominati “stelle medicee” in onore di Cosimo II dÈ Medici (1609-1621). In seguito egli scoprì gli anelli di Saturno, le fasi di Venere e le macchie solari.
Tutte queste scoperte, riassunte nel Sidereus Nuncius del 1610 e nell'Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari del 1612, misero in crisi la tesi aristotelica della fissità della Terra e dell'unicità del centro dei movimenti cosmici e rafforzarono la convinzione di G. nella bontà della criticata teoria eliocentrica di Niccolò Copernico (1473-1543). Nonostante ciò, G. fu ammirato, anche dalla stessa Chiesa, per le sue scoperte e nel 1610 accettò la cattedra di matematica all'università di Pisa.


 

Le accuse
Eppure una parte del mondo accademica aristotelico e del clero mal sopportavano i suoi enunciati e lanciarono una campagna di pesanti accuse contro il pisano. Iniziò il filosofo anti-copernicano Ludovico delle Colombe (1565-ca. 1616), al quale seguì nel 1612 il predicatore domenicano Niccolò Lorini, che accusò G. di eresia, e l'anno dopo, un altro domenicano Tommaso Caccini (1574-1648) si recò perfino a Roma per esporre all'Inquisizione le sue accuse contro G.
Quest'ultimo incominciò a preoccuparsi di questa situazione e scrisse, tra il 1613 ed il 1615, quattro lettere (le cosiddette “lettere copernicane”) rispettivamente una all'amico Benedetto Castelli (1578-1643), due a monsignor Pietro Dini (futuro arcivescovo di Fermo: 1621-1625) e una alla granduchessa madre Cristina di Lorena (1565-1636), in cui egli si difese, affermando l'autonomia della scienza dalla metafisica, e ribadendo che alcuni punti delle Sacre Scritture erano stati scritti in forma volutamente allegorica per i lettori culturalmente più semplici e che il testo non sempre doveva essere preso alla lettera, in particolare per quanto concerneva la natura.
Nonostante le argomentazioni di queste lettere e benché il Duca di Acquasparta, Federico Cesi (1585-1630), fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603, lo mettesse in guardia di non esporsi troppo, nel febbraio 1616 G. fu convocato a Roma per ordine del Papa Paolo V (1605-1621) ed il cardinale gesuita Roberto Bellarmino (1542-1621) (persecutore di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella) lo ammonì ufficialmente, attraverso un decreto del Tribunale dell'Inquisizione, a non difendere l'astronomia copernicana in quanto contraria alle dottrine della Chiesa: G. dovette obtorto collo adeguarsi alle direttive papali.


 

Nuove accuse ed il processo
Tuttavia sette anni dopo, nel 1623, approfittando di una situazione all'apparenza meno repressiva [nel 1621 era morto Bellarmino ed era salito al potere nel 1623 il nuovo papa, amico di G. e senz'altro di visioni più ampie di Paolo V, Urbano VIII (1623-1644)], G. scrisse Il saggiatore, dedicandolo proprio al nuovo pontefice. Il libro, prendendo spunto da una polemica con il matematico e architetto gesuita Orazio Grassi (1583-1654) circa la natura delle comete, riportava invece la sua teoria della conoscenza, dove, tra l'altro, venne ribadita la superiorità della natura ed il rifiuto metodologico a riferirsi ad autorità precostituite o a sacri testi, una vera stoccata polemica non tanto contro Aristotele, quanto contro la scuola aristotelica dell'epoca e contro i gesuiti.  
Poiché l'accoglienza del libro sembrò positiva, G. osò spingersi oltre, arrivando a pubblicare nel febbraio 1632 il suo capolavoro, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano: il dialogo, articolato in quattro giornate, riportava le discussioni in tema di astronomia, moto dei corpi e fenomeno delle maree, di tre studiosi, l'aristotelico e tolemaico (quindi per G. altamente criticabile) Simplicio, il giovane acuto e imparziale Sagredo e il copernicano Salviati (nel quale si può identificare lo stesso G.). Tuttavia nelle conclusioni del libro G. riportò, per bocca di Simplicio, il pensiero di Urbano VIII, secondo il quale Dio, nella sua onnipotenza, può fare sì che i fenomeni osservati convalidano (o meno) una teoria, e che quindi l'osservazioni degli eventi non può condurre per forza di cose alla verità.
La reazione del papa stesso non si fece attendere: non potendo essere attaccato per il contenuto del libro, regolarmente accettato dalla censura ecclesiastica, nell'ottobre 1632 G. fu convocato a Roma da parte del Santo Uffizio con l'accusa di non aver rispettato l'ordine di Bellarmino del 1616 di non difendere la teoria copernicana.
G. fu quindi processato e, sotto la minaccia della tortura, dovette abiurare il 22 giugno 1633 in Santa Maria della Minerva. Secondo la leggenda, G., alzatosi in piedi dopo l'abiura, pronunciò a bassa voce la frase E pur si muove, con riferimento al moto della Terra.


 

Il confino e la morte
Lo scienziato fu condannato al carcere perpetuo e venne trasferito dapprima a Siena, sotto la custodia dell'amico e protettore arcivescovo Ascanio Piccolomini (1597-1671), ma, pochi mesi più tardi, gli fu permesso di trasferirsi nella sua villa di Arcetri, vicino a Firenze, dove visse fino alla sua morte.
Riuscì ancora a far pubblicare nel 1638 a Leida, in Olanda, i suoi Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e i movimenti locali, e a ospitare alcuni allievi, come il suo più fedele allievo Vincenzo Viviani (1622-1703), autore della Vita di Galileo, ed Evangelista Torricelli (1608-1647), l'inventore del barometro, ma gli ultimi anni furono resi dolorosi sia dalla morte nel 1634 della figlia Virginia (1600-1634), diventata una religiosa carmelitana con il nome di suor Maria Celeste e unico suo conforto durante il processo e nel periodo immediatamente successivo, che dalla cecità progressiva, divenuta totale da partire dal 1638.
G. morì ad Arcetri l'8 gennaio 1642.


Jansen (Giansenio), Cornelius (o Cornelis) Otto (1585-1638) e giansenismo


 

La vita
Il famoso teologo olandese Cornelius Otto Jansen (nome umanistico: Giansenio) nacque il 28 ottobre 1585 ad Ackoy, vicino a Utrecht, in Olanda. Dal 1602 studiò all'università di Lovanio (Louvain), dove conobbe e diventò amico di Jean Du Vergier de Hauranne, futuro abate di Saint Cyran. Dopo il baccalaureato in filosofia, J. si trasferì dapprima a Parigi per studiare greco antico ed in seguito a Bayonne, presso la casa di Du Vergier, per insegnare nel collegio della locale cattedrale, dove l'amico era diventato canonico. Per circa 12 anni J. e Du Vergier studiarono approfonditamente gli scritti dei Padri della Chiesa, e in particolare Sant'Agostino (354-430).
Nel 1617 J. ritornò a Lovanio per occuparsi del collegio di Santa Pulcheria e nel 1619,  diventato dottore in teologia, iniziò ad insegnare all'università.
Dal 1618 J., come già detto appassionato e profondo conoscitore delle opere di Sant'Agostino, iniziò a scrivere il suo più famoso trattato, l'Augustinus, inserendosi nella polemica sul concetto di grazia, iniziato circa 50 anni prima da Michel de Bay, docente anche lui, nel secolo precedente, dell'università di Lovanio.
Nel 1630 J. fu ufficialmente nominato regio professore di Sacre Scritture all'università di Lovanio, da dove si impegnò a difesa delle idee di René Descartes, detto Cartesio (1596-1650) in una polemica con il teologo calvinista Gisbertus Voetius, mentre nel 1635 egli ottenne l'incarico di rettore della stessa università.
Mentre stava ancora lavorando sulla sua opera, fu proclamato nel 1636 vescovo cattolico di Ypres, in Belgio. Due anni dopo, il 6 maggio 1638, avvenne la sua morte per peste sempre a Ypres.
L'Augustinus fu pubblicata solo nel 1640 e questa uscita tardiva risparmiò l'autore dal putiferio di polemiche e condanne che si scatenarono contro la sua dottrina.


 

La dottrina del giansenismo
Come precedentemente il baianismo (la dottrina teorizzata da de Bay), anche il giansenismo desiderava proseguire nell'arduo compito di mantenersi equidistante sia dalle tendenze controriformiste di ispirazione gesuita e molinista [dal teologo Luis de Molina (1535-1600)], che dalle tentazioni riformiste di tipo protestante.
J. riprese alcuni concetti espressi (e condannati dalla Chiesa) dal de Bay: come per il suo predecessore, per J. pensava che l'uomo fosse irrimediabilmente corrotto e indotto al male dalla concupiscenza, trasmessa in maniera ereditaria anche ai bambini innocenti, e, nonostante il libero arbitrio, l'uomo non era capace altro che di peccare: quindi, senza la grazia divina, per l'uomo era impossibile obbedire ai voleri divini.
All'atto della creazione, Dio aveva dotato l'uomo, cioè Adamo, di una grazia “sufficiente”, ma l'uomo l'aveva persa per sempre a causa del peccato originale. In seguito Dio aveva deciso di donare, con una scelta che non poteva, e non può, essere compreso da parte dell'uomo, la grazia “efficace” (a vincere il peccato) solo ai predestinati, giustificati per fede, ma anche, contrariamente al credo protestante, grazie alle opere buone.
Per quanto concerne il rapporto tra questa grazia divina e libero arbitrio dell'uomo, il giansenismo cercò di assumere una posizione equidistante tra il molinismo, che privilegiava una grazia assoggettata alla volontà umana, e il protestantesimo, che riteneva la volontà umana uno strumento nelle mani di Dio. Per il giansenismo, invece, la grazia e la volontà dell'uomo giusto si compenetravano in maniera tale che la volontà diventava parte della divinità stessa.
La teologia, sostanzialmente pessimista, del giansenismo si rifletté soprattutto nella sua moralità, piuttosto severa e rigorosa, in contrasto con il cosiddetto lassismo dei gesuiti.


 

Il giansenismo
Il giansenismo va comunque visto come un fenomeno di dissidenza interna nel Cattolicesimo senza pretese di secessionismo (escluso il caso della Chiesa di Utrecht) ed ebbe un grande sviluppo soprattutto in Francia, per merito di Du Vergier de Hauranne, il quale, diventato abate di Saint Cyran, propagò il pensiero giansenista presso i propri discepoli, incluse le suore del convento cistercense di Port-Royal (27 km. ovest a Parigi, vicino a Versailles) e le loro badesse Jacqueline Arnauld (detta Madre Angélique) e la sorella Agnès. Sempre dalla famiglia Arnaud venne il miglior teologo del movimento, Antoine, successore di Du Vergier e artefice della diffusione delle dottrine gianseniste presso l'alta borghesia francese dell'epoca. Il convento di Port-Royal divenne il centro di riferimento del giansenismo in Francia e si trasferì nel 1626 a Parigi.
Tra gli altri personaggi dell'epoca influenzati dal giansenismo, possiamo annoverare il teologo Pierre Nicole, lo scrittore Pasquier Quesnel, ma soprattutto il famoso filosofo e matematico Blaise Pascal.
Dopo ripetuti anatemi papali [decreto del Santo Uffizio del 1641, bolla In eminenti di Urbano VIII (1623-1644) del 1642, bolla Cum occasione di Innocenzo X (1644-1655) del 1653, bolle Ad sanctam beati Petri sedem del 1656 e Regiminis Apostolici del 1664 di Alessandro VII (1655-1667)] e continui attacchi da parte dei gesuiti, il giansenismo giunse, nel 1668, ad una temporanea tregua con i cattolici denominata Pace della Chiesa, ma, in seguito alla ripresa delle attività gianseniste nel 1679, il movimento fu perseguitato con sempre più accanimento.
Nel 1665 fu chiusa la sede parigina del convento di Port-Royal e nel 1704 fu soppresso il convento originario, denominato Port-Royal-des-Champs (nel 1710 gli edifici furono rasi al suolo e i cadaveri addirittura esumati dal cimitero) e le suore furono disperse tra i conventi della zona.
Poco dopo divampò la polemica in seguito alla pubblicazione delle Réflexions morales (riflessioni morali) un Nuovo Testamento in francese con commento giansenista di Pasquier Quesnel, già imprigionato a Bruxelles per questo testo nel 1703.
Papa Clemente XI (1700-1721), a riguardo, intervenne con l'ennesima condanna mediante la bolla Unigenitus del 1713, di una insolita durezza e che condannava perfino frasi perfettamente ortodosse contenute nel testo. Questo fatto provocò una momentanea scissione nella Chiesa Cattolica francese quando il cardinale Louis Antoine De Noailles, arcivescovo di Parigi (1651-1729), e otto (in seguito diciotto) altri vescovi, appoggiati dalle facoltà di Parigi, Reims e Nantes, oltre a circa 3.000 ecclesiastici, non accettarono affatto i contenuti della bolla e si appellarono al sinodo generale francese. La reazione di Clemente XI fu durissima con l'emissione della bolla Pastoralis officii (1718), che condannava l'appello e scomunicava gli appellanti. Tuttavia i dissidenti rimasero sulle loro posizioni ed anche il ritorno di De Noailles all'ortodossia nel 1728 non riportò la situazione alla normalità: il parlamento francese continuò ancora per molto tempo a rifiutare la bolla Unigenitus.
Ma questo episodio più che una difesa del giansenismo pareva invece inserirsi nei frequenti fenomeni di gallicanesimo e non poté certo frenare il graduale declino del giansenismo in Francia, che ebbe un ultimo colpo di coda con l'apparizione dei convulsionari.
Costoro, fanatici giansenisti, apparvero in seguito alla morte (nel 1727) del diacono François Paris (Francesco di Parigi), la cui tomba nel cimitero di Saint Médard era diventato meta di pellegrinaggi e presso la quale si raccontava avvenissero dei miracoli. Il cimitero fu chiuso per ordine della corte di giustizia il 27 gennaio 1732, ma i convulsionari proseguirono con le loro manifestazioni di fanatismo in case private, dove giovani fanciulle invasate venivano sottoposte ad atroci prove: erano sospese sopra fuochi accesi, mangiavano escrementi, grandi pietre appoggiate sopra i loro corpi venivano rotte a colpi di mazza; il tutto apparentemente senza danno fisico grazie all'incrollabile fede giansenista.
Tuttavia, già nella seconda metà del XVIII secolo il giansenismo era stato notevolmente ridimensionato in Francia, dove comunque sopravvisse, a sorpresa, alla Rivoluzione stessa: l'atto finale con il quale si estinse il movimento in Francia fu il ritorno al Cattolicesimo dell'ultima congregazione religiosa, le Sorelle di Santa Marta, nel 1847.


 

Il giansenismo negli altri paesi europei
Ebbe invece sorte migliore in altri paesi europei: soprattutto in Olanda, ma anche negli stati italiani, come il Ducato di Parma, il Regno delle Due Sicilie, e, più importante, nel Granducato di Toscana, del Granduca Pietro Leopoldo I (1765-1790), dove il giansenismo ebbe la possibilità di influenzare alcuni punti delle conclusioni del famoso sinodo di Pistoia del 1786, voluto dal vescovo Scipione dÈ Ricci per proporre una moderata riforma della Chiesa Cattolica, ma che venne condannato senza pietà dalla bolla Auctorem fidei di Papa Pio VI (1775-1799) del 1794.
Come detto, però, fu soprattutto in Olanda dove il giansenismo venne ampiamente tollerato, soprattutto sotto i vicari generali, arcivescovi Johann Van Neercassel (arcivescovo: 1663-1686, m. 1686) e Petrus Codde (arcivescovo: 1686-1704, m. 1710), che accolsero i fuggitivi dalla Francia, come Arnauld, Nicole e Quesnel.
Codde fu deposto nel 1704 per ordine del Papa Clemente XI, ma la nomina del successore, Gerard Potkamp, fu rifiutata da parte del clero olandese, provocando nel 1713 una scissione dalla Chiesa Cattolica con la fondazione della Chiesa cattolica romana del clero antico episcopale o Chiesa (giansenista) olandese di Utrecht, prima di una serie di chiese cosiddette “vecchio-cattoliche”, rinforzata nel 1724 dall'ordinazione del primo vescovo giansenista di Utrecht, Cornelius Steenhoven (m.1725). L'ordinazione, almeno formalmente, fu regolare in quanto eseguita da Monsignor Varlet, vescovo missionario cattolico di Babilonia. Nel 1742 e 1757, alla diocesi originaria di Utrecht si affiancarono le diocesi di Haarlem e Deventer, tutte e tre operanti oggigiorno.
La Chiesa di Utrecht è diventata la capostipite delle chiese nazionali vecchio-cattoliche, sorte in particolare dopo il Primo Concilio Vaticano del 1869-70 e federate come Unione di Utrecht e riunite definitivamente nella Convenzione di Utrecht del 1952, il cui sito è http://www.old-catholic.org/international.html


Giovanna d'Arco (Jeanne d'Arc), detta la Pulzella d'Orléans (1412-1431)


 

Il periodo storico
Nel 1415 scoppiò per la terza volta la guerra, detta dei Cent'anni (1339-1453), tra Inghilterra e Francia, e questa volta, essa iniziò nella peggiore maniera per i francesi, sconfitti pesantemente ad Azincourt, in Artois, ad opera degli inglesi, mentre il re d'Inghilterra Enrico V (1413-1422), fu nominato erede ufficiale da suo suocero, il re di Francia Carlo VI, detto il folle (1380-1415, m. 1422).
Tuttavia l'investitura di Enrico, appoggiata dal Duca di Borgogna, non fu accettata dal Duca di Orléans e dal suo alleato, il Conte di Armagnac. I due nobili nominarono invece nel 1422 il delfino Carlo, re di Francia con il nome di Carlo VII, ed egli fu successivamente soprannominato il Vittorioso (1422-1461).
Tuttavia l'inizio del regno di Carlo VII fu tutt'altro che vittorioso, poichè le truppe del nuovo re d'Inghilterra, Enrico VI (1422-1471), occuparono tutte le terre a nord della Loira e posero d'assedio Orléans nel 1428.


 

Giovanna d'Arco
Giovanna d'Arco, quintogenita di un contadino locale, di nome Jacques, nacque, probabilmente il 6 Gennaio 1412, a Domremy in Champagne, nella Francia orientale.
Ella condusse una vita del tutto normale fino all'estate del 1425, quando disse di sentire delle voci e ad avere delle visioni, in cui vedeva e parlava con Santa Caterina, Santa Margherita e San Michele.
Solo nel 1428 la fanciulla si convinse che le visioni la incitavano a correre in aiuto del re Carlo VII.
G. quindi abbandonò Domremy per recarsi a Chinon (vicino a Tours), dal re, che ella riconobbe senza esitazione, nonostante che il sovrano, per metterla alla prova, si fosse travestito come uno dei suoi attendenti. Pur convincendosi dell'investitura divina della fanciulla, Carlo la inviò a Poitiers per essere esaminata da un collegio di vescovi e solo dopo aver superato anche questo esame, a G. fu permesso di vestirsi da guerriera e di adottare una bandiera bianca come distintivo.
L'effetto di G. sulla morale delle truppe francesi fu galvanizzante: l'8 Maggio 1429, nonostante la Pulzella venisse ferita da una freccia al petto, l'assedio inglese di Orléans fu levato e il 18 Giugno i francesi vinsero la battaglia di Patay.
G. portò di vittoria in vittoria le truppe, e i loro (spesso) recalcitranti comandanti, tra cui il famigerato Gilles de Rais (1404-1440) (in seguito passato alla storia per i suoi orrendi delitti come il famigerato Barbablù), fino a Riems, dove il 17 Luglio 1429, Carlo VII fu incoronato solennemente.
Nel Settembre dello stesso anno, però, un tentativo di assedio di Parigi fallì e G. fu nuovamente ferita, questa volta al fianco.
L'anno successivo, durante la difesa della città di Compiègne dall'attacco delle truppe del Duca di Borgogna, alleato degli inglesi, G. fu fatta prigioniera durante una sortita, il 24 Maggio 1430.
Purtroppo fu qui che si evidenziò che G. non aveva certo molto credito alla corte francese: infatti l'ingrato Carlo VII non mosse un dito per cercare di salvarla, per esempio avrebbe potuto proporre un baratto tra G. e dei prigionieri inglesi di alto rango.
Nel frattempo i borgognoni la vendettero agli inglesi, i quali, a loro volta, la consegnarono agli inquisitori e al suo principale accusatore, il vescovo di Beauvais, Pierre Cauchon (m. 1442), con l'accusa di eresia e stregoneria.
L'interrogatorio, che si svolse a Rouen, durò dal 21 Febbraio al 17 Marzo 1431, dove ben 72, ridotti poi a 12, capi d'accusa furono pronunciati contro la Pulzella.
Fu infatti accusata, tra l'altro, di riferire direttamente a Dio mediante le sue “voci”, di rifiutare la gerarchia ecclesiastica, di essersi vestita di abiti maschili contro la legge divina, di aver evocato i demoni, di essere una blasfema contro Dio e i santi. A questo punto gli inquisitori misero in atto una sottile pressione psicologica, anche mediante tortura, per convincerla ad abiurare, cosa che G. finalmente fece il 23 Maggio praticamente davanti al rogo pronto per lei.
Ma, il 27 Maggio successivo, G. comparì davanti agli inquisitori in vestiti maschili, non si sa se volontariamente o perché le erano stati tolti quelli femminili. Comunque questo era un formidabile pretesto perché gli inquisitori, pressati dagli inglesi, la dichiarassero relapsa, cioè persona che aveva ritrattato l'abiura.
G. fu quindi bruciata sul rogo il 30 Maggio 1431 e durante la sua esecuzione, fu ridotta l'altezza delle fiamme per far vedere al popolo “tutti i segreti che possono e dovrebbero essere in una donna”. Le sue ceneri furono poi gettate nella Senna.
Nel 1456 si svolse il suo processo di riabilitazione, che annullò la sentenza del vescovo Cauchon e infine nel 1920 G. fu dichiarata Santa da Papa Benedetto XV (1904-1922).


Gnosticismo (dal I secolo)


 

La storia
Vasto movimento filosofico-religioso spontaneo e non unificato, diffuso in Egitto e in Palestina dai tempi degli Apostoli almeno fino al IV° secolo.
Le sue origini rimangono oscure: nacque probabilmente come movimento sincretico, teso a fondere, in vari momenti storici, religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino fino a giungere ad un sincretismo con il Cristianesimo dei primi secoli.
Detta forma però fu anche caratterizzata da un forte antinomismo, cioè da tendenze anarchiche e dal rifiuto di norme legali, e, a maggior ragione, di una Chiesa Cattolica organizzata.
E proprio quest'ultima forma, gnostico-cristiana, che venne combattuta dai Padri della Chiesa come Ireneo, Giustino, Tertulliano, che ne rimasero per secoli l'unica fonte di informazione fino al 1945.
In quell'anno furono scoperti i manoscritti in copto a Nag Hammadi, in Egitto, un gruppo di 44 opere gnostiche, come ad es. il Vangelo di Filippo, quasi tutte sconosciute fino ad allora.


 

Il G., nel periodo di massimo sviluppo, intorno al II° secolo, si distinse in due filoni principali:
Il G. cosiddetto volgare di tipo magico astrologico persiano, rappresentato da Cerinto, Carpocrate, Simon Mago, Menandro.
Il G. cosiddetto dotto con le grande scuole di pensiero, facenti capo a Basilide, Valentino e Marcione.
Intorno al IV° secolo, il G. confluì nella sua forma avanzata, il Manicheismo e nei secoli successivi influenzò tutta una serie di eresie, come ad esempio i bogomili ed i catari.
Ma vi fu anche una setta di G., che, isolandosi geograficamente, giunse a noi in forma molto pura: si tratta dei Mandei, tuttora abitanti nell'Iraq meridionale.
Più recentemente, il G. ha influenzato molti studiosi cristiani, come Pierre Teilhard de Chardin, Paul Tillich, Mary Baker Eddy e la sua Christian Science e non cristiani come il grande psicanalista Carl Jung, che dichiarò: la gnosi è indubbiamente la conoscenza psicologica, i cui contenuti derivano dall'inconscio.
Infine alcuni studiosi identificano parecchi elementi gnostici in quel confuso fenomeno sociale-filosofico attualmente di moda, che è la New Age.


 

La dottrina
Il G. deve il suo nome alla gnosi, cioè, come insegnavano i maestri gnostici, alla conoscenza di Dio e delle origini e destino della razza umana, attraverso la “rivelazione”.
Detta rivelazione era trasmessa direttamente da Cristo (nella forma gnostico-cristiana) ad una ristretta cerchia di iniziati e non attraverso la gerarchia della Chiesa.
Inoltre essa doveva giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi canonici.
Per gli G., Dio aveva emanato una serie di entità incorporee (eoni), per formare tutti insieme il Pleroma (pienezza del divino), ma l'ultimo degli eoni, Sophia (la Saggezza) o Barbelos si corruppe con la lussuria, creando il Demiurgo, creatore del mondo materiale.
Per alcuni G., il Demiurgo era identificato con Yahweh, il Dio vendicativo del Vecchio Testamento, in contrasto con il Dio Buono del Nuovo Testamento: questa corrente di pensiero gnostico era detta dualistica.
Tuttavia, avendo il Demiurgo creato il mondo materiale e gli uomini, sua madre Sophia o Barbelos, all'insaputa del figlio, aveva infuso in alcuni uomini la scintilla spirituale divina, che poteva permettere a costoro di giungere alla gnosi.
I G. tendevano, infatti, a rifiutare l'universalismo, dividendo gli uomini in:
ilici o terreni,
psichici che credevano nel Demiurgo, ma ignoravano l'esistenza di un mondo spirituale superiore a lui e
pneumatici o spirituali (gli iniziati di cui prima), che erano dotati della scintilla divina.
Per portare informare gli iniziati della loro potenzialità inespressa, cioè la scintilla divina, fu inviato sulla terra l'eone Cristo come emissario di Dio e guida suprema.
Tuttavia Cristo non si incarnò sulla terra come Gesù, ma fece sì che questo fatto apparisse agli uomini, e dal greco dokéin, cioè apparire, deriva questo pensiero filosofico, comune a molti G., cioè il docetismo.
Infine lo sviluppo di questa negazione del concreto e il relativo disprezzo per il mondo materiale portò, per esempio, molti G. a comportamenti quotidiani radicalmente opposti: dalla sessualità più sfrenata (Basilide, Carpocrate, cainiti) alla castità e all'ascetismo più rigorosi (Saturnino).


Guglielmo di Occam (William of Ockham) (1280-1349) e occamismo


 

La vita
Guglielmo, famoso filosofo della scuola Scolastica, nacque a Ockham (nella contea di Surrey, nel sud-est dell'Inghilterra) nel 1280 ca. e studiò a Oxford nel 1305-1307 circa con Giovanni Duns Scoto (1265-1308), a Parigi nel 1310 ed infine frequentò la scuola di teologia a Oxford tra il 1316 ed il 1320.
Entrò da giovane nell'ordine francescano e verso il 1320 iniziò ad insegnare fisica aristotelica, teologia e logica all'Università di Parigi, ma nel 1323 rassegnò le dimissioni per dedicarsi alla contesa tra filo papali (guelfi) e filo imperiali (ghibellini): egli si schierò con questi ultimi, pubblicando diversi libretti di denuncia sull'abuso di potere dei papi.
Per questi egli fu convocato ad Avignone nel 1324 dalla curia papale, su ordine di Papa Giovanni XXII (1316-1334), assieme ad un gruppo di francescani spirituali, ma nel 1328 riuscì a fuggire con Michele di Cesena rifugiandosi a Pisa presso l'imperatore Ludovico IV il Bavaro.
G. si inserì successivamente nella lotta per l'investitura dell'imperatore tra Giovanni XXII e lo stesso Ludovico e si schierò sulle posizioni ghibelline, entrando a Roma al seguito di Ludovico in compagnia di Michele di Cesena, Jean de Jandun e Ubertino da Casale.
Successivamente, assieme al Jandun e a Marsilio da Padova, seguì l'imperatore al suo ritorno a Monaco di Baviera, dove rimase fino alla morte nel 1349 ca.


 

La filosofia
G. intervenne nella nota discussione, tipica della Scolastica, sugli “universali”, che avevano infervorato duecento anni prima Roscellino e Abelardo e allineandosi più sul pensiero concettualistico (una rappresentazione mentale) del secondo, che sulla corrente nominalistica (un mero nome) del primo.
Infatti per G., mentre le cose reali sono note mediante la conoscenza intuitiva, gli universali sono oggetti della conoscenza astratta, cioè della rappresentazione interna delle cose stesse nella mente, ossia sono i termini del processo di riflessione.
Per questo la filosofia di G. venne definito anche terminista.
Un altro punto della filosofia di G. fu il tentativo di semplificare le dispute nella scuola Scolastica con il principio denominato “il rasoio di Ockham”, cioè che non si dovevano ipotizzare entità inutili o complesse, se queste non erano state suffragate dall'esperienza empirica (entia non sunt multiplicanda sine necessitate).
G. tendeva a applicare questi due princìpi (empirismo e rifiuto dell'astrazione) anche alla sua teologia, da cui deduceva che la povertà apostolica era stata confermata dal Nuovo Testamento, mentre il potere civile autonomo era convalidato dalla storia, quindi doveva esserci una rigida separazione tra stato potente e chiesa apostolica, anche se poi potevano collaborare insieme.


 

Le opere
Prima del 1328 le opere di G. furono essenzialmente di tipo filosofico, come i commenti all'Organon e alla Fisica di Aristotele, ma dopo quella data si moltiplicarono le opere di polemica contro il papato di Giovanni XXII, come il De dogmatibus papae Johannis XXII oppure il Compendium errorum papae Johannis XXII, o contro quello del suo successore, Papa Benedetto XII (1334-1342), come Tractatus contra Benedictum XII.
Scrisse inoltre lavori sul rapporto tra stato e chiesa, come Breviloquium de potestate papae e De imperatorum et pontificum potestate.