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Gilmour l'ateo |
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tratto da
un'intervista su Repubblica di |
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Suona da 40 anni e deve la sua fortuna alla malattia di
un mitico amico al quale scrive ogni anno due lettere senza averne risposta.
Si professa ateo, non rinnega eccessi e idee di
un tempo. E della sua storica band dice: «Non ho alcuna voglia di tornare
indietro».
Ha gli occhi azzurri chiarissimi e sereni, una pancia discreta; il viso è
disteso, non una ruga. Le cicatrici stanno altrove: in certi momenti, ascoltando
la sua musica di adesso, possono sembrare perfettamente guarite. In certi
momenti, perché David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd, non si è certo
risparmiato: eccessi se ne è negati pochi e quando si vive alla velocità del
suono bruciarsi è inevitabile. E si subiscono ferite che non si rimargineranno
del tutto.
Oggi però ha una moglie, Polly Samson (sembrano i fidanzatini di Peynet), che
gli scrive i testi delle canzoni, otto figli (quattro femmine e quattro maschi:
la più grande va per i 30, la più piccola per i 4), è milionario, vive in una
tenuta di 120 ettari nella campagna inglese, si concede qualsiasi sfizio: dal
brevetto di pilota d'aereo alla Fender Stratocaster, la più mitica fra le
chitarre elettriche, marchiata con il numero 0001 («Non so se è davvero la prima
che è stata prodotta: certo è già perfetta, nulla da invidiare a quelle che
vendono oggi» racconta).
E poi una magione del Cinquecento nella tenuta di 120 ettari e un suo studio di
registrazione su una houseboat storica di 27 metri alla fonda sul Tamigi. Per
festeggiare i suoi 60 anni, il 6 marzo ha fatto uscire un disco, On an
island, 12 anni dopo The division bell fatto con i Pink Floyd e 22
dopo il suo ultimo album da solista. Insomma, ci ha pensato bene prima di farsi
questo regalo. Oggi Gilmour è un signore così perbene che la regina Elisabetta
II lo ha insignito della croce di comandante dell'impero britannico, e dà
l'impressione di pensare bene prima di dire o di fare qualcosa.
È, insomma, quanto di più lontano ci sia da quel gruppo di ragazzi con i capelli
lunghissimi, giacche di velluto, pantaloni stretti a zampa d'elefante e a rigoni
che negli anni Sessanta e soprattutto Settanta giunse sulla vetta dell'olimpo
con un rock diverso da quello di tutti gli altri. Psichedelia, la chiamavano. E
per molti era sinonimo di lsd. Allora cantavano: «La vita che per un attimo fu
nostra alla fine è caduta via, gocciolante di carne e ossa, magnesio, proverbi,
singhiozzi».
Oggi Gilmour vende una sua proprietà, Maida Vale, e dona i 3,6 milioni di
sterline (5,4 milioni di euro) del ricavato a un'associazione che dà assistenza
ai senzatetto. Ha fatto così anche dopo la memorabile riunione dei Pink Floyd al
concerto Live 8, nel luglio 2005 a Hyde Park, Londra. Lui e Roger Waters
(l'altro eroe della band: erano lontani dal 1985 e comunicavano solo attraverso
avvocati, tra i più aggressivi) avevano regalato uno show come ai vecchi tempi,
con tanto di fumi, luci psichedeliche e soprattutto emozioni fortissime e dolci
di nostalgia. In poco tempo Echoes, la raccolta dei migliori successi del
gruppo, aumentò le vendite del 1.343 per cento e Gilmour donò il ricavato alle
organizzazioni umanitarie che combattono per gli obiettivi del Live 8.
Tutto un altro uomo, che oggi canta: «La vita è molto più di quanto tu possa
comprare con i soldi, quando vedo la fede negli occhi dei miei figli». Ma la sua
chitarra la riconosci subito (che gioia i suoi assolo rilassati, fatti di
fraseggi scanditi, di note lunghe e distorte in maniera ancora inconfondibile):
«Un musicista ha l'intelligenza nelle mani» ha detto una pianista. Le mani di
Gilmour sono geniali. «Nessuna domanda sui Pink Floyd» aveva chiesto
l'organizzazione prima di questa intervista esclusiva. Ho dato assicurazioni,
sapendo di mentire.
Cosa la emoziona oggi?
L'amore di mia moglie, dei miei figli. L'amore per questo pianeta su cui viviamo
e del quale stiamo abusando.
Trent'anni fa non avrebbe risposto così...
Allora eravamo spinti dall'ambizione: volevamo arrivare a tutti i costi,
volevamo il successo. Oggi non sono più così ambizioso e mi sono accorto, per
esempio, che alla mia figlia maggiore non ho dedicato l'affetto e le energie che
avrei dovuto. Dunque non lascio più che il lavoro interferisca con la mia vita.
Però è di nuovo in tournée. Non si è stancato, dopo quarant'anni, di
suonare la chitarra?
No, ci sono ancora serate magiche, quelle in cui le dita fanno cose
meravigliose. E poi resto un musicista, e tutti i musicisti hanno una
considerazione di sé parecchio elevata. Siamo un po' esibizionisti. Certo, 30
anni fa volevamo fare grande musica, provare tutto e avere tutto. La differenza
è che oggi io ho tutto: mi considero davvero un uomo fortunato.
A sentire questo disco almeno qualche nostalgia la si coglie. Per
esempio nella canzone «The island».
L'isola è Kastellorizo, quella del film Mediterraneo. C'era un fuoco
sulla spiaggia, gli amici con i quali guardare le stelle. Oggi due di loro sono
morti. Uno può vederla come una storia triste: io sono felice che loro vivano
nei miei ricordi, nella mia canzone. Per me, che sono
ateo, è il massimo.
Anche questo, trent'anni fa, non le avrebbe fatto scrivere una canzone.
Di quegli anni mi resta il senso musicale, che non è cambiato. Ho ancora la
voglia di creare musica, ho gli stessi ideali politici.
In effetti oggi i giovani francesi nelle piazze potrebbero prendere la
vostra canzone «The wall» come un inno.
The wall rifletteva la visione di Roger Waters più che la mia.
Visto che è stato lei a tirare in ballo Roger Waters: i Pink Floyd si
metteranno mai più insieme?
No: it's over, è finita. Sono orgoglioso del lavoro fatto, ma non ho alcuna
voglia di tornare indietro.
E, tanto per restare in tema, c'è un mito maledetto che da sempre
aleggia sui Pink Floyd, quello di Syd Barrett, il geniale primo leader della
band, scomparso alla fine del 1967 perché pazzo, schizofrenico, con il cervello
bruciato dagli acidi, dicono. Lei gli era molto amico, avevate cominciato a
suonare la chitarra insieme; lei lo sostituì all'inizio del 1968 e poi rimase,
mentre Barrett si rinchiudeva in un suo eremo a Cambridge. È vero che, un
giorno, mentre stavate incidendo «Wish you were here»...
Non ricordo esattamente il brano, ma è vero, sì. Stavamo in sala di
registrazione e compare un signore pelato, grasso, che nessuno riconobbe al
momento: Syd ce lo ricordavamo magro e con i capelli lunghissimi…
E che cosa vi siete detti?
Non lo ricordo.
L'ha più rivisto?
No. Ma ogni anno gli mando gli auguri di Natale e per il compleanno. Non mi ha
mai risposto.