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Da: Italialaica il giornale dei laici italiani
FREUD: LA RELIGIONE COME PATOLOGIA
“Come se il mondo non avesse già abbastanza enigmi, ci tocca anche capire come quegli altri poterono contrarre la fede in un essere divino e donde questa fede tragga il suo immenso potere, capace di sopraffare ragione e scienza”
(Sigmund Freud, Opere, vol.11, Boringhieri, Torino 1979, p.440)
di Maria Mantello
La religione è
innocente?
Grandi filosofi, prima di Freud, avevano messo a dura prova le credenze
religiose. Basti ricordare almeno, che tra ‘700 e ‘800 le basi del
confessionalismo (cristiano-cattolico in particolare) erano state
irrimediabilmente poste in crisi dalle acute analisi di Hume, Kant, Feuerbach,
Marx, fino al celeberrimo “Dio è morto” di Nietzsche. Spazzata via ogni pretesa
ontologica, visto che “l’esistenza non è un predicato deducibile da un
concetto”, Dio appariva una congettura utilizzata come consolazione, controllo
sociale, inibizione delle energie vitali ed intellettuali. Ma nessuno, prima di
Sigmund Freud, era giunto a dissolvere la religione in patologia. Lo scandalo fu
grandissimo. Non si perdonava al fondatore della psicanalisi di aver spiegato
che la religione è un’illusione, dove il credente smarrisce il senso della
realtà a vantaggio di fantasie psichiche, che diventano delirio collettivo
nell’acquiescenza del gruppo. In Psicologia delle masse ed analisi dell’Io
(1921), Freud parla di annullamento della personalità cosciente e di rapimento
ipnoide degli individui, che pensano per immagini prive di riscontro empirico.
Poiché nella religione, la fede è premessa, mezzo e fine, si comprende come i
meccanismi d’induzione suggestionale possano essere talmente contagiosi per i
credenti, da renderli impermeabili a dubbi e incertezze. “Noi crediamo per
fede!” In questo motto si corazza l’automatismo psichico, mentre la singolarità
annega nell’omologazione identitaria. Freud ne L’avvenire di un’illusione (1927)
scrive: “Prendiamo in considerazione la genesi psichica delle rappresentazioni
religiose. Queste, che si presentano come dogmi, non sono precipitati
dell’esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni [...].
Caratteristico dell’illusione è derivare dai desideri umani; per tale aspetto
essa si avvicina ai deliri psichiatrici [...]. Chiamiamo dunque illusione una
credenza, quando nella sua motivazione prevale l’appagamento di desiderio, e
prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio come l’illusione
stessa rinunzia alla propria convalida ” (L’avvenire di un’illusione in Il
disagio della civiltà, Boringhieri, Torino, 1971, pp. 170-171). Una diagnosi che
disturba ancora oggi. Ma “la psicanalisi è un metodo di ricerca, uno strumento
imparziale”(ibidem,p.177). Pertanto, di fronte ai meccanismi di proiezione,
rimozione, razionalizzazione, sublimazione del fedele, Freud non può tacere la
diagnosi sulle credenze religiose: “un narcotico con cui l’uomo controlla la sua
angoscia, ma ottundono il suo cervello”. L’umanità, dovrebbe impegnarsi a
liberarsi da questa illusione: usufruirebbe di energie razionali preziosissime
per la costruzione della stessa “civiltà”. Ma l’ impresa è ostica, visto che
“quando i problemi sono quelli della religione, gli uomini si rendono colpevoli
di tutte le possibili insincerità e scorrettezze intellettuali” (ibidem, pp.
172-173). Del resto, lo stesso cardine della fede –nota Freud- non sta proprio
nel “credo quia absurdum” teorizzato dai padri della Chiesa? Un’antinomia con
cui hanno dovuto fare i conti i teologi di ogni tempo. Questi, sforzandosi di
dare una struttura logica ai principi religiosi, si sono però invischiati in una
tale ragnatela di contraddizioni e paradossi, che infine sono stati costretti a
rifugiarsi nell’alveo della sovrannaturale verità rivelata: “Le prove da essi
tramandateci sono contenute in scritti che di per sé comportano tutti i
caratteri dell’inattendibilità. Sono pieni di contraddizioni, rielaborati,
falsificati; dove ragguagliano su convalide fattuali risultano essi stessi privi
di convalida. Non giova gran che affermare [...] che traggono origine dalla
rivelazione divina; già di per sé tale affermazione è infatti parte delle
dottrine [...] e nessuna proposizione può provare se stessa” (ibidem, p.167) La
religione appare quindi, un esercizio filologico su verità supposte, la cui
garanzia sarebbe il mistero divino. Il dio rivelato e metabolizzato nel
cristianesimo, che Freud storicamente considera la “forma ultima assunta nella
civiltà bianca, cristiana” (ibidem, p. 160), è una costruzione del credente, che
in nome di dio inibisce ogni dubbio. Ma allora, possiamo prendere il devoto a
modello di individuo compiuto, come i teologi vorrebbero? Freud utilizza una
metafora: “può l’antropologo darci l’indice cranico di un popolo che segue il
costume di deformare con le fasciature le teste dei bambini sin da quando son
piccoli?” (ibidem, p. 187) Insomma, se in nome della fede si comprime la
razionalità: “E’ proprio impossibile che una parte notevole di colpa in questa
relativa atrofia l’abbia l’educazione religiosa?”(ibidem, p. 187).
Sintomatologia del Dio Padre
La dimensione di massa della fenomenologia religiosa è fondamentale per la sua
diffusione, ma anche per occultarne la patologia. Riportiamo un giudizio di
particolare efficacia sintetica, che Freud formula nel terzo saggio di L’uomo
Mosè e la religione monoteistica (1938) rispetto ai dogmi delle religioni:
“portano in sé il carattere dei sintomi psicotici, ma al contempo, come fenomeno
di massa, sfuggono alla maledizione dell’isolamento” (in Opere, Boringhieri,
Torino, 1979, vol.11, p.407). Il credente non prova disagio per queste
illusioni. Non sente il bisogno di ristabilire il senso della realtà. Considera
Verità le sue credenze, perchè sa di condividerle col gruppo dei fedeli. Sfugge
così al peso dell’isolamento, che è la “maledizione” di ogni altra
sintomatologia nevrotica. In questa prospettiva, i rituali religiosi possono
costituire un formidabile rifugio per le nevrosi individuali. In uno scritto del
1907, Azioni ossessive e pratiche religiose, Freud afferma: “Certo non sono io
il primo a notare la somiglianza delle cosiddette azioni ossessive dei nevrotici
con le pratiche mediante le quali il credente attesta la sua devozione
religiosa. [...] Coloro che eseguono azioni ossessive o cerimoniali appartengono
-accanto a quelli che soffrono di pensieri, rappresentazioni, impulsi coatti- a
una particolare unità clinica, per la quale abitualmente si usa il termine
nevrosi ossessiva”. (in Opere, Boringhieri, 1980, vol.5, p.341). Come il
nevrotico trova consolazione alla sua angoscia nella coazione a ripetere alcuni
comportamenti, così il fedele nelle cerimonie religiose. Si tratterebbe appunto
di una medesima “unità clinica”. Nella reiterazione ritualistica, il credente
sposta e condensa fondamentali istanze pulsionali su un oggetto: il dio che
adora. Freud analizza questo investimento psichico, che sta alla base della
religione del Dio-padre. E’ questo un dio unico ed onnipotente, di fronte al
quale il fedele si sente sempre inadeguato, così come lo era da bambino davanti
alla “figura genitoriale”. Ne era dominato e per questo ha tremato. Ma ne ha
ricevuto anche amore e protezione. Ha provato laceranti e ambivalenti
sentimenti. Questa figura genitoriale, introiettata come potente Super-io, è
traslata nella religione del Dio-Padre. E continua ad incombere anche sul figlio
adulto, fragile e disobbediente, che cerca guida e conforto nel padre ideale a
cui resta legato (religare = legare, da cui religione): “il motivo che la
psicoanalisi adduce per il formarsi della religione è uno solo: il contributo
infantile alla sua motivazione manifesta [...]. Il motivo del desiderio ardente
del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le conseguenze
della debolezza umana; la difesa contro l'insufficienza infantile lascia il suo
segno caratteristico sul modo di reagire dell'adulto contro la sua fatale
impotenza, ossia sulla formazione della religione” (L'avvenire di un'illusione,
cit, pp. 163-164). E’ questa la spiegazione psicanalitica, ma anche storica,
della nascita della religione del Dio unico: “il primitivo ha bisogno di un dio
come creatore del mondo, capo supremo della tribù, protettore personale [...].
L’uomo [...] del nostro tempo, si comporta alla stessa maniera. Anche lui resta
infantile e bisognoso di protezione persino da adulto; pensa di non potere fare
a meno del sostegno del suo dio [...] e quanto più grande è il dio tanto più
sicura è la protezione che può donare” (L’uomo Mosè e la religione monoteistica,
saggio terzo, cit, p.445). A questo Super-io deificato egli sacrifica con
orgoglio, come faceva da piccolo col genitore, le pulsioni vietate per
guadagnarsi approvazione e protezione. Al Dio-padre, e ai suoi officianti, il
credente chiede: assoluzione dai peccati commessi ed assicurazione contro le
colpe future. Così, nella dimensione religiosa, all’interno della dicotomia
disobbedienza-obbedienza al precetto, manifesta la sintomatologia del “complesso
del padre”. Come un nevrotico, cerca di mediare tra coazione a soddisfare le
spinte libidiche e coazione ad inibirle. Impegnato a rimuovere i desideri
profondi e a razionalizzarli in fobia, è schiacciato dal suo conflitto
interiore. Cerca aiuto. E spera di trovarlo nel sistema di prescrizioni
religiose. Qui, l’Io scambia il sacrificio con la ricompensa promessa: “L’Io si
sente elevato, prova orgoglio per la rinuncia pulsionale come per un atto di
gran valore. [...]Quando l’Io offre al Super-io una rinuncia pulsionale, si
aspetta in compenso più amore.” (ibidem, p. 435). E’ un investimento affettivo
che non ammette dispersioni (altri dei). E’ ristabilita la maestà dell’Unico
Dio-Padre. Così, il popolo ebraico “in una nuova ebbrezza di ascesi morale [...]
s’impose sempre nuove rinunce pulsionali, raggiungendo, almeno nella dottrina e
nel precetto, vertici etici che erano rimasti inaccessibili agli altri popoli
antichi” (ibidem, p. 450). E’ un sentimento che ritorna anche nel cristianesimo.
Anzi, l’accresciuto senso di colpa per un’umanità strutturalmente peccatrice,
nella “buona novella” rinsalda a tal punto l’autorità paterna, da tributarle il
martirio del figlio, nella speranza di una assoluzione-redenzione universale:
“siamo redenti da ogni colpa dacché uno di noi ha sacrificato la sua vita per
assolverci” (ibidem, p. 451). Se per gli ebrei è centrale la partecipazione al
progetto di Dio sulla terra e, in questo impegno il popolo ebraico si sente
eletto; per i cristiani subentra la liberazione di essere i redenti. Non a caso,
in questa religione assume preminenza un Dio Padre Amore, che compensi la
sottomissione-espiazione richiesta con un rassicurante valore di senso dato
all’Universo. Un Dio onnisciente ed onnipotente con cui annebbiare la
individuale responsabilità della scelta e tenere in scacco le incognite e le
paure della fatica di vivere. Un Dio-Provvidenza che compia il suo disegno
finanche in un’altra vita. Esaurita quella biologica, il credente anela infatti
ad una perfetta quanto infinita beatitudine, come compimento vero ed ultimo
dell’universale provvidenza: “Alla fine tutto il bene trova la sua ricompensa e
tutto il male la sua punizione, se non già in questa forma della vita, nelle
ulteriori esistenze che cominciano dopo la morte. In tal modo tutti i terrori,
le sofferenze e le asperità della vita sono destinati alla cancellazione[...]”;
“Mediante il benigno governo della Provvidenza divina, l’angoscia di fronte ai
pericoli della vita viene calmata, l’istituzione di un ordine morale universale
assicura l’appagamento dell’esigenza di giustizia, che nella civiltà umana è
rimasta così spesso inappagata, il prolungarsi dell’esistenza terrena mediante
una vita futura istituisce la struttura spaziale e temporale in cui questi
appagamenti di desideri devono trovare il loro compimento” (L’avvenire di un
illusione, cit., pp. 159; 170). Un’aspirazione alla felicità alienata e
sublimata in una mitica anima, purificata da tutta una vita di inibizioni
offerte in sacrificio, ma che alla fine prenda posto accanto al
Dio-Padre-Provvidenza nell’immaginifico cielo. Qui, senza più corpo che spinga
agli appetiti pulsionali (peccati), sarà finalmente pacificata in seno al
Super-io deificato. E’ l’adempimento della escatologia, di cui il fedele può
avere qualche sentore nell’Eucarestia.
Banchetto Totemico e
Banchetto Eucaristico. Dalla religione del padre a quella del figlio
In Totem e Tabù (1913) Freud prende le mosse dalla teoria darwiniana sull’orda
primordiale. Al pari di altri primati, i nostri più remoti progenitori sarebbero
vissuti in branchi, dominati da un capo-maschio. Un padre-padrone tirannico e
geloso, che possedeva le donne del clan e le teneva gelosamente lontane dagli
altri maschi. La lotta per sostituirsi al capo era crudele e poteva concludersi
con la sua uccisione. Fin qui Darwin. Freud, alla luce della sua esperienza
analitica e servendosi anche di fondamentali studi di etnologia (in particolare
di W. Robertson Smith), ricompone in una trama unitaria i vari tasselli
antropologici sull’orda primordiale. Egli nota, che tutte le società primitive
sono accomunate dalla cerimonia del banchetto totemico, in cui i membri della
tribù uccidono e mangiano un animale sacro ad un dio o simbolo del dio stesso.
Questo rituale, che rappresenta l’unitarietà sacra del clan, può essere letto
come metabolizzazione della drammatica ribellione al padre-padrone dell’orda,
motivata dalle spinte libidiche dei figli, continuamente represse anche con la
punizione (reale o minacciata che fosse) dell’evirazione. Antichissimo era
dunque quel complesso di castrazione, che, come effetto dei sensi di colpa
connessi al complesso di Edipo, la psicanalisi riscontrava in tanti piccoli
pazienti. Si trattava di una paura ancestrale, che veicolata in tanta mitologia
classica, conserva traccia simbolica nella stessa circoncisione. Nell’orda
primordiale, quindi, bisognava scavare più a fondo. E Freud arriva alla
conclusione, che i rituali del banchetto totemico evocassero l’uccisione del
padre-capo dell’orda da parte dei figli ribelli, che ne avrebbero mangiato il
corpo, nella credenza tipica delle comunità antropofaghe di assimilarne la
potenza. Ucciso il padre, il branco si sarebbe trovato però senza protezione e
in preda a lotte fratricide per la conquista del potere. In questo contesto
sarebbe maturato un senso di colpa collettivo, che avrebbe portato il gruppo a
darsi regole basilari. Si sarebbe così imposta una sorta di “ubbidienza postuma”
alla legge del padre. Di qui i due tabù delle società primitive: divieto di
profanare il capo (padre-totem) e divieto d’incesto. Il banchetto dell’orda
primordiale deve essere avvenuto, ma –precisa Freud- anche se fosse solo un
prodotto dell’immaginario collettivo, non cambia la sostanza degli ancestrali
conflitti libidici con cui ogni essere umano continua a misurarsi. C’è un legame
dunque, tra i primi desideri del bambino e quelli delle società primitive,
perché “i fondamentali comandamenti del totemismo, le due prescrizioni che ne
costituiscono il nocciolo, cioé la proibizione di uccidere il totem e quella di
sposare una donna dello stesso totem, coincidono, nel contenuto, con i due
crimini di Edipo, che ha ucciso il padre e sposato la madre. [...] il sistema
totemico è sorto dalle condizioni del complesso di Edipo” (Totem e Tabù, Newton,
2005, p. 167). Ma le tracce mnestiche di quel banchetto non si sono esaurite
nella mitologia pagana che ne conserva memoria. Esse sopravvivono nel sacramento
eucaristico. Qui avverrebbe però una singolare inversione dei ruoli: è il figlio
Cristo ad essere sacrificato al padre per rimediare alla colpa originaria:
“sacrificando la propria vita, egli redense tutti i suoi fratelli dal peccato
originale. [...] viene rimesso in vita l’antico banchetto totemico in forma di
Comunione, in cui i fratelli riuniti si cibano della carne e del sangue del
figlio, e non del padre, per santificarsi e identificarsi con lui” (ibidem, pp.
185-186). E non è di secondaria importanza che il Figlio sia casto. Solo così
può provare al padre il superamento del Complesso di Edipo: “La riconciliazione
col padre è tanto più completa in quanto, contemporaneamente al sacrificio, si
proclama la rinuncia alla donna, che è stata la causa della ribellione contro il
padre” (ibidem, p. 186). In questa sottomissione del Figlio al Dio-padre,
tuttavia, trapelano alcune ambiguità. Nel mito cristiano, Gesù è egli stesso
Dio, incarnatosi per volontà del Dio-padre. E’ dunque a tutti gli effetti Dio:
accanto al Padre, ma identico al Padre. Così, pur nella riproposizione del Dio
unico, ritorna l’incontenibile psicologica aspirazione del figlio a prendere il
posto del padre: “Nello stesso tempo e con lo stesso atto, il figlio, che offre
al padre l’espiazione più piena, realizza i suoi desideri contro il padre.
Diviene egli stesso dio accanto al padre, o meglio al posto del padre. [...] Ma
la Comunione cristiana è, in fondo, una nuova soppressione del padre, una
ripetizione dell’atto che richiede espiazione” (ibidem, p. 186). L’Eucaristia
ricorda fin troppo la vittoria dei figli sul padre. Il mito di Cristo
sostituisce all’orda paterna l’alleanza del clan fraterno. La religione del
padre, sviluppatasi col monoteismo ebraico, è trasformata dal cristianesimo in
quella del figlio, perchè la morte del figlio: “volta apparentemente alla
riconciliazione col Dio padre, finì col detronizzarlo e sopprimerlo. Il
giudaismo era stato la religione del Padre, il cristianesimo diventò una
religione del Figlio. L’antico Padre divino si ritirò dietro Cristo, e al suo
posto venne Cristo, il figlio, proprio come ogni figlio aveva sperato in èra
remota”(L’uomo Mosè e la religione monoteistica, cit., p 409). Tuttavia non è
annullato il senso di colpa per la disobbedienza al padre primigenio. Anzi,
questa colpa è divenuta genetica: “Paolo, un ebreo romano di Tarso, ricuperò
questo senso di colpa [...]. Chiamò questa il ‘peccato originale’ [...]. Con il
peccato originale la morte venne nel mondo. [...] Ma non si ricordava
l’assassinio, si fantasticava piuttosto la sua espiazione, e perciò questo
fantasma poteva essere salutato come messaggio di redenzione (vangelo)”(ibidem,
p. 408). Ma nel fantasma della genetica colpa originale, che ha preteso la morte
del dio-figlio e che suppone l’espiazione eterna di ogni altro figlio-creatura
di dio, permangono tutte le irrisolte conflittualità connesse al “complesso del
padre”. La psicanalisi ha rivelato come il mistero della religione sia questo
complesso.
Fine dell’illusione religiosa.
Più scienza meno fede
Freud, in L’avvenire di un’illusione mette in bocca ad un’ipotetica controparte
un luogo comune (riproposto da qualcuno ancora oggi) sulla religione baluardo
della ‘civiltà’: “Le dottrine religiose non costituiscono materia su cui si
possa cavillare come su qualsiasi altra. La nostra civiltà è costruita su di
esse, il mantenimento della società umana ha come presupposto che, nella
maggioranza, gli uomini credano alla verità di tali dottrine. Se viene loro
insegnato che non esiste alcun Dio onnipotente e giustissimo, che non vi è
ordine divino dell’universo e vita futura, gli uomini si sentiranno esenti da
ogni obbligo di conformarsi ai precetti della civiltà ”(cit, p. 174). Freud
invita a riflettere sull’assunto religione = civiltà. Se fosse vero, gli
individui dovrebbero essere sempre pacificati all’interno degli ordinamenti
statuali. Inoltre, se la religione fosse davvero portatrice di civiltà, nel
mondo non ci sarebbero state (né dovrebbero esserci) contese, guerre,
ingiustizie. Tutto sarebbe perfettamente “morale”. Al contrario, poiché: “nella
religione l’immoralità ha trovato in tutti i tempi sostegno non meno della
moralità [...] c’è da chiedersi se non ne abbiamo sopravvalutato la necessità
per il genere umano e se facciamo cosa saggia a fondare su di essa le nostre
esigenze civili” (ibidem, p. 178). Freud, che vive in contesto dove stanno
prendendo corpo grandi rivendicazioni e scontri sociali, sottolinea inoltre, che
l’uso della religione come grande imbonitore di massa non funzionerà a lungo,
perché gli oppressi si accorgeranno dell’inganno. Allora, ci sarà il rischio che
le legittime aspirazioni alla libertà e alla giustizia sociale esploderanno in
modo incontrollato e, proprio come avviene per le pulsioni represse, le
conseguenze potrebbero essere devastanti per ogni convivenza civile. Tutto
questo dovrebbe far pensare al fatto, che forse: “converrebbe senz’alcun dubbio
lasciare Dio del tutto fuori dal giuoco e ammettere onestamente l’origine
puramente umana di tutti gli ordinamenti e di tutte le norme civili” (ibidem, p.
181). L’attenzione si sposterebbe allora sugli individui storici. E questi non
potrebbero più celarsi dietro misteriosi disegni divini che li sollevino
dall’ignavia di non fare quanto è nelle loro (nostre) effettive possibilità.
Quando non c’è la consolazione del cielo, diviene imperdonabile non provare a
costruire una vita più felice per ognuno: “Distogliendo [...] dall’al di là le
sue speranze e concentrando sulla vita terrena tutte le forze rese così
disponibili, l’uomo probabilmente riuscirà a rendere la vita sopportabile per
tutti e la civiltà non più oppressiva per alcuno” (ibidem, cit. p. 190). In
questo la scienza avrà un ruolo determinante. Di fronte ad essa, piaccia o non
piaccia, la religione è destinata a ritirarsi, fino ad esaurirsi: “Crediamo che
sulla realtà dell’universo il lavoro scientifico possa apprendere qualcosa,
tramite cui possiamo accrescere il nostro potere e ordinare la nostra vita [...]
mediante numerosi e importanti successi la scienza ci ha dato la prova di non
essere un’illusione. Essa ha molti nemici dichiarati, e assai più nemici
nascosti, che non possono perdonarle di avere indebolito la fede religiosa e di
minacciare di abbatterla. [...] No, la nostra scienza non è un’illusione.
Sarebbe invece un’illusione credere di poter ricevere altronde ciò che essa non
può darci” (ibidem, pp. 195-196). Progresso della scienza, riduzione
dell’ignoranza e promozione sociale, saranno le vie maestre su cui si
incamminerà la ragione per affrontare la vita. E perchè questo avvenga: “vale la
pena di fare il tentativo di un’educazione irreligiosa [...] L’uomo non può
rimanere sempre bambino, deve alla fine avventurarsi nella ‘vita ostile’. Questa
può essere chiamata l’educazione alla realtà” (ibidem, pp. 188-189). E’ la
terapia di liberazione dalla nevrosi della fede. E perché ognuno possa fare a
meno del “dolce veleno” della religione, bisognerà che si disintossichi dal
“complesso del padre”. Due differenti concezioni del mondo si fronteggiano:
l’una considera l’essere umano eterno minore, bisognoso di un padre eterno che
lo indirizzi e lo domini; l’altra ha fiducia nella ragione e nelle capacità di
ciascuno per gestire autonomamente il peso della libertà. La sfida è tutta qui.
E la partita è ancora aperta. Ma con Freud, possiamo essere abbastanza
ottimisti: “da supporre che l’umanità supererà tale fase nevrotica (religione –ndr.)
così come, crescendo, molti bambini guariscono della loro analoga nevrosi ”(
ibidem, p. 193). L’illusione religiosa è destinata ad esaurirsi, perché: “la
voce dell’intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene ascolto. Alla
fine dopo ripetuti innumerevoli rifiuti, lo trova. Questo è uno dei pochi punti
sui quali si può essere ottimisti per l’avvenire dell’umanità” (ibidem, p. 193).
Queste le conclusioni del grande ebreo ateo. Attualmente le cose sembrerebbero
andare in senso opposto. Almeno stando al successo delle adunate papiste, o a
quelle dei predicatori di massa. Ma, visto lo scarto esistente tra precetti
religiosi e reali comportamenti individuali (dei fedeli compresi), è forse
legittimo sospettare che la religione celebri in tanta ostentazione
massmediatica un qualche disagio. E questo probabilmente forse serpeggia anche
nei palazzi vaticani, se papa Ratzinger, ha dovuto ammettere di fronte al male
totale della Shoah, che quantomeno Dio è stato in silenzio. Un silenzio ancora
più inquietante, se interpretato come provvidenziale assenso. Se così fosse, per
Dio come garanzia della morale individuale e collettiva (civiltà) ci sarebbe ben
poco spazio. E’ la fine di ogni teodicea. Nata per rafforzare Dio, con la sua
stessa pretesa di affermare la giustizia del progetto divino nel mondo, alla
fine ha messo in crisi ogni possibilità di legittimare l’esistenza stessa di
Dio. A meno che (eresia), non si consideri sul palcoscenico del mondo dio
protagonista anche del male. Oppure si affermi che la religione è un’illusione.
Chiuso il sipario! Per mancanza dell’attore protagonista.
(pubblicato sul n° 89 di Lettera Internazionale)
(20-10-2006)