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Gabriella

 

 

Gabriella

Gabriella con Daiana

Idem

Inviatami da Gabriella il 29-12-06
Poesia
Non si  ha bisogno di denaro.
Si ha bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…
Si ha bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.                           
Alda Merini

Mi dispiace sinceramente per tutti quelli che hanno a buon diritto un'idea di Scuola differente dalla mia: una Scuola con sentimenti pacati e coperti, FORSE ASSENTI, in cui far emergere tutt'al più un'affezione controllata e parca per i propri studenti, pena l'inquisizione del sospetto e dell'inopportunità.

Il dubbio è che io, diversamente da molti colleghi, abbia saputo risolvere la speciale timidezza di seppellire i sentimenti sotto atteggiamenti burberi e distaccati. E suona strano, detto da un (insensibile?) ateo razionalista quale io sono...

Ma io non ho paura delle emozioni perché non pratico la morbosità. Io rispetto profondamente tutti i miei studenti, dal primo all'ultimo (ammesso che qualcuno abbia davvero un buon motivo per dire chi è il primo e chi l'ultimo); ma ho scelto di non rimanere neutrale sul piano degli affetti, né così ipocrita da tenerglieli nascosti.

Qualche volta, qualcuno dei miei studenti emerge prepotentemente rispetto agl'altri; non sempre è il più bravo, il più educato o il più proficuo. È una cosa che nessuno vuole, che nessuno stimola, che si presenta da sé in modo totalmente autonomo. Ma accade e, quando accade, mi ritrovo di fronte a un miracolo laico struggente, commovente, altissimo.

Questo piccolo scritto, come altri passati e, spero, futuri, ho voluto (quasi "dovuto") farlo per rendere omaggio a una studentessa speciale che è entrata nel nòvero di questi miei cristallini, inequivocabili, profondi affetti. L'ho scritto perché la perdo, perché mi mancherà, e perché a tutto questo non c'è altra soluzione che scavare l'ennesima buca dentro il cuore.

Questa pagina non sarà mai più tolta dal sito.  

 

4 giugno 2006 - Ieri mattina hanno rubato in classe. Nella mia Quinta, già ridotta dal periodo e dal sabato soleggiato come tutta la scuola, due ragazze si erano allontanate lasciando alcuni compagni in classe. Al ritorno, non hanno trovato più nessuno e le loro borse incustodite in aula. Amara sorpresa: a Gabriella avevano rubato il cellulare. Gabriella È un'ottima studentessa sensibile e matura, e questa cosa l'ha fatta piangere e disperare.
La risposta del preside? "Mah! Cosa vuoi, di cellulari ne rubano tanti...".
Perché questa ulteriore umiliazione? Perché una scuola non È capace neppure di consolare i propri studenti?, anzi li disprezza e gli insegna a subire le angherie e a stare zitti?
Io sarò pure cinico e amorale, ma non ce l'ho fatta. Ho dovuto telefonare alla famiglia di questa mia allieva per raccogliere intorno a loro quel po' di scuola buona e ideale che potevo, per dire che mi dispiaceva e che mi mettevo a disposizione per rendere meno vana quella giusta sensazione di solitudine che Gabriella poteva avvertire.
Non ce l'ho fatta a pensare che una mia alunna dovesse piangere a causa dell'ottusità del sistema.
E poi ho parlato con lei. E lei mi ha fatto un enorme regalo, per cui ho capito che facevo la cosa giusta: mi ha detto che ero come un padre, e che ancora una volta ero stato l'unico prof a interessarsi davvero dei propri studenti. E l'ho sentita singhiozzare, ma stavolta non ne ero angustiato ma orgoglioso e grato.

 

5 luglio 2006. Stamattina Gabriella ha sostenuto le prova orale. L'ho vista tesa, intimorita, e credeva di non ricordare nulla. Ma io l'ho consolata, le ho detto che l'ansia era normale e che sapevo che sarebbe andata bene. Voi non conoscete Gabriella, non potete neppure immaginare il bene che fa vederla sorridere. Poi c'è stato l'esame, e lei è andata come io sapevo, come io speravo, come io volevo, e soprattutto come lei, giorno per giorno, attimo per attimo, aveva voluto che fosse. Non è stato solo un esame (non si fa l'esame a chi si vuole bene), è stato come un lungo e struggente discorso di addio: addio a un'età, addio a una dolce abitudine, addio al diritto tutto speciale di vederla splendere tra quei banchi. Ma Gabriella non poteva andare via in modo così consueto, come tutti, salutando e promettendo un ritorno che sarà faticoso scippare alle esigenze del Tempo; Gabriella è andata via dandomi un biglietto... sì, proprio un foglio di quaderno scritto a penna. Me lo ha dato di nascosto, perché lei sa che sono grandemente delicati e complessi i rapporti con un prof a cui si vuole un bene pulitissimo e sincero. Quel bigliettino ora è qua, nel mio portafogli. E ci rimarrà per sempre. È un sincero e profondo "grazie" che lei mi rivolge. È un pezzo della mia alunna Gabriella, è un modo per non perderla mai più, è uno dei più bei ricordi che mi faranno compagnia fino a quando, inevitabilmente, la vita che ho dedicato a tutti i miei ragazzi mi scivolerà fra le dita.

           

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