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Gesù è... risorto ? Ma dai !

Autore: Hereticus / FERNANDO LIGGIO

fonte: http://www.bloggers.it/Hereticus/

 

Che sia esistito o meno un uomo chiamato gesù figlio di giuseppe il carpentiere, non è poi così importante come molti ritengono . Certo, la dimostrazione matematica della sua inesistenza, taglierebbe la testa al toro e il cristianesimo non avrebbe più ragione d'essere,  ma anche se il  mai troppo decantato gesù, fosse realmente esistito e avesse  girovagato per tre anni in Galilea, resterebbe sempre il grande dubbio: quell'uomo è davvero risorto? 
 

Esprimo a tal proposito alcune mie personalissime considerazioni:
 

1) I soldati romani, che secondo la tradizione evangelica sarebbero stati messi a guardia al sepolcro,  se avessero veramente assistito alla resurrezione di un uomo sepolto un paio di giorni innanzi, di certo non  se ne sarebbero rimasti  indifferenti e muti. La notizia di un avvenimento così eccezionale,  sarebbe arrivata alle orecchie di Pilato nel volgere di una mezzora al massimo. Ma  di cronache romane che riportino un avvenimento così straordinario non c' è ombra  e questo non depone certo a favore di quanto asseriscono i vangeli. 

2) Dopo la presunta resurrezione, cristo sarebbe stato visto solo dalle pie donne e dai suoi discepoli, alcuni dei quali addirittura non lo riconobbero. Ma come? Erano passate poche ore dal suo arresto e già non lo riconoscevano più! Ma vogliamo scherzare?  Non lo riconobbero, molto probabilmente perchè qualcuno si sostituì all'uomo che giaceva nel sepolcro e apparì ai discepoli affinchè si compissero pienamente le profezie che parlavano di un tempo massimo di permanenza nella terra di tre giorni. Israele voleva un messia, un liberatore per spezzare le catene della dominazione romana. La resurrezione avrebbe reso quell'uomo un dio.  Il popolo si sarebbe finalmente ribellato se avesse avuto la certezza che l'uomo chiamato gesù, fosse stato veramente il messia tanto atteso.
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3) I vangeli parlano della presenza di soldati romani a guardia del sepolcro. Ma perchè mai   il console Pilato, avrebbe dovuto prendere un provvedimento del genere?  Temeva forse  che colui che aveva appena fatto crocifiggere, potesse risorgere?. Ma vogliamo ancora continuare a prenderci in giro?
Gli ebrei con la storiella di Giona che esce dal ventre del pesce dopo  tre giorni ci avevano già provato, ma figuriamoci se Pilato poteva prendere anche minimamente in considerazione l'idea che l'uomo del Calvario potesse risorgere. Pilato era un romano al 100% e anche piuttosto duro verso i giudei e non è neppure remotamente concepibile che un uomo di tale stazza, si facesse suggestionare dalle favolette che circolavano in Palestina a quei tempi. Il corpo venne probabilmente  trafugato dal sepolcro senza grosse difficoltà da coloro che volevano "santificare" gesù, e la mancanza del cadavere utilizzata come prova inconfutabile della resurrezione di cristo.
 

Un pò troppo poco mi pare!
(Hereticus)

ORIGINE DELLA CREDENZA NELLA “RESURREZIONE” DI YESCHUAH BAR-YOSEF (GESÙ [IL“CRISTO”] FIGLIO DI GIUSEPPE) E DELLA CREDENZA NELLA SUA “ASCENSIONE” IN “CIELO”


 

FERNANDO LIGGIO

www.fernandoliggio.org


 

Le notizie riguardanti la pretesa resurrezione di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) sono stati tramandati da presunti pseudotestimoni non oculari, cioè non direttamente presenti al momento in cui si sarebbe verificato il vantato “prodigioso fenomeno”. Infatti, il riscontro di un “sepolcro vuoto” non può assolutamente attestare che il cadavere che vi era stato deposto sia risorto ed uscito con i suoi piedi! Anzi, le vistose contraddizioni fra i singoli riferimenti a riguardo attestano inequivocabilmente un’interessata arbitrarietà da parte dei singoli referenti di duemila anni fa nell’enunciare eventi non conformi ai fatti reali. D’altra parte, non si può escludere che la diceria della “resurrezione-ascensione” di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) sia scaturita dall’immenso entusiasmo di quelli che sono stati prospettati come suoi suoi discepoli dagli interessati redattori dei vangeli “canonici” ― fra i quali, in particolare, i cosiddetti suoi “inviati” (“ajpovstolo"”, italianizzato “apostolo” = “inviato”) ― come si può rilevare dalle seguenti considerazioni di Renan (1866): «…Gesù, benché parlasse continuamente di resurrezione e di vita nuova, non aveva mai detto chiaramente che sarebbe risorto. I discepoli, nelle prime ore che seguirono la sua morte, su ciò non avevano nessuna determinata speranza: essi credevano che tutto fosse finito. Piangono e seppelliscono il loro amico, se non come un morto volgare, almeno come persona la cui perdita è irreparabile; sono mesti e scoraggiati; la speranza che avevano di vedere risorgere Israele per opera sua è svanita; sembra che abbiano perso una grande e cara illusione. Ma l’entusiasmo e l’amore non conoscono ostacoli insuperabili: piuttosto che smettere di sperare fanno violenza ad ogni realtà. Alcune frasi del maestro, specialmente quelle con le quali predicava la sua futura esaltazione, potevano essere interpretate nel senso che sarebbe uscito dalla tomba. […]. Già diceva che sarebbe morto, che la sua morte sarebbe stata la salvezza del peccatore e che sarebbe rivissuto nel regno di suo Padre. Egli rivivrà; Dio non lascerà suo figlio preda dell’inferno; non permetterà che il suo prediletto veda la corruzione. […]; risalirà alla Destra [(1)] del Padre da cui è disceso. Lo rivedremo di nuovo; ascolteremo la sua soavissima voce; godremo nuovamente dei suoi colloqui, sarà stato ucciso invano. La credenza all’immortalità dell’anima, divenuta, per influenza della filosofia greca, un dogma del cristianesimo, permette di rassegnarsi facilmente alla morte, poiché la dissoluzione del corpo secondo questa ipotesi non è che una liberazione dell’anima, la quale, ormai spoglia di fastidiosi vincoli, può continuare ad esistere [!!]. Ma questa teoria dell’uomo considerato come composto di due sostanze, non era molto chiara per i Giudei. Il regno di Dio ed il regno dello spirito consistevano per loro in una completa trasformazione del mondo e nell’annientamento della morte. Riconoscere che la morte poteva essere vittoriosa contro Gesù, il quale era venuto a sopprimerne l’impero, costituiva un’immensa assurdità. La semplice idea che egli potesse soffrire aveva già una volta sdegnato i suoi discepoli. Costoro non ebbero, quindi, scelta fra la disperazione od un’eroica assurda affermazione. Un uomo sagace avrebbe annunziato fin dal sabato che Gesù sarebbe rivissuto. Il piccolo consorzio cristiano, quel giorno, operò il vero miracolo; risuscitò Gesù nel proprio cuore con la forza dell’intenso amore verso di lui: deliberò che Gesù non sarebbe morto. In quelle anime appassionate l’amore fu veramente più forte della morte e, poiché la passione è comunicativa per natura si propaga indefinitivamente, Gesù è come se fosse già risorto. Un fatto insignificante ha permesso di credere che il suo corpo non è più quaggiù ed il dogma della resurrezione risultò fondato per l’eternità. Ciò appunto accadde in circostanze in cui, sebbene in parte oscure per effetto dell’incoerenza delle contraddizioni che presentano, si possono distinguere con un grado sufficiente di probabilità. […], è certo che nelle due relazioni più autentiche della presunta resurrezione, Maria di Magdala ebbe […] una parte d’azione affatto primaria […]. Quando Maria di Magdala giunse, la domenica mattina, la tomba era aperta; il corpo non vi era più. L’idea delle resurrezione era ancora in lei poco sviluppata: l’anima sua era soltanto piena di una tenera pietà e del desiderio di rendere gli uffici funebri al corpo del suo divino amico. Però i suoi primi sentimenti furono lo stupore ed il dolore. La sparizione di quel corpo diletto le toglieva l’ultima gioia sperata. […]. Le nacque il pensiero di una profanazione che la sdegnò […]. Senza perdere un momento, corre ad una casa in cui Pietro e Giovanni erano riuniti e dice loro: “Hanno rapito il corpo del maestro e non si sa dove lo hanno portato”. I due discepoli si lavano in fretta e corrono. Giovanni, il più giovane, giunge primo e si china per guardare all’interno. Maria aveva ragione: la cella era vuota; i panni che erano serviti a coprirlo erano sparpagliati. Pietro giunge anche lui: entrambi entrano, vedono i panni e notano, in particolare, il sudario, che aveva fasciato il capo, ravvolto da parte in un angolo. Pietro e Giovanni tornarono a casa turbatissimi e, se non proferirono ancora la parola decisiva “È risorto!”, possiamo affermare che il dogma generatore del cristianesimo era già fondato. Usciti Pietro e Giovanni, Maria rimase sola presso il sepolcro, piangendo. Un solo pensiero la preoccupava: dove era stato messo il corpo? Non bramava che stringere ancora fra le braccia il cadavere diletto. Ode uno strepitio alle spalle: un uomo è in piedi. Dapprima crede che sia l’ortolano e gli dice: “Se tu lo hai portato via, dimmi dove lo hai posto”. Per tutta risposta, sente chiamarsi per nome: “Maria!”. Era la voce che tante volte l’aveva fatta trasalire; era l’accento di Gesù [complessa allucinazione visivo-uditiva!]. “Maestro!” esclama, e vuole toccarlo […]. La visione diafana si discosta e le dice: “non toccarmi!”. A poco a poco l’ombra sparisce [(2)] […]. Pazza d’amore, ebra di gioia, Maria rientrò in città ed ai primi discepoli che incontrò disse: “L’ho visto, mi ha parlato”. La sua fantasia turbatissima, i suoi discorsi tronchi ed incoerenti fecero credere a qualcuno che vaneggiasse. […]. Maria sola amò tanto da vincere la natura e far rivivere il fantasma del maestro. In siffatte crisi meravigliose, vedere dopo non è nulla; tutto il merito sta nel vedere per primo, giacché gli altri modellano poi la loro visione sul tipo ricevuto. […]. La gloria della resurrezione appartiene a Maria di Magdala, la quale contribuì più di ogni altro alla fondazione del cristianesimo: l’ombra creata dai sensi delicati di Maddalena governa ancora il mondo. Regina e patrona degli idealisti, Maddalena seppe meglio di ogni altro affermare il suo sogno, imporre a tutti la santa visione [= allucinazione] della sua anima appassionata con la sua grande affermazione: “È risorto!” fu la base della fede dell’umanità. […]. Se la saviezza rifiuta di consolare questa povera specie umana, tradita dalla sorte, lascia che lo tenti la follia. Dov’è il savio che abbia dato al mondo tanta gioia quanto l’invasata Maria di Magdala? Le altre donne andate alla tomba divulgavano varie voci. Non avevano visto Gesù; parlavano d’un uomo bianco, visto nel sepolcro, che aveva detto loro: “Non è più qui; tornate in Galilea, egli andrà innanzi a voi e lì lo vedrete”. Forse le lenzuola bianche avevano prodotto quest’allucinazione, o forse non videro nulla, né cominciarono a parlare di questa visione se non quando Maria di Magdala ebbe narrato la sua. Secondo uno dei testi più autentici, difatti, tacquero per qualche tempo, ed il loro silenzio fu poi attribuito al terrore. Comunque, quelle storie andavano ingrossando, d’ora in ora, e subivano strane alterazioni. L’uomo bianco divenne l’angelo di Dio; si narrò che il suo vestimento era abbagliante come la neve, che il suo aspetto sfolgoreggiava. Altri parlavano di due angeli […]. La sera, forse, molte persone credevano già che le donne avessero visto quell’angelo scendere dal cielo, sollevare la pietra e Gesù prorompere dal sepolcro con fracasso. Esse stesse variavano nelle loro deposizioni, subendo l’effetto della fantasia altrui, come accade sempre ai popolani, si prestavano a tutte le amplificazioni e contribuivano alla creazione della leggenda che nasceva intorno a loro e per causa loro. La giornata fu tempestosa e decisiva. La piccola compagnia era sparpagliata: alcuni erano già partiti per la Galilea; altri s’erano nascosti per timore. La scena crudele del venerdì, la vista straziante di colui, dal quale avevano tanto sperato, morente sulla croce senza che suo Padre venisse a liberarlo, avevano scosso la fede di parecchi. Le notizie date dalle donne e da Pietro incontrarono da ogni parte un’incredulità appena dissimulata. Correvano diverse dicerie; le donne andavano qua e là facendo discorsi strani e discordi, rincarando l’una sull’altra, esponendo sentimenti opposti […]: tutti erano disposti ad accettare per buone le dicerie più stravaganti. Tuttavia, la diffidenza ispirata dall’esaltazione di Maria di Magdala, la scarsa autorità delle donne, l’incoerenza delle loro relazioni producevano molti dubbi. S’aspettavano visioni nuove, che non potevano mancare. Lo stato della sétta era favorevolissimo alla propagazione di strane dicerie. Se tutta la piccola Chiesa fosse stata raccolta, la creazione leggendaria sarebbe stata impossibile; quelli che sapevano il segreto della sparizione del corpo, avrebbero probabilmente messo in chiaro l’errore. Ma, nello sconcerto in cui allora tutti si trovavano, era aperto l’adito ai più fecondi malintesi. L’essere contagiosi è specifica peculiarità degli stati d’animo in cui nascono l’estasi e le apparizioni. La storia di tutte le grandi crisi religiose prova che siffatte visioni si comunicano da una persona all’altra: in un’assemblea di persone piene tutte delle stesse credenze, basta che una affermi di vedere o di udire qualcosa di soprannaturale, perché le altre vedano ed ascoltano anch’esse. […]. In casi simili i più infervorati fanno la legge e regolano il grado dell’atmosfera comune. L’esaltazione degli uni si trasmette a tutti; nessuno vuole restare indietro, né riconoscere che è meno favorito degli altri. Quelli che non vedono nulla sono trascinati dagli altri e finiscono per credere o che sono meno perspicaci o che non hanno coscienza delle loro sensazioni; ad ogni modo si guardano dal confessarlo; turberebbero la festa, contrasterebbero gli altri e riuscirebbero sgraditi. Quando un’apparizione [= allucinazione] si verifica in tali adunanze, di solito tutti la percepiscono o l’accettano. Bisogna ricordare, d’altra parte, il grado di cultura intellettuale dei discepoli di Gesù. Ciò che si chiama una testa debole s’accompagna benissimo alla squisita bontà del cuore. I discepoli credevano ai fantasmi; si figuravano di essere circondati da miracoli; non partecipavano per nulla alla scienza positiva dei tempi. Questa viveva in poche centinaia di uomini, diffusi unicamente nei paesi in cui era penetrata la cultura greca; ma il volgo vi partecipava pochissimo. La Palestina era, sotto questo aspetto, una delle contrade più arretrate; i Galilei erano i più ignoranti fra i palestinesi ed i discepoli di Gesù potevano dirsi la gente più idiota della Giudea. La loro semplicità appunto li aveva fatti degni dell’elezione celeste. Fra siffatta gente, la credenza agli eventi meravigliosi trovava agevolezze straordinarie a diffondersi. Divulgatasi la credenza della resurrezione di Gesù, molte visioni dovevano prodursi ed, infatti, si produssero. […]. L’opinione che Gesù fosse resuscitato vi si fondò in modo inequivocabile [(3)]: la sétta, che i suoi nemici avevano creduto di distruggere, uccidendo il maestro, fu da quel momento assicurata di un immenso avvenire. […]. Un sentimento singolare cominciò a manifestarsi; ogni esitazione sembrò mancanza di lealtà e d’amore; ognuno si vergognò di essere meno credulo degli altri e rinunziò, perfino, al desiderio di vedere; il detto: “Beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto!” fu la divisa di tutti. Sembrò loro generoso di credere senza prove […] per non perdere il merito della fede. Da quel momento, in fatto di credulità, nacque un’emulazione, una gara stranissima: il merito consistente nel credere senza aver visto, la fede ad ogni costo, la fede gratuita, la fede spinta fino alla follia fu esaltata come il primo dono dell’anima. Il credo quia absurdum è fondato; la legge dei dogmi cristiani sarà una progressione che non si fermerà dinanzi a nessuna impossibilità […]. I dogmi più cari ai fedeli, quelli che saranno adottati con maggiore frenesia, saranno i più ripugnanti alla ragione, per effetto dell’idea che il valore morale della fede cresce in ragione della difficoltà di credere e che non si ha prova d’amore ammettendo ciò che è chiaro. Quei primi giorni furono come un periodo di febbre intensa in cui i fedeli, inebriandosi scambievolmente con i propri sogni ed imponendoli l’uno all’altro, scambievolmente si accendevano alle idee più esaltate. Le visioni si moltiplicavano di continuo e le adunanze serali erano l’ora in cui più spesso si manifestavano. […]. In pochi giorni, un ciclo intero di racconti, si formò e si divulgò. Chi crede che la leggenda voglia molto tempo per formarsi è in grave errore: la leggenda nasce qualche volta in un giorno. La domenica sera (16 di nisan, 5 di aprile), la resurrezione di Gesù era tenuta per una realtà; otto giorni dopo, il carattere della vita postuma ideata per Gesù fu fissato nei suoi essenziali elementi. […]. La mancanza assoluta di rigore scientifico nella mente dei nuovi credenti impediva che ricercassero la natura della sua esistenza. Se lo rappresentavano con un corpo lievissimo capace di attraversare le pareti, ora visibile ora invisibile, ma sempre vivo. Qualche volta pensavano che il suo corpo non avesse materia, che fosse un’ombra pura, un’apparenza. Altre volte gli prestavano la materialità. La carne, le ossa; per uno scrupolo infantile, come se l’allucinazione avesse voluto diffidare di se stessa, lo facevano bere e mangiare; volevano che si fosse lasciato palpare. […]. Mentre Gesù risuscitava nel vero senso, cioè nel cuore dei suoi cari, mentre si formava l’incrollabile convincimento degli apostoli e si preparava la fede del mondo, in che luogo i vermi gustavano il corpo esanime, deposto, il sabato sera, nel sepolcro? Questa circostanza resterà sempre ignota poiché, naturalmente, le tradizioni cristiane nulla possono rivelarci in proposito. […]. La resurrezione fu il trionfo dell’idea sulla realtà […]. I giudei asserivano che i discepoli di notte avrebbero trafugato la salma. La coscienza cristiana temette questa asserzione e per stroncarla immaginò la circostanza dei custodi e del suggello apposto al sepolcro. Questa circostanza, leggendosi soltanto nel Vangelo secondo Matteo, frammista a leggende di scarsissima autorità, non è affatto ammissibile. Ma benché la spiegazione dei Giudei fosse inconfutabile, non si può assolutamente ammettere che proprio coloro i quali credevano tanto fermamente nella resurrezione di Gesù ne avessero trafugato il corpo. […]. Anche se non si può del tutto escludere che il corpo fosse stato trafugato da alcuni discepoli e trasportato in Galilea. Gli altri, rimasti a Gerusalemme, potrebbero non essere stati informati del fatto. D’altra parte, i discepoli che avrebbero portato il corpo in Galilea, non avranno avuto alcuna conoscenza delle voci che si diffusero a Gerusalemme, così che la credenza alla resurrezione si sarebbe formata dietro di loro e li avrebbe sorpresi. […]. Si potrebbe anche supporre che il corpo fosse stato trafugato dai Giudei per impedire eventuali scene tumultuose che sarebbero potute accadere intorno al cadavere di un uomo popolare come Gesù o, forse, per evitare che gli si facessero esequie strepitose. […]. Le relazioni della visita delle donne alla tomba sono così confuse e tentennanti tanto da far supporre che nascondano qualche equivoco. La coscienza femminile, dominata dalla passione, è capace di bizzarrissime illusioni […]. Nel produrre quei fatti, che sono ritenuti meravigliosi, nessuno inganna deliberatamente; ma ognuno, senza pensarvi, si fa connivente. Maria di Magdala era stata, secondo il parlare di quei tempi “posseduta da sette demoni” [(4)]. Bisogna tenere conto della poca precisione delle donne orientali e della loro assoluta mancanza d’istruzione. Il convincimento esaltato rese impossibile ogni riflessione ed ogni critica […]. L’amore fece credere alla resurrezione di Gesù, amore tanto potente che un caso da nulla bastò a formare l’edificio della fede universale. Se Gesù fosse stato meno amato, se la fede nella resurrezione avesse avuto minor ragione d’estendersi, il caso non avrebbe generato alcun effetto. […]. Le apparizioni si facevano sempre più rare: se ne parlava molto meno e si incominciava a credere che non si vedrebbe più il maestro fino al suo solenne ritorno. Le immaginazioni si rivolgevano con molta forza verso una promessa che si supponeva fatta da Gesù. […]. Quando le visioni si fecero rare, tutti invocarono quello Spirito, che Gesù doveva mandare ai suoi amici come un consolatore, come un altro se stesso. Si figuravano che Gesù, scendendo improvvisamente fra i discepoli adunati, avesse soffiato su loro con la bocca una corrente d’aria vivificatrice. […]. Tutta l’attività immaginativa, di cui la sétta aveva fatto prova nel creare la leggenda di Gesù risorto, doveva essere spesa alla creazione di un complesso di pie credenze sulla discesa dello Spirito [Santo] e su i suoi doni meravigliosi. L’ultima apparizione di Gesù avrebbe avuto luogo a Betania, sul Monte degli Ulivi. Certe tradizioni riferivano a questa visione le raccomandazioni finali, la promessa ripetuta della discesa dello Spirito Santo, l’atto col quale conferiva ai discepoli l’autorità di rimettere i peccati. […]. Fu ammesso che Gesù era vivo, che si era manifestato con apparizioni sufficienti a provare la sua esistenza, che poteva manifestarsi di nuovo fino alla grande rivelazione in cui tutto sarebbe compiuto. […]. Nei primi giorni, essendo frequentissime le apparizioni, i fedeli credevano che Gesù abitasse stabilmente in terra ed adempisse più o meno alle funzioni della vita terrestre. Quando le visioni si fecero rare, si figurarono Gesù entrato nella Gloria e seduto alla Destra del Padre e dissero: “È asceso al cielo”. Queste parole rimasero per alcuni un’immagine vaga; ma, per altri, si tradussero in una scena materiale. Stabilirono che Gesù si fosse elevato verso il cielo nell’ultima visione, comune a tutti i discepoli, in cui diede loro le sue supreme raccomandazioni. Questa scena più tardi fu amplificata e diventò una leggenda completa: si narrò che uomini celesti, secondo l’apparato delle più splendide manifestazioni divine, fossero apparsi, nel momento che una nube lo rapiva, ed avessero confortato i discepoli con la promessa di un ritorno sulle nubi, simile alla scena di cui sarebbero stati testimoni. […]. Una tradizione pose il luogo di questa scena presso Betania, sulla cima del Monte degli Ulivi, luogo rimasto carissimo ai discepoli, senza dubbio perché Gesù vi aveva dimorato…». (cfr. Renan E.: «Les Apòtres», Paris, 1866).

In definitiva, da quanto esposto, si deduce che credere alla presunta resurrezione di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) consiste nel credere irrazionalmente a chi ha tramandato una tale fandonia, addirittura, di un “risorto” non rientrante nel “sistema spazio-temporale”, essendo divenuto del tutto privo di struttura anatomo-fisica! Inoltre, non si può credere a sedicenti “testimoni” ― la cui identità è tutt’altro che ben delineata ― i quali, in realtà, non essendo stati presenti sul posto al momento in cui si è verificato lo straordinario evento, si sono dovuti necessariamente basare su dicerie popolari caratterizzate da evidenti incertezze se non da false informazioni o in vere e proprie interessate menzogne. Credere alla resurrezione di Yeschuah Bar-Yosef (Gesù [il “Cristo”] Figlio di Giuseppe) in realtà è credere a coloro che, come gli autori neotestamentari, erano intenzionati a diffondere il cosiddetto “annunzio della salvezza” (Kerivgma) e non ad essere referenti di un evento storico. Quindi, equivale a credere, se non alla menzogna intenzionale dei predetti, ad una loro malintesa informazione comportante una falsa notizia. D’altra parte, se gli autori neotestamentari intendevano tramandare i fatti con fedeltà storica non avrebbero scritto a riguardo la nota confusa enorme quantità di incoerenze, assurdità antistoriche, antilogie, infarciture leggendarie, inserimenti forzati di pseudorealizzazioni di profezie veterotestamentarie (“profeziae ex eventu”), ecc. Ma, con ogni evidenza, ciascuno di essi ha voluto tramandare tendenziosamente le proprie convinzioni fideistiche invece degli obbiettivi fatti reali.