I primi anni
Il famoso scienziato
Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564, primogenito dei sette figli
di Vincenzo Galilei (ca. 1525-1591), un nobile caduto in miseria, di origine
fiorentina, che si era guadagnato una certa notorietà come liutista, teorico
della musica e matematico, e di Giulia Ammannati (1538-1620). Nonostante che
il giovane G. si interessasse ben presto alla matematica e alla meccanica, il
padre decise, nel 1581, di iscriverlo alla facoltà di medicina dell'università
di Pisa, che il figlio frequentò per quattro anni senza però ottenere alcun
titolo accademico.
I primi studi fisici e
matematici
G. proseguì invece
privatamente nei suoi studi preferiti con il matematico della corte medicea
Ostilio Ricci (1540-1603), che convinse Vincenzo Galilei di permettere al
figlio di abbandonare medicina per intraprendere gli studi, per l'appunto, di
matematica, nella quale il giovane ottenne brillanti risultati. Infatti, come
racconta un noto aneddoto, nel 1583 osservando le oscillazioni di una lampada
nella cattedrale di Pisa, G. formulò la sua teoria sull'isocronismo delle
oscillazioni della pendola.
Nel contempo egli fu
influenzato dal pensiero del suo professore Francesco Buonamici (ca.
1530-1603), che gli instillò la convinzione che solo l'esperienza fisica
poteva stabilire la verità o la falsità delle tesi formulate in maniera
teorica. Nel 1586 G. realizzò una stadera idrostatica per la determinazione
del peso specifico (gli studi vennero pubblicati nel trattato La bilancetta)
e nel 1588 un trattato sulla gravità nei solidi gli permise di occupare una
cattedra di matematica all'università di Pisa dal 1589, ma poco dopo entrò in
conflitto con gli studiosi aristotelici dell'università, quando dimostrò, pare
dall'alto della torre di Pisa, la falsità della teoria che la velocità di
caduta di un solido fosse proporzionale al proprio peso, dimostrando invece
che dipendeva dalla diversa resistenza all'attrito dell'aria.
Le polemiche che ne
seguirono convinsero G. di trasferirsi dapprima a Firenze, e poi, grazie
all'interessamento di amici nel Senato di Venezia, a Padova, dove fu nominato
nel 1592 cattedratico di matematica, posto che mantenne fino al 1610. Il
periodo di G. a Padova fu inoltre allietato dalla nascita, tra il 1600 ed il
1606, dei suoi tre figli, Virginia, Livia e Vincenzo, avuti dalla sua
compagna, la veneziana Marina Gamba.
Gli studi astronomici
Nell'estate 1609, G. mise
a punto un telescopio (seguito nel periodo 1619-24 dal microscopio o
occhialini, come li chiamava lui), che tuttavia non fu inventato, come
spesso si crede, dal matematico pisano, bensì dal fabbricante di occhiali
olandese Hans Lippershay, o Lipperhey (m. 1619), che ne aveva depositato il
brevetto il 2 ottobre 1608. Comunque, con questo strumento G. iniziò una serie
di osservazioni astronomiche che lo resero celebre. Vide infatti che la Luna
non era affatto una sfera perfettamente liscia, ma della stessa natura della
Terra, che la Via Lattea non era altro che un ammasso di stelle, che Giove
aveva un sistema di satelliti, da lui denominati “stelle medicee” in
onore di Cosimo II dÈ Medici (1609-1621). In seguito egli scoprì gli anelli
di Saturno, le fasi di Venere e le macchie solari.
Tutte queste scoperte,
riassunte nel Sidereus Nuncius del 1610 e nell'Istoria e
dimostrazioni intorno alle macchie solari del 1612, misero in crisi la
tesi aristotelica della fissità della Terra e dell'unicità del centro dei
movimenti cosmici e rafforzarono la convinzione di G. nella bontà della
criticata teoria eliocentrica di Niccolò Copernico (1473-1543). Nonostante
ciò, G. fu ammirato, anche dalla stessa Chiesa, per le sue scoperte e nel 1610
accettò la cattedra di matematica all'università di Pisa.
Le accuse
Eppure una parte del mondo
accademica aristotelico e del clero mal sopportavano i suoi enunciati e
lanciarono una campagna di pesanti accuse contro il pisano. Iniziò il filosofo
anti-copernicano Ludovico delle Colombe (1565-ca. 1616), al quale seguì nel
1612 il predicatore domenicano Niccolò Lorini, che accusò G. di eresia, e
l'anno dopo, un altro domenicano Tommaso Caccini (1574-1648) si recò perfino a
Roma per esporre all'Inquisizione le sue accuse contro G.
Quest'ultimo incominciò a
preoccuparsi di questa situazione e scrisse, tra il 1613 ed il 1615, quattro
lettere (le cosiddette “lettere copernicane”) rispettivamente una
all'amico Benedetto Castelli (1578-1643), due a monsignor Pietro Dini (futuro
arcivescovo di Fermo: 1621-1625) e una alla granduchessa madre Cristina di
Lorena (1565-1636), in cui egli si difese, affermando l'autonomia della
scienza dalla metafisica, e ribadendo che alcuni punti delle Sacre Scritture
erano stati scritti in forma volutamente allegorica per i lettori
culturalmente più semplici e che il testo non sempre doveva essere preso alla
lettera, in particolare per quanto concerneva la natura.
Nonostante le
argomentazioni di queste lettere e benché il Duca di Acquasparta, Federico
Cesi (1585-1630), fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603, lo mettesse in
guardia di non esporsi troppo, nel febbraio 1616 G. fu convocato a Roma per
ordine del Papa Paolo V (1605-1621) ed il cardinale gesuita Roberto Bellarmino
(1542-1621) (persecutore di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella) lo ammonì ufficialmente, attraverso un
decreto del Tribunale dell'Inquisizione, a non difendere l'astronomia
copernicana in quanto contraria alle dottrine della Chiesa: G. dovette
obtorto collo adeguarsi alle direttive papali.
Nuove accuse ed il
processo
Tuttavia sette anni dopo,
nel 1623, approfittando di una situazione all'apparenza meno repressiva [nel
1621 era morto Bellarmino ed era salito al potere nel 1623 il nuovo papa,
amico di G. e senz'altro di visioni più ampie di Paolo V, Urbano VIII
(1623-1644)], G. scrisse Il saggiatore, dedicandolo proprio al nuovo
pontefice. Il libro, prendendo spunto da una polemica con il matematico e
architetto gesuita Orazio Grassi (1583-1654) circa la natura delle comete,
riportava invece la sua teoria della conoscenza, dove, tra l'altro,
venne ribadita la superiorità della natura ed il rifiuto metodologico a
riferirsi ad autorità precostituite o a sacri testi, una vera stoccata
polemica non tanto contro Aristotele, quanto contro la scuola aristotelica
dell'epoca e contro i gesuiti.
Poiché l'accoglienza del
libro sembrò positiva, G. osò spingersi oltre, arrivando a pubblicare nel
febbraio 1632 il suo capolavoro, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo, tolemaico e copernicano: il dialogo, articolato in quattro
giornate, riportava le discussioni in tema di astronomia, moto dei corpi e
fenomeno delle maree, di tre studiosi, l'aristotelico e tolemaico (quindi per
G. altamente criticabile) Simplicio, il giovane acuto e imparziale Sagredo e
il copernicano Salviati (nel quale si può identificare lo stesso G.). Tuttavia
nelle conclusioni del libro G. riportò, per bocca di Simplicio, il pensiero di
Urbano VIII, secondo il quale Dio, nella sua onnipotenza, può fare sì che i
fenomeni osservati convalidano (o meno) una teoria, e che quindi
l'osservazioni degli eventi non può condurre per forza di cose alla verità.
La reazione del papa
stesso non si fece attendere: non potendo essere attaccato per il contenuto
del libro, regolarmente accettato dalla censura ecclesiastica, nell'ottobre
1632 G. fu convocato a Roma da parte del Santo Uffizio con l'accusa di non
aver rispettato l'ordine di Bellarmino del 1616 di non difendere la teoria
copernicana.
G. fu quindi processato e,
sotto la minaccia della tortura, dovette abiurare il 22 giugno 1633 in Santa
Maria della Minerva. Secondo la leggenda, G., alzatosi in piedi dopo l'abiura,
pronunciò a bassa voce la frase E pur si muove, con riferimento al moto
della Terra.
Il confino e la morte
Lo scienziato fu
condannato al carcere perpetuo e venne trasferito dapprima a Siena, sotto la
custodia dell'amico e protettore arcivescovo Ascanio Piccolomini (1597-1671),
ma, pochi mesi più tardi, gli fu permesso di trasferirsi nella sua villa di
Arcetri, vicino a Firenze, dove visse fino alla sua morte.
Riuscì ancora a far
pubblicare nel 1638 a Leida, in Olanda, i suoi Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e i
movimenti locali, e a ospitare alcuni allievi, come il suo più fedele
allievo Vincenzo Viviani (1622-1703), autore della Vita di Galileo, ed
Evangelista Torricelli (1608-1647), l'inventore del barometro, ma gli ultimi
anni furono resi dolorosi sia dalla morte nel 1634 della figlia Virginia
(1600-1634), diventata una religiosa carmelitana con il nome di suor Maria
Celeste e unico suo conforto durante il processo e nel periodo immediatamente
successivo, che dalla cecità progressiva, divenuta totale da partire dal 1638.
G. morì ad Arcetri l'8
gennaio 1642.
Jansen (Giansenio),
Cornelius (o Cornelis) Otto (1585-1638) e giansenismo
La vita
Il famoso teologo olandese
Cornelius Otto Jansen (nome umanistico: Giansenio) nacque il 28 ottobre 1585
ad Ackoy, vicino a Utrecht, in Olanda. Dal 1602 studiò all'università di
Lovanio (Louvain), dove conobbe e diventò amico di Jean Du Vergier de Hauranne, futuro abate di Saint Cyran.
Dopo il baccalaureato in filosofia, J. si trasferì dapprima a Parigi per
studiare greco antico ed in seguito a Bayonne, presso la casa di Du Vergier,
per insegnare nel collegio della locale cattedrale, dove l'amico era diventato
canonico. Per circa 12 anni J. e Du Vergier studiarono approfonditamente gli
scritti dei Padri della Chiesa, e in particolare Sant'Agostino (354-430).
Nel 1617 J. ritornò a
Lovanio per occuparsi del collegio di Santa Pulcheria e nel 1619, diventato
dottore in teologia, iniziò ad insegnare all'università.
Dal 1618 J., come già
detto appassionato e profondo conoscitore delle opere di Sant'Agostino, iniziò
a scrivere il suo più famoso trattato, l'Augustinus, inserendosi nella
polemica sul concetto di grazia, iniziato circa 50 anni prima da Michel de Bay, docente anche lui, nel secolo precedente,
dell'università di Lovanio.
Nel 1630 J. fu
ufficialmente nominato regio professore di Sacre Scritture all'università di
Lovanio, da dove si impegnò a difesa delle idee di René Descartes, detto
Cartesio (1596-1650) in una polemica con il teologo calvinista Gisbertus Voetius, mentre nel 1635 egli ottenne l'incarico
di rettore della stessa università.
Mentre stava ancora
lavorando sulla sua opera, fu proclamato nel 1636 vescovo cattolico di Ypres,
in Belgio. Due anni dopo, il 6 maggio 1638, avvenne la sua morte per peste
sempre a Ypres.
L'Augustinus fu
pubblicata solo nel 1640 e questa uscita tardiva risparmiò l'autore dal
putiferio di polemiche e condanne che si scatenarono contro la sua dottrina.
La dottrina del
giansenismo
Come precedentemente il
baianismo (la dottrina teorizzata da de Bay), anche il giansenismo desiderava
proseguire nell'arduo compito di mantenersi equidistante sia dalle tendenze
controriformiste di ispirazione gesuita e molinista [dal teologo Luis de
Molina (1535-1600)], che dalle tentazioni riformiste di tipo protestante.
J. riprese alcuni concetti
espressi (e condannati dalla Chiesa) dal de Bay: come per il suo predecessore,
per J. pensava che l'uomo fosse irrimediabilmente corrotto e indotto al male
dalla concupiscenza, trasmessa in maniera ereditaria anche ai bambini
innocenti, e, nonostante il libero arbitrio, l'uomo non era capace altro che
di peccare: quindi, senza la grazia divina, per l'uomo era impossibile
obbedire ai voleri divini.
All'atto della creazione,
Dio aveva dotato l'uomo, cioè Adamo, di una grazia “sufficiente”, ma l'uomo
l'aveva persa per sempre a causa del peccato originale. In seguito Dio aveva
deciso di donare, con una scelta che non poteva, e non può, essere compreso da
parte dell'uomo, la grazia “efficace” (a vincere il peccato) solo ai
predestinati, giustificati per fede, ma anche, contrariamente al credo
protestante, grazie alle opere buone.
Per quanto concerne il
rapporto tra questa grazia divina e libero arbitrio dell'uomo, il giansenismo
cercò di assumere una posizione equidistante tra il molinismo, che
privilegiava una grazia assoggettata alla volontà umana, e il protestantesimo,
che riteneva la volontà umana uno strumento nelle mani di Dio. Per il
giansenismo, invece, la grazia e la volontà dell'uomo giusto si compenetravano
in maniera tale che la volontà diventava parte della divinità stessa.
La teologia,
sostanzialmente pessimista, del giansenismo si rifletté soprattutto nella sua
moralità, piuttosto severa e rigorosa, in contrasto con il cosiddetto lassismo
dei gesuiti.
Il giansenismo
Il giansenismo va comunque
visto come un fenomeno di dissidenza interna nel Cattolicesimo senza pretese
di secessionismo (escluso il caso della Chiesa di Utrecht) ed ebbe un grande
sviluppo soprattutto in Francia, per merito di Du Vergier de Hauranne, il
quale, diventato abate di Saint Cyran, propagò il pensiero giansenista presso
i propri discepoli, incluse le suore del convento cistercense di Port-Royal
(27 km. ovest a Parigi, vicino a Versailles) e le loro badesse Jacqueline Arnauld (detta Madre Angélique) e la sorella Agnès. Sempre
dalla famiglia Arnaud venne il miglior teologo del movimento, Antoine,
successore di Du Vergier e artefice della diffusione delle dottrine
gianseniste presso l'alta borghesia francese dell'epoca. Il convento di
Port-Royal divenne il centro di riferimento del giansenismo in Francia e si
trasferì nel 1626 a Parigi.
Tra gli altri personaggi
dell'epoca influenzati dal giansenismo, possiamo annoverare il teologo Pierre Nicole, lo scrittore Pasquier Quesnel, ma soprattutto il famoso filosofo e
matematico Blaise Pascal.
Dopo ripetuti anatemi
papali [decreto del Santo Uffizio del 1641, bolla In eminenti di Urbano
VIII (1623-1644) del 1642, bolla Cum occasione di Innocenzo X
(1644-1655) del 1653, bolle Ad sanctam beati Petri sedem del 1656 e
Regiminis Apostolici del 1664 di Alessandro VII (1655-1667)] e continui
attacchi da parte dei gesuiti, il giansenismo giunse, nel 1668, ad una
temporanea tregua con i cattolici denominata Pace della Chiesa, ma, in
seguito alla ripresa delle attività gianseniste nel 1679, il movimento fu
perseguitato con sempre più accanimento.
Nel 1665 fu chiusa la sede
parigina del convento di Port-Royal e nel 1704 fu soppresso il convento
originario, denominato Port-Royal-des-Champs (nel 1710 gli edifici furono rasi
al suolo e i cadaveri addirittura esumati dal cimitero) e le suore furono
disperse tra i conventi della zona.
Poco dopo divampò la
polemica in seguito alla pubblicazione delle Réflexions morales
(riflessioni morali) un Nuovo Testamento in francese con commento giansenista
di Pasquier Quesnel, già imprigionato a Bruxelles per questo testo nel 1703.
Papa Clemente XI
(1700-1721), a riguardo, intervenne con l'ennesima condanna mediante la bolla
Unigenitus del 1713, di una insolita durezza e che condannava perfino
frasi perfettamente ortodosse contenute nel testo. Questo fatto provocò una
momentanea scissione nella Chiesa Cattolica francese quando il cardinale Louis
Antoine De Noailles, arcivescovo di Parigi (1651-1729), e otto (in seguito
diciotto) altri vescovi, appoggiati dalle facoltà di Parigi, Reims e Nantes,
oltre a circa 3.000 ecclesiastici, non accettarono affatto i contenuti della
bolla e si appellarono al sinodo generale francese. La reazione di Clemente XI
fu durissima con l'emissione della bolla Pastoralis officii (1718), che
condannava l'appello e scomunicava gli appellanti. Tuttavia i dissidenti
rimasero sulle loro posizioni ed anche il ritorno di De Noailles
all'ortodossia nel 1728 non riportò la situazione alla normalità: il
parlamento francese continuò ancora per molto tempo a rifiutare la bolla
Unigenitus.
Ma questo episodio più che
una difesa del giansenismo pareva invece inserirsi nei frequenti fenomeni di gallicanesimo e non poté certo frenare il graduale declino
del giansenismo in Francia, che ebbe un ultimo colpo di coda con l'apparizione
dei convulsionari.
Costoro, fanatici
giansenisti, apparvero in seguito alla morte (nel 1727) del diacono François
Paris (Francesco di Parigi), la cui tomba nel cimitero di Saint Médard era
diventato meta di pellegrinaggi e presso la quale si raccontava avvenissero
dei miracoli. Il cimitero fu chiuso per ordine della corte di giustizia il 27
gennaio 1732, ma i convulsionari proseguirono con le loro manifestazioni di
fanatismo in case private, dove giovani fanciulle invasate venivano sottoposte
ad atroci prove: erano sospese sopra fuochi accesi, mangiavano escrementi,
grandi pietre appoggiate sopra i loro corpi venivano rotte a colpi di mazza;
il tutto apparentemente senza danno fisico grazie all'incrollabile fede
giansenista.
Tuttavia, già nella
seconda metà del XVIII secolo il giansenismo era stato notevolmente
ridimensionato in Francia, dove comunque sopravvisse, a sorpresa, alla
Rivoluzione stessa: l'atto finale con il quale si estinse il movimento in
Francia fu il ritorno al Cattolicesimo dell'ultima congregazione religiosa, le
Sorelle di Santa Marta, nel 1847.
Il giansenismo negli
altri paesi europei
Ebbe invece sorte migliore
in altri paesi europei: soprattutto in Olanda, ma anche negli stati italiani,
come il Ducato di Parma, il Regno delle Due Sicilie, e, più importante, nel
Granducato di Toscana, del Granduca Pietro Leopoldo I (1765-1790), dove il
giansenismo ebbe la possibilità di influenzare alcuni punti delle conclusioni
del famoso sinodo di Pistoia del 1786, voluto dal vescovo Scipione dÈ Ricci per proporre una
moderata riforma della Chiesa Cattolica, ma che venne condannato senza pietà
dalla bolla Auctorem fidei di Papa Pio VI (1775-1799) del 1794.
Come detto, però, fu
soprattutto in Olanda dove il giansenismo venne ampiamente tollerato,
soprattutto sotto i vicari generali, arcivescovi Johann Van Neercassel
(arcivescovo: 1663-1686, m. 1686) e Petrus Codde (arcivescovo: 1686-1704, m.
1710), che accolsero i fuggitivi dalla Francia, come Arnauld, Nicole e Quesnel.
Codde fu deposto nel 1704
per ordine del Papa Clemente XI, ma la nomina del successore, Gerard Potkamp,
fu rifiutata da parte del clero olandese, provocando nel 1713 una scissione
dalla Chiesa Cattolica con la fondazione della Chiesa cattolica romana del
clero antico episcopale o Chiesa (giansenista)
olandese di Utrecht, prima di una serie di chiese cosiddette “vecchio-cattoliche”,
rinforzata nel 1724 dall'ordinazione del primo vescovo giansenista di Utrecht,
Cornelius Steenhoven (m.1725). L'ordinazione, almeno formalmente, fu regolare
in quanto eseguita da Monsignor Varlet, vescovo missionario cattolico di
Babilonia. Nel 1742 e 1757, alla diocesi originaria di Utrecht si affiancarono
le diocesi di Haarlem e Deventer, tutte e tre operanti oggigiorno.
La Chiesa di Utrecht è
diventata la capostipite delle chiese nazionali vecchio-cattoliche, sorte in
particolare dopo il Primo Concilio Vaticano del 1869-70 e federate come Unione
di Utrecht e riunite definitivamente nella Convenzione di Utrecht del 1952, il
cui sito è
http://www.old-catholic.org/international.html
Il periodo storico
Nel 1415 scoppiò per la
terza volta la guerra, detta dei Cent'anni (1339-1453), tra Inghilterra e
Francia, e questa volta, essa iniziò nella peggiore maniera per i francesi,
sconfitti pesantemente ad Azincourt, in Artois, ad opera degli inglesi, mentre
il re d'Inghilterra Enrico V (1413-1422), fu nominato erede ufficiale da suo
suocero, il re di Francia Carlo VI, detto il folle (1380-1415, m. 1422).
Tuttavia l'investitura di
Enrico, appoggiata dal Duca di Borgogna, non fu accettata dal Duca di Orléans
e dal suo alleato, il Conte di Armagnac. I due nobili nominarono invece nel
1422 il delfino Carlo, re di Francia con il nome di Carlo VII, ed egli fu
successivamente soprannominato il Vittorioso (1422-1461).
Tuttavia l'inizio del
regno di Carlo VII fu tutt'altro che vittorioso, poichè le truppe del nuovo re
d'Inghilterra, Enrico VI (1422-1471), occuparono tutte le terre a nord della
Loira e posero d'assedio Orléans nel 1428.
Giovanna d'Arco
Giovanna d'Arco,
quintogenita di un contadino locale, di nome Jacques, nacque, probabilmente il
6 Gennaio 1412, a Domremy in Champagne, nella Francia orientale.
Ella condusse una vita del
tutto normale fino all'estate del 1425, quando disse di sentire delle voci e
ad avere delle visioni, in cui vedeva e parlava con Santa Caterina, Santa
Margherita e San Michele.
Solo nel 1428 la fanciulla
si convinse che le visioni la incitavano a correre in aiuto del re Carlo VII.
G. quindi abbandonò
Domremy per recarsi a Chinon (vicino a Tours), dal re, che ella riconobbe
senza esitazione, nonostante che il sovrano, per metterla alla prova, si fosse
travestito come uno dei suoi attendenti. Pur convincendosi dell'investitura
divina della fanciulla, Carlo la inviò a Poitiers per essere esaminata da un
collegio di vescovi e solo dopo aver superato anche questo esame, a G. fu
permesso di vestirsi da guerriera e di adottare una bandiera bianca come
distintivo.
L'effetto di G. sulla
morale delle truppe francesi fu galvanizzante: l'8 Maggio 1429, nonostante la
Pulzella venisse ferita da una freccia al petto, l'assedio inglese di Orléans
fu levato e il 18 Giugno i francesi vinsero la battaglia di Patay.
G. portò di vittoria in
vittoria le truppe, e i loro (spesso) recalcitranti comandanti, tra cui il
famigerato Gilles de Rais (1404-1440) (in seguito passato alla storia per i
suoi orrendi delitti come il famigerato Barbablù), fino a Riems, dove il 17
Luglio 1429, Carlo VII fu incoronato solennemente.
Nel Settembre dello stesso
anno, però, un tentativo di assedio di Parigi fallì e G. fu nuovamente ferita,
questa volta al fianco.
L'anno successivo, durante
la difesa della città di Compiègne dall'attacco delle truppe del Duca di
Borgogna, alleato degli inglesi, G. fu fatta prigioniera durante una sortita,
il 24 Maggio 1430.
Purtroppo fu qui che si
evidenziò che G. non aveva certo molto credito alla corte francese: infatti
l'ingrato Carlo VII non mosse un dito per cercare di salvarla, per esempio
avrebbe potuto proporre un baratto tra G. e dei prigionieri inglesi di alto
rango.
Nel frattempo i borgognoni
la vendettero agli inglesi, i quali, a loro volta, la consegnarono agli
inquisitori e al suo principale accusatore, il vescovo di Beauvais, Pierre
Cauchon (m. 1442), con l'accusa di eresia e stregoneria.
L'interrogatorio, che si
svolse a Rouen, durò dal 21 Febbraio al 17 Marzo 1431, dove ben 72, ridotti
poi a 12, capi d'accusa furono pronunciati contro la Pulzella.
Fu infatti accusata, tra
l'altro, di riferire direttamente a Dio mediante le sue “voci”, di rifiutare
la gerarchia ecclesiastica, di essersi vestita di abiti maschili contro la
legge divina, di aver evocato i demoni, di essere una blasfema contro Dio e i
santi. A questo punto gli inquisitori misero in atto una sottile pressione
psicologica, anche mediante tortura, per convincerla ad abiurare, cosa che G.
finalmente fece il 23 Maggio praticamente davanti al rogo pronto per lei.
Ma, il 27 Maggio
successivo, G. comparì davanti agli inquisitori in vestiti maschili, non si sa
se volontariamente o perché le erano stati tolti quelli femminili. Comunque
questo era un formidabile pretesto perché gli inquisitori, pressati dagli
inglesi, la dichiarassero relapsa, cioè persona che aveva ritrattato
l'abiura.
G. fu quindi bruciata sul
rogo il 30 Maggio 1431 e durante la sua esecuzione, fu ridotta l'altezza delle
fiamme per far vedere al popolo “tutti i segreti che possono e dovrebbero
essere in una donna”. Le sue ceneri furono poi gettate nella Senna.
Nel 1456 si svolse il suo
processo di riabilitazione, che annullò la sentenza del vescovo Cauchon e
infine nel 1920 G. fu dichiarata Santa da Papa Benedetto XV (1904-1922).
La storia
Vasto movimento
filosofico-religioso spontaneo e non unificato, diffuso in Egitto e in
Palestina dai tempi degli Apostoli almeno fino al IV° secolo.
Le sue origini rimangono
oscure: nacque probabilmente come movimento sincretico, teso a fondere, in
vari momenti storici, religioni misteriche, astrologia magica persiana,
zoroastrismo, ermetismo, kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo
alessandrino fino a giungere ad un sincretismo con il Cristianesimo dei primi
secoli.
Detta forma però fu anche
caratterizzata da un forte antinomismo, cioè da tendenze anarchiche e dal
rifiuto di norme legali, e, a maggior ragione, di una Chiesa Cattolica
organizzata.
E proprio quest'ultima
forma, gnostico-cristiana, che venne combattuta dai Padri della Chiesa come
Ireneo, Giustino, Tertulliano, che ne rimasero per secoli l'unica fonte di
informazione fino al 1945.
In quell'anno furono
scoperti i manoscritti in copto a Nag Hammadi, in Egitto, un gruppo di 44
opere gnostiche, come ad es. il Vangelo di Filippo, quasi tutte sconosciute
fino ad allora.
Il G., nel periodo di
massimo sviluppo, intorno al II° secolo, si distinse in due filoni principali:
Il
G. cosiddetto volgare di tipo magico astrologico persiano, rappresentato da Cerinto, Carpocrate, Simon Mago, Menandro.
Il
G. cosiddetto dotto con le grande scuole di pensiero, facenti capo a Basilide, Valentino e Marcione.
Intorno al IV° secolo, il
G. confluì nella sua forma avanzata, il Manicheismo e nei secoli successivi influenzò tutta una
serie di eresie, come ad esempio i bogomili ed i catari.
Ma vi fu anche una setta
di G., che, isolandosi geograficamente, giunse a noi in forma molto pura: si
tratta dei Mandei, tuttora abitanti nell'Iraq meridionale.
Più
recentemente, il G. ha influenzato molti studiosi cristiani, come
Pierre Teilhard de Chardin, Paul Tillich, Mary Baker Eddy e la
sua Christian Science e non cristiani come il grande
psicanalista Carl Jung, che dichiarò: la gnosi è indubbiamente la
conoscenza psicologica, i cui contenuti derivano dall'inconscio.
Infine alcuni studiosi
identificano parecchi elementi gnostici in quel confuso fenomeno
sociale-filosofico attualmente di moda, che è la New Age.
La dottrina
Il G. deve il suo nome
alla gnosi, cioè, come insegnavano i maestri gnostici, alla conoscenza
di Dio e delle origini e destino della razza umana, attraverso la
“rivelazione”.
Detta rivelazione era
trasmessa direttamente da Cristo (nella forma gnostico-cristiana) ad una
ristretta cerchia di iniziati e non attraverso la gerarchia della Chiesa.
Inoltre essa doveva
giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi
canonici.
Per gli G., Dio aveva
emanato una serie di entità incorporee (eoni), per formare tutti insieme il
Pleroma (pienezza del divino), ma l'ultimo degli eoni, Sophia (la Saggezza) o
Barbelos si corruppe con la lussuria, creando il Demiurgo, creatore del mondo
materiale.
Per alcuni G., il Demiurgo
era identificato con Yahweh, il Dio vendicativo del Vecchio Testamento, in
contrasto con il Dio Buono del Nuovo Testamento: questa corrente di pensiero
gnostico era detta dualistica.
Tuttavia, avendo il
Demiurgo creato il mondo materiale e gli uomini, sua madre Sophia o Barbelos,
all'insaputa del figlio, aveva infuso in alcuni uomini la scintilla spirituale
divina, che poteva permettere a costoro di giungere alla gnosi.
I G. tendevano, infatti, a
rifiutare l'universalismo, dividendo gli uomini in:
ilici
o terreni,
psichici
che credevano nel Demiurgo, ma ignoravano l'esistenza di un mondo spirituale
superiore a lui e
pneumatici
o spirituali (gli iniziati di cui prima), che erano dotati della scintilla
divina.
Per portare informare gli
iniziati della loro potenzialità inespressa, cioè la scintilla divina, fu
inviato sulla terra l'eone Cristo come emissario di Dio e guida suprema.
Tuttavia Cristo non si
incarnò sulla terra come Gesù, ma fece sì che questo fatto apparisse agli
uomini, e dal greco dokéin, cioè apparire, deriva questo pensiero
filosofico, comune a molti G., cioè il
docetismo.
Infine lo sviluppo di
questa negazione del concreto e il relativo disprezzo per il mondo materiale
portò, per esempio, molti G. a comportamenti quotidiani radicalmente opposti:
dalla sessualità più sfrenata (Basilide, Carpocrate, cainiti) alla castità e all'ascetismo più rigorosi (Saturnino).
La vita
Guglielmo, famoso filosofo
della scuola Scolastica, nacque a Ockham (nella contea di Surrey, nel sud-est
dell'Inghilterra) nel 1280 ca. e studiò a Oxford nel 1305-1307 circa con
Giovanni Duns Scoto (1265-1308), a Parigi nel 1310 ed infine frequentò la
scuola di teologia a Oxford tra il 1316 ed il 1320.
Entrò da giovane
nell'ordine francescano e verso il 1320 iniziò ad insegnare fisica
aristotelica, teologia e logica all'Università di Parigi, ma nel 1323 rassegnò
le dimissioni per dedicarsi alla contesa tra filo papali (guelfi) e filo
imperiali (ghibellini): egli si schierò con questi ultimi, pubblicando diversi
libretti di denuncia sull'abuso di potere dei papi.
Per questi egli fu
convocato ad Avignone nel 1324 dalla curia papale, su ordine di Papa Giovanni XXII (1316-1334), assieme ad un gruppo di francescani spirituali, ma nel 1328 riuscì a fuggire con Michele di Cesena rifugiandosi a Pisa presso l'imperatore
Ludovico IV il Bavaro.
G.
si inserì successivamente nella lotta per l'investitura dell'imperatore tra
Giovanni XXII e lo stesso Ludovico e si schierò sulle posizioni ghibelline,
entrando a Roma al seguito di Ludovico in compagnia di Michele di Cesena, Jean de Jandun e Ubertino da Casale.
Successivamente, assieme
al Jandun e a Marsilio da Padova, seguì l'imperatore al suo ritorno a
Monaco di Baviera, dove rimase fino alla morte nel 1349 ca.
La filosofia
G. intervenne nella nota
discussione, tipica della Scolastica, sugli “universali”, che avevano
infervorato duecento anni prima Roscellino e Abelardo e allineandosi più sul pensiero concettualistico
(una rappresentazione mentale) del secondo, che sulla corrente nominalistica
(un mero nome) del primo.
Infatti per G., mentre le
cose reali sono note mediante la conoscenza intuitiva, gli universali sono
oggetti della conoscenza astratta, cioè della rappresentazione interna delle
cose stesse nella mente, ossia sono i termini del processo di riflessione.
Per questo la filosofia di
G. venne definito anche terminista.
Un altro punto della
filosofia di G. fu il tentativo di semplificare le dispute nella scuola
Scolastica con il principio denominato “il rasoio di Ockham”, cioè che non si
dovevano ipotizzare entità inutili o complesse, se queste non erano state
suffragate dall'esperienza empirica (entia non sunt multiplicanda sine
necessitate).
G. tendeva a applicare
questi due princìpi (empirismo e rifiuto dell'astrazione) anche alla sua
teologia, da cui deduceva che la povertà apostolica era stata confermata dal
Nuovo Testamento, mentre il potere civile autonomo era convalidato dalla
storia, quindi doveva esserci una rigida separazione tra stato potente e
chiesa apostolica, anche se poi potevano collaborare insieme.
Le opere
Prima del 1328 le opere di
G. furono essenzialmente di tipo filosofico, come i commenti all'Organon
e alla Fisica di Aristotele, ma dopo quella data si moltiplicarono le opere di
polemica contro il papato di Giovanni XXII, come il De dogmatibus papae
Johannis XXII oppure il Compendium errorum papae Johannis XXII, o
contro quello del suo successore, Papa Benedetto XII (1334-1342), come
Tractatus contra Benedictum XII.
Scrisse inoltre lavori sul
rapporto tra stato e chiesa, come Breviloquium de potestate papae e
De imperatorum et pontificum potestate.