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Baciami, stupido...

GIUDA NON TRADI'

La traduzione di un manoscritto del 300 rimette in discussione la figura del “traditore” per antonomasia. Con inevitabili ripercussioni storico-religiose
DI Emiliano Sbaraglia (APRILE ONLINE)


La notizia è di quelle che potrebbero far saltare l’impostazione religiosa cristiana portata avanti da più di due millenni, lasciando di stucco fedelissimi e non. Sarà infatti pubblicato in esclusiva dalla “National Geographic Italia” il prossimo 21 aprile (con curiosa coincidenza proprio nel giorno del cosiddetto “Natale di Roma”), uno scritto su papiro, redatto in lingua copta, che in pratica scagionerebbe nientemeno che Giuda Iscariota dall’accusa di traditore di Gesù Cristo.

Il manoscritto, reso noto due giorni fa dalla National Geographic Society di Washington, è stato tradotto dopo cinque anni di lungo lavoro da un gruppo di esperti, che dal 2000 hanno potuto dedicarsi a questo complicato e delicatissimo esercizio glottologico ed esegetico grazie all’acquisto del prezioso testo, fortemente voluto da una ricca antiquaria residente a Zurigo.

Il ritrovamento, avvenuto in Egitto negli anni settanta del Novecento, viene già definito dagli addetti ai lavori con il nome di “Vangelo di Giuda”, per distinguerlo decisamente dai Vangeli ufficiali di Luca, Paolo, Giacomo e Matteo. E i primi risultati degli studi effettuati rilevano subito una importante concomitanza temporale: lo scritto risalirebbe, anno più anno meno, al 300 dopo Cristo, dunque allo stesso periodo della tristemente celebre “Donazione di Costantino” (313), documento attraverso il quale la Chiesa, da quel momento in poi, iniziò a costruire tutta la sua potenza “temporale”, di cui ancora oggi gode ampiamente i privilegi, e che alla metà del 1400 lo studioso Lorenzo Valla dimostrò essere un falso storico. Ma il punto non è questo.

La contemporaneità del “Vangelo di Giuda” con la promulgazione costantiniana, suggerisce e alimenta ulteriormente l’incertezza riguardo la scelta dei testi sacri, e in particolare di quelli relativi al Nuovo Testamento, nel momento in cui il Cristianesimo riuscì a liberarsi dall’oppressione “pagana” esercitata soprattutto dai romani, per diffondere il proprio verbo. In quel passaggio storicamente decisivo, laddove vi siano dei riferimenti scritti “troppo umani” (per dirla con Nietzsche) alla figura di Cristo, l’impressione è che la storia di Gesù venga, se non censurata, di certo edulcorata di alcuni tratti particolari, per fortificare sempre di più nell’immaginario del fedele la natura divina del figlio di Dio.

Da questo punto di osservazione, diviene naturale comprendere anche perché si avesse bisogno di una figura “negativa” come quella rappresentata da Giuda, il traditore che vende il suo Signore per pochi denari, come gli era già stato annunciato. Il bene e il male devono avere fisionomie terrene ben riconoscibili, per offrire l’esempio e incutere il timore. E in questo senso, chissà quanto ci sia di casuale nell’aver sempre descritto l’uno “bianco” e affascinante, l’altro “nero” e irrimediabilmente malvagio. Il dio e il diavolo, il paradiso e l’inferno, il bene e il male: la cultura, o meglio, il culto della contrapposizione tra diversità, che lascerà sulla terra dell’uomo il marchio indelebile del sangue e del dolore, affonda le sue radici partendo anche da qui.
Nella versione contenuta in questo manoscritto, l’Iscariota sembra invece essere invitato a compiere l’empia azione da Gesù stesso, affinché “venga sacrificato l’uomo entro cui sono”. E se non bastasse già questo a rimettere in gioco la millenaria tradizione cristiana, nel testo si predice all’apostolo anche l’accanimento nei suoi confronti da parte dei posteri: “Sarai maledetto tra loro, ma regnerai su di loro”.

Da capro espiatorio a sacrificio necessario, dunque, la leggenda del “traditore” per antonomasia dovrà forse essere riscritta, o almeno rivisitata nelle sue componenti essenziali, così da rendere giustizia non al personaggio in sé, quanto alla verità degli avvenimenti che hanno condizionato gli ultimi duemila anni della nostra storia. Magari non sposterà nulla nelle gerarchie clericali, o non seminerà il dubbio tra il popolo credente; ma può far capire che il nostro futuro non può continuare a essere condizionato da eventuali “apocrifìe” del passato. Anche perché, apocrifi o ufficiali, tutti ci raccontano che un tempo, nelle terre di Galilea, qualcuno predicava di amare il prossimo come se stessi. E il non aver seguito precetti come questi, spesso proprio nel nome di Gesù Cristo, deve cominciare a essere considerato il più alto tradimento perpetrato nei suoi confronti.