DON GELMINI NELLA BUFERA
La vera storia di don Pierino "Quattro
anni passati in carcere"
Devo premettere che non
condivido (chi mi conosce lo sa) la ricerca "archeologica" di fatti e misfatti
allo scopo di infangare una persona oppure di giustificarne, assecondarne se non
crearne un'opinione cattiva. A me, personalmente, non fa né caldo né freddo che
questo prete sia stato in galera e sotto accusa. Penso che una persona vada
giudicata ogni volta per le azioni presenti, non sul ricordo di azioni passate.
Ciò detto, mi è sembrato utile, nonché nello spirito di questo sito, proporre
una voce "altra" sulla vicenda che coinvolge don Gelmini. Naturalmente, l'autore
si assume tutta la responsabilità di ciò che scrive su QN e che io qui riporto.
| Promemoria: il 2 agosto 2007 si rende pubblico che don Piero Gelmini è
indagato da sei mesi per abusi sessuali a danno di alcuni suoi ragazzi
della Comunità di recupero. Immediatamente si parla di "gogna mediatica" e
tutti i politici, specialmente di destra, si schierano in sua difesa a
prescindere da tutto. Il 5 agosto, durante un'intervista rilasciata a
Giuliano Foschini de La Repubblica, alla domanda "Visto quello che
è successo negli Stati Uniti, secondo lei esiste un problema pedofilia
nella Chiesa?", dichiara "È una montatura, hanno tirato fuori cose di 50
anni fa. Secondo me il Vaticano ha sbagliato a pagare gli indennizzi,
quelle sono responsabilità personali. La verità è che, partendo dagli
Stati Uniti, è in atto un'offensiva ebraico-radical chic che mira a
screditare la chiesa cattolica. I pedofili sono ovunque nella società". Il
mondo ebraico insorge, e don Gelmini corre maldestramente ai ripari
dicendo che voleva dire "lobby massonica" e non ebraica. "Accuse
farneticanti - aveva detto Riccardo Pacifici, vicepresidente e portavoce
della comunità ebraica - forse dovute allo stress del momento e anche al
caldo. Le respingiamo e restiamo in attesa di scuse".
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Francesco Grignetti su La
Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in
giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di
truffa e bancarotta fraudolenta Don piero gelmini Milano, 5 agosto 2007 - C'è
stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato
le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure
finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a
divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.
E' il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra
il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di».
Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre
Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di
feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.
Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle
pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i
carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all'Infernetto,
zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all'epoca fece scalpore che
questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.
Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell'Infernetto,
dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963,
cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed
è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si
rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere,
mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che
costituiranno l'ossatura della Comunità Incontro».
All'epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale,
Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione.
«Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta
preferita.
I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta
fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere
sfruttato l'incarico di segretario del cardinale per organizzare un'ambigua
ditta di import-export con l'America Latina. E restò impigliato in una storia
poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe
costruire palazzine all'Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della
cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di
cattura.
Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era
beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi
che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto
con l'arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua
eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo
denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali:
«Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».
Dovette rientrare in Italia. Però l'aspettavano al varco. Si legge su un
ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel
luglio del '71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e
spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare "promiscuità" con gli altri
reclusi». Cattiverie.
Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i
giornali dell'epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano
ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché
trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di
nuovo.
Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di
presunte bustarelle legate all'importazione clandestina di latte e di burro
destinati all'Africa. Si vide poi che era un'accusa infondata. Ma nel frattempo,
nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei
due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che
non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.
Passata quest'ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all'Infernetto. Sulla
Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con
ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e
un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una
cameriera».
Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni
tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un'Umbria
che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì
chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale.
Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento
impetuoso di comunità.
Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui
ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti,
nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l'aveva trasformato,
grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido
maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino,
invece, stava diventando don Pierino.
Fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml
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Non ce l'ho col Gelmini né in quanto prete né in quanto uomo; e neppure in quanto sospettato: ho una visione laica e garantista della giustizia, e non lo attaccherò neppure dopo l'eventuale condanna - che per me è solo il frutto di una delle due verità possibili, quella processuale. Tuttavia mi dà sui nervi l'applicazione sfrontata e arrogante del messaggio "La legge è uguale per tutti gli altri" che questo prete, e i suoi compagni di canonica Meluzzi in testa, attua e rappresenta. La sua violenza verbale e culturale, che solo i più sprovveduti non vedono sotto il manto dei continui riferimenti evangelici che Gelmini fa, è fuori luogo, arbitraria ed autoassolutoria. Qualunque accusato, a fronte delle copiose denunce ricevute e dei sospetti via via sempre più solidi, starebbe in galera già da un pezzo in attesa di un sicuro processo. Invece lui no: sarà protetto da qualche santo o da qualche uomo, non so; certo è che solo lui, da accusato, può avere questa sfrontatezza di inveire ancora contro chi lo accusa e contro un rio destino che gli avrebbero confezionato altri senza che lui ne sapesse niente. Dovremmo forse concludere che 50 e passa ragazzi che lo accusano di reati sessuali abbiano architettato un tranello ai suoi danni solo per motivi di rancore o di vendetta?
A mio parere, invece, è come se avessero preso
coraggio all'improvviso, trovando la forza di rivelare segreti fino ad ora
apparsi inconfessabili. Sono una cinquantina le persone che durante l'estate
hanno presentato formale denuncia contro don Pierino Gelmini. Si sono unite al
coro di chi lo accusa di averli molestati, insidiati, a volte violentati.
La maggior parte si è presentata spontaneamente davanti al pubblico ministero di
Terni. Ha ripercorso episodi di tanti anni fa che, hanno detto in molti, «mi
hanno cambiato la vita». Due di loro hanno raccontato di aver subito abusi dal
fondatore della comunità «Incontro» quando erano minorenni. Se queste
dichiarazioni trovassero conferma, la posizione del prete già indagato per
violenza sessuale, potrebbe aggravarsi perché si tratterebbe di episodi di
pedofilia e dunque un reato diverso da quello finora ipotizzato nei suoi
confronti.
Vergogna nella vergogna, se è vero quanto riporta il Corsera, i collaboratori più stretti di don Gelmini si sono attivati per convincere alcuni giovani a ritrattare. In almeno due casi avrebbero cercato di incontrare chi aveva presentato la denuncia, avrebbero offerto soldi e favori per tentare di mettere tutto a tacere. E questo ha naturalmente contribuito a confermare il quadro accusatorio già delineato dai pubblici ministeri.
Uno ha narrato fatti risalenti al 1993, ha detto di essersi anche confidato con don Mazzi quando si è trasferito nella sua comunità. Il sacerdote ha confermato di aver ricevuto quelle confidenze, di aver consigliato al giovane di rivolgersi ad uno psicologo, di aver continuato ad aiutarlo prima di perdere le sue tracce. Mi chiedo se per don Mazzi ciò non costituisca un reato di mancata denuncia se non di favoreggiamento; ma spero che eventualmente ci pensi la Magistratura.
Don Gelmini aveva anche attaccato la lobby ebraica e la massoneria come ispiratrici «di questa campagna diffamatoria contro di me» e ciò aveva spinto il suo avvocato Franco Coppi ad abbandonare la difesa. Ma poi la lista si è allungata, altri ragazzi sono usciti allo scoperto dopo aver saputo che era stata avviata un'inchiesta.
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Verso il processo, ma don Gelmini lo sa?
23 dicembre 2007 - Che
mancanza di onestà intellettuale dimostra don Gelmini (anche) in questa
occasione! Alla vigilia della chiusura dell'inchiesta per violenza sessuale, il
fondatore della comunità Incontro si rivolge direttamente al Papa e ha
l'impudenza di "avvertirlo" che, pur di non lasciare la comunità, sarebbe
disposto a tornare diacono.
Sono decine le denunce presentate e in numerosi casi gli accertamenti avrebbero
dimostrato la fondatezza delle accuse. Il rinvio a giudizio è pertanto una quasi
certezza; ciononostante, don Gelmini sembra l'unico a non accorgersene e,
piuttosto che adottare una necessaria umiltà nel riporre fiducia nella giustizia
terrena, raccoglie una presunzione celeste tutt'altro che onorevole e invoca un
"diritto" che invece ha azzerato nell'esatto momento in cui è stato inquisito
per quei tremendi reati.
Ricordiamolo: don Gelmini avrebbe abusato di numerosi ragazzi della propria
comunità e, con l'aiuto dei suoi collaboratori più stretti, avrebbe poi cercato
di costringerli al silenzio. Una vera e propria attività di depistaggio e
tentativi di inquinamento che emerge dalle decine e decine di intercettazioni
telefoniche. La linea del Vaticano - dopo un iniziale momento di possibilismo -
adesso è ferma: se ci sarà rinvio a giudizio, don Gelmini dovrà lasciare la
comunità; evidentemente, anche il papa si è arreso ai copiosi e schiaccianti
indizi contro il prete. Del resto, come dargli torto? Come far restare un
presunto violentatore in mezzo alle proprie vittime? Per molto meno, e di fronte
a molti meno indizi, qualunque lavoratore non sarebbe trattato meno peggio che
con la sospensione. Chi è don Gelmini per meritare un trattamento non solo di
scandaloso favore (la Chiesa non lo ha mai sospeso, né gli ha vietato il
sacerdozio), ma pure di incongruenza: rimanere sulla "scena del delitto"? Quanti
genitori solo sospettati di abusi vengono cacciati da casa dal primo assistente
sociale che passa? Vorrei proprio vedere Alessandro Meluzzi, agiografo del
Gelmini, nonché ospite inestirpabile delle reti Rai, come farà stavolta a
difendere tanta prosopopea.
Probabilmente, l'esposizione mediatica di un processo rischia di coinvolgere
anche le gerarchie ecclesiali; non fosse altro che per questo, la Chiesa fa bene
a prendere le distanze dal prete. Qui non si tratta di un giovane (nonché
presunto) pedopornografo, come in uno degli altri casi di cronaca di questo
periodo - quello di Alberto Stasi, unico indiziato per l'omicidio di Chiara
Poggi - il cui supposto crimine "informatico" può essere compatibile con una
normalità sociale. Qui si tratta di un prete che decine di ragazzini hanno
accusato di violenza sessuale nell'ambito del proprio mandato. Magari non è vero
niente; ma allo stato attuale degli accertamenti gli inquirenti porteranno don
Gelmini al processo; ed è quella la sede delle verità processuali, non certo le
spocchiose dichiarazioni difensive dell'imputato.