Il tema della famiglia, in
Italia, è un tema sproporzionatamente fertile che riesce a caratterizzare la
cultura, il pensiero, la società e la politica. Eppure, se si va oltre le
apparenze, questo suo “potere” è abbastanza infondato.
Lo stesso legante che sarebbe alla base della famiglia, la cosiddetta
“consanguineità”, molti studiosi lo permutano con ben altri. SecondoTeilhard
de Chardin, per esempio (e lui era cattolico!), in natura ciò che è
destinato a rimanere è la coppia, mentre la famiglia è solo un espediente
della natura per “guadagnare tempo” in attesa di una maggiore maturazione
della specie.
Se poi volessimo estremizzare, che dire di Max Stirner o di Nietzsche, e del
loro sviluppo estremo dell’individualismo? Oppure potremmo citare lo
psichiatra inglese David Cooper, che definì la famiglia un “agente del
capitale” e fonte di epidemie sociali (sulla stessa linea c’è Ronald David
Laing).
Lo stesso premio Nobel Jean Paul Sartre scrisse dei disagi psichici indotti
dalla famiglia. E, per volare più basso ma sempre nella medesima direzione,
si potrebbe pensare all’attore Alberto Sordi, che liquidò il matrimonio con
una famosa battuta sul mettersi in casa un estraneo…
Questo solo per dire che il concetto di famiglia – in Italia – viene
trasmesso acriticamente come un qualcosa di assolutamente “normale”,
confortevole, primario e garantito. Il che non è.
E allora, cos’è la famiglia? Si ritiene che la sua funzione primaria sia la
perpetuazione della specie: papà incontra mamma, fanno sesso, producono
figli che poi a loro volta saranno i produttori di altri figli, e così via.
Ma per iniziare e continuare questa catena di montaggio biologico non è
necessaria una struttura di convivenza! Evidentemente si sono affermati
degli “additivi” (la convenienza economica, il mutuo soccorso, il
propagazione di una cultura locale, ecc.) che hanno ammantato la necessità
biologica di sovrastrutture via via sempre più articolate fino a quelle che
riconosciamo oggi col nome generico di “famiglia”.
Allo stato attuale delle conoscenze, la famiglia detta nucleare (genitori
più figli) è una struttura che nacque 4.600 anni fa (Tomba di Eulau,
Sassonia) certamente non in seguito a un volere divino o a un fenomeno
inspiegabile. La paleoantropologia ci dice che quella fu un’Era in cui le
dimensioni degli animali cominciarono a ridursi, per cui non c’era più
necessità che gli esseri umani vivessero in gruppi numerosi per fronteggiare
i grandi animali precedenti: ora potevano bastare poche persone.
La conflittualità che caratterizza questa mini-società che chiamiamo
famiglia è nata con essa stessa.
Non c’è bisogno di arrivare a Friedrich Engels, che sosteneva che il
matrimonio rappresenta “la prima forma di lotta di classe”, né a Randall
Collins e al suo matrimonio come contratto per garantirsi diritti sessuali.
Basta soltanto pensare alle trasformazioni che l’hanno colpita, e che sono
chiaro segno e motivo di conflitto interno; trasformazioni spesso profonde e
determinanti, che ne fanno un elemento sociale estremamente dinamico e
volubile, nient'affatto imparentato con l’immutabile e tetragona idea della
famiglia da cui l’Italia cattolica trae ispirazione. Abbiamo la
poliginandria, in cui convivono più madri e padri; la poliginia, quando la
genitrice naturale non è distinta da altre parenti femmine (per i maschi si
parla di poliandria); la famiglia monogenitoriale, con la presenza di un
solo genitore; la famiglia “estesa”, che prevede la convivenza di genitori
ciascuno con proprie famiglie; la “solitaria”, fatta di una sola persona; la
grande categoria delle convivenze e “unioni di fatto”: persone senza legami
precisi, persone del medesimo sesso, persone imparentate che convivono,
amici. Insomma, della famiglia nucleare, fatta di solo due genitori più
eventuali figli, tutto si può dire meno che sia quella più “normale”.
Purtroppo, la Costituzione italiana (la cui promulgazione, ricordiamo,
risale al 1947) non poteva prevedere il futuro e scrive ancora di “famiglia
come società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29). Cosicché oggi come
non mai, col nascere o rinascere di una efficiente sensibilità laica, ci si
accorge che questo dà la stura a strumentali equivoci e prese di posizione,
soprattutto da parte della Chiesa cattolica, che non solo rifiuta il
divorzio imponendo una inesistente indissolubilità del vincolo matrimoniale,
ma pretende di descrivere e concepire la famiglia esclusivamente dal proprio
punto di vista ideologico e dogmatico.
Più nel merito, pensare che le istituzioni sociali fondamentali come la
famiglia siano immutabili, è giustappunto ciò che dà loro un alone di
sacralità. L’icona antica della “sacra famiglia”, quella formata da Gesù,
Giuseppe e Maria, quella su cui si è esercitata l’abilità di innumerevoli
artisti da Caravaggio a Michelangelo, da Rembrandt a Gaudì (quasi tutti al
soldo dei papi), è ormai consunta dalla storia e dalle dinamiche culturali.
Anzi, peggio: la sacra famiglia presenta un elemento dissonante con il
prototipo esemplare che se ne vorrebbe fare, vale a dire il capovolgimento
dell’egemonia del “figlio” rispetto al “padre”. L’uno, figura esaltata e
preponderante per importanza e funzione, l’altro ridotto a sfondo privo di
interesse. Questo contraddice la famiglia patriarcale del tempo,
destabilizza la percezione delle relazioni interne, e addirittura riesce ad
anticipare quella sorta di famiglia sessantottina in cui il figlio contesta
la figura paterna e la relega a “matusa” da depotenziare.
Il fallimento di questa struttura di famiglia è palese da molti anni. Ma
purtroppo non si tratta solo di un fallimento, bensì anche della sua
trasformazione in un crogiolo di violenze fisiche e psichiche insospettate.
Non che lo spiacevole fenomeno sia nuovo. E’ solo che oggi se ne possono
misurare e valutare la portata e la profondità, per cui esso ci appare in
tutta la sua drammatica malvagità e persistenza.
Un recente studio di “Telefono Azzurro” rivela che i “nemici” numero uno dei
bambini sono papà e mamma. Addirittura la mamma detiene il primato delle
violenze a danno dei figli (47% contro il 37 del papà), a sottolineare
ancora di più il processo di estremo dinamismo che cambia le cose e le
ribalta.
Una delle conseguenze di questi dati è che l’attenzione sociale e politica
viene però tenuta fissa sul 2,7% che costituisce gli “estranei” responsabili
di violenza. Orbene: perché non si fa niente contro 84 genitori che
sicuramente procurano violenze ai figli e invece ci si accanisce contro meno
di 3 estranei?
Probabilmente perché in Italia vige un’ottusità culturale che protegge la
famiglia “sacra” al di là e al di sopra delle evidenze; perché quella stessa
ottusità ha paura e diffonde la paura di famiglie diverse, eccentriche,
inconsuete, “strane”; e contro di esse sventola (in malafede) la pseudo
serenità di una famiglia-portabandiera in cui papà è il “proprietario” dei
figli, mamma gli si prostituisce in cambio di mantenimento e assistenza, e
il figlio, che non è Gesù, scapperà via appena potrà, lontano da quel
supposto paradiso che lo aveva imprudentemente coniato a proprio uso e
consumo.