GOMORRA ... NON MI PIACE
In una umida e calda domenica di luglio, invece di
scegliere tra molte altre cose piacevoli da fare, mi sono messo davanti alla tv
e ho visto «Gomorra», il film tratto dal romanzo del 2006 di Roberto Saviano.
Ho scelto di vederlo predisponendomi in tutti i modi a farmelo piacere. Sapevo
già del successo commerciale di questo film di Garrone, del suo mancato Oscar e
dei suoi apprezzamenti in altri àmbiti. Diligentemente, mi sono anche
documentato sul regista, scoprendo che è stato quello di «L’imbalsamatore» e di
«Primo amore», film a me estranei come gusto e come genere. E naturalmente sono
andato a cercare anche alla voce «Saviano», scoprendo che è laureato in
filosofia, che gravita, almeno prima di arricchirsi, nell’area delle sinistre, e
che nel 2004 fu tra i firmatari della petizione per liberare il terrorista
Battisti, cosa di cui si pentì nel 2009 (in strana coincidenza col suo assurgere
a iconografia del legalismo alla napoletana).
L’unica cosa che non ho fatto è leggere il romanzo; magari è migliore del film,
ma non lo saprò mai perché non ho intenzione di leggerlo.
Il film Gomorra è irrimediabilmente brutto, noioso e soprattutto stereotipato. A
me sembra un clone dei film con Mario Merola, con l’aggravante che per lo meno
quelli là non fingevano di essere colti e di «denunciare» le cose che facevano
vedere. Eh sì, perché a vedere Gomorra – beninteso con un occhio vaccinato dalla
mitologia che Saviano, volente o nolente, incarna – si percepisce una serie di
consapevolezze tutte invariabilmente al negativo.
Intanto, cosa si propone un film così? Cosa può proporre un film che restringe
l’intera Napoli alla sola Scampìa? Che restringe l’intero, variegato popolo di
Napoli, ai soli soliti brutti sporchi e cattivi? «Gomorra» è uno show degli
stereotipi più truculenti e ingiusti. Nessuno nega che a Napoli ci siano bande
che si ammazzano, organizzazioni che spacciano, o ragazzini che tentano la carta
facile della camorra. Ma «Gomorra» rende tutto questo assoluto e unico, prende
il particolare qua e là e lo fa diventare generale, amplifica a dismisura la
singola cronaca nera e la trasforma in un sistema in cui butta dentro tutta
Napoli e tutti i napoletani.
Questa operazione è ingiusta, scorretta, dolosa. La stragrande maggioranza dei
napoletani non è affatto camorroso, violento, «borbonico» o intrallazzatore. E
mi meraviglia assai che il «sinistrorso» autore di Gomorra esponga i napoletani
a un tratteggio così manicheo e superficiale. Potenza della «cassetta» e del
busines? Pare di sì ma spero di no.
In questo film non c’è traccia di polizia, di legalità, di rispetto della
convivenza civile. Strano, per gente che non perde occasione per rivendicare la
difesa di queste cose. In questo film c’è solo una specie di presepe di
cartapesta su cui si agitano figurine inverosimili di gesso che invece di
rappresentare la condanna della violenza (che dev’essere irrinunciabilmente
ferma e non equivoca) sembra sguazzarci dentro, arrivando perfino a una comicità
involontaria: quella, per esempio, del fantasioso «rito» di iniziazione in cui
alcuni fumettistici boss introducono alla camorra dei ragazzini sparando loro
addosso dopo averli protetti con un giubotto antiproiettili. Posso capire che
Saviano si sia documentato prima di dare in pasto a un film certe scene, ma
stento a credere che lui stesso creda che a Napoli succedano davvero queste cose
e con la fantascientifica frequenza che ci ammannisce il film.
Ma la trasmutazione della Napoli del 2000 nella Chicago degli anni Venti non
riesce e non può riuscire. I camorristi non hanno la tridimensionalità di un Al
Capone, sono soltanto dei pupazzetti incapaci di emozionare chicchessìa
(figuriamoci impaurire). Le loro gesta, per quanto truci e cattive, sono così
posticce da svelarsi per quelle che sono: iconografie, cartoni animati per i
«bambini» giustizialisti che serpeggiano tutt’ora fra lo splendido e sereno
popolo napoletano.
E a proposito del quartiere Scampia, col quale regista e scrittore insistono nel
voler confondere tutta Napoli se non di più, chi lo conosce sa bene che per
trovare quella gente disperata e compulsivamente dedita alla delinquenza deve
cercare tutt’al più fra le «vele», e neppure fra tutte. Io, per esempio, da
insegnante ho frequentato un istituto superiore che sta proprio nel cuore di
questa presunta «Gomorra»; be’, ho trovato quei ragazzi nient’affatto così come
li dipingerebbero Saviano e Garrone; sono studenti assai normali e assai comuni,
esattamente come tutti gli altri di Napoli e d’Italia. E per andare in quella
scuola, nessun insegnante ha fatto l’esperienza di essere rapinato, aggredito o
scippato più che in altre zone, così come ci si convince guardando «Gomorra».
Insomma, questo film, invece che contribuire al rifiuto della delinquenza, temo
che sigilli la delinquenza in un guscio che si chiama Napoli, e suggerisca di
starne alla larga, di rifiutarla in toto, di accettare che «è così» e nessuno
può farci niente (tanto meno un libro e un film dagli equivoci messaggi). Ma su
che si sono documentati coloro che hanno voluto Gomorra? Verrebbe da dire su
Novella 3000...
Ma Garrone non poteva lasciar fuori un minimo di sensibilità «politica» che, si
dice, animi pure il nostro Saviano. E allora, fra morti ammazzati, spelonche in
cui camorreggiare, arenili su cui scaricare i kalashnikov e catapecchie in cui
recitare la sopravvivenza del popolino da cartolina, ecco la «denuncia» dello
sfruttamento del lavoro (in modalità «cinesi che producono abiti contraffatti»)
e il capetto dedito ai traffici di rifiuti pericolosi. Pure queste figure,
sospese fra un De Filippo mortificato dal tentativo dell’emulazione, e un Tomas
Milian tanto peggiorato da confondersi con Alvaro Vitali, offrono l’ennesimo
cliché di una Napoli che si «arrangia», che sopporta e forse si compiace dei
lavori illegali, del calpestio dei diritti umani e sociali, di una vita assai
oltre il ciglio della legalità e della dignità. E quei sottotitoli in italiano,
che per un verso distraggono lo spettatore napoletano indotto suo malgrado a
leggerli, e per l’altro riducono e banalizzano i dialoghi che sente lo
spettatore non napoletano, posso essere pure la misura di una discriminazione,
come dire «questi sono così alieni dall’Italia che bisogna tradurli». E ancora
una volta «allontanarsene», «starne alla larga», «respingere». Chissà se regista
e scrittore hanno mai visto le (straordinarie) commedie di Gilberto Govi
trasmesse dalla Rai. Pure là c’è un parlato forse incomprensibile oltre l’area
ligure, ma nessuno s’è mai sognato di sottotitolare le brucianti staffilate
dell’illustre comico, il che sarebbe equivalso a scimmiottarne il senso, a
deriderne l’universalità. E no, forse nel caso di Gomorra si tenta proprio di
provincializzare il messaggio, anche sottotitolandone la recitazione.
Recitazione? A parte qualche vecchia ma minima gloria del teatro partenopeo (Gianfelice
Imparato, Toni Servillo), spiccano cantanti di sottobosco, mini attori buttati
allo sbaraglio e attori misconosciuti che scommettono su una improbabile
rivalsa. Il composto produce una recitazione che hanno fatto bene gli Academy
Awards a bocciare, ma che anche noi semplici fruitori distinguiamo come
stereotipata e standardizzata.
In conclusione, questo film mi ha annoiato e purtroppo non ha deluso i miei
preconcetti di stroncatura. Torno al mio Totò, e guardo, anzi ammiro, il primo
episodio de «L’oro di Napoli»; lì pure c’è un «guappo» di cartone, don Carmine,
che rappresenta una Napoli stracciata e prepotente. Ma al contrario di Gomorra,
il film di De Sica è un affresco portato avanti con mano ferma verso il puntuale
riscatto, quando il «pazzariello» Totò-Saverio caccia don Carmine finalmente da
casa sua; e non lo fa con mitragliette e pistole, no, sarebbe troppo facile,
sarebbe più violento della violenza che si vuol esorcizzare; ma lo fa
buttandogli dal balcone gli innumerevoli colletti di camicia. E’ proprio quella
nuvola bianca che finisce in strada il momento più emozionante della riscossa di
Saverio ma pure di un popolo intero. Questo momento, come mille altre cose, in
Gomorra non c’è e non so davvero se poteva esserci.