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Wojtyla il Grande: rinascita cattolica o sfida oscurantista? |
Fonte: http://www.filosofia.it/pagine/tavola_rotonda_micoromega.htm
Filosofi, teologi, storici – credenti e non credenti – affrontano senza diplomazie gli aspetti cruciali e controversi di un papato che ha segnato un secolo e l’intera storia della Chiesa: il rapporto con la modernità, il dialogo interreligioso, l’impatto nella politica, la questione del ‘senso’.
PAOLO FLORES d’ARCAIS / MONSIGNOR PIERO CODA / EMANUELE SEVERINO /
ENZO BIANCHI /
GIANNI VATTIMO /ANDREA RICCARDI
MASSIMO CACCIARI / UMBERTO GALIMBERTI
I. Il papa e la modernità
Paolo Flores d’Arcais: Wojtyła il Grande: il titolo è già stato usato da un cardinale in una celebrazione ufficiale. Grande e Santo per la Chiesa di Roma. Grande egualmente per l’impronta che lascia nella storia profana. Ma questa duplice grandezza, che nessuno mette in dubbio, ha posto troppo spesso la sordina ad un’analisi complessiva dell’oltre mezzo secolo di regno del papa che viene da lontano, come ebbe a definirsi lo stesso Wojtyła nelle sue prime parole ai fedeli dopo la fumata bianca. Sordina non tanto sulle sue contraddizioni, luci e ombre, aspetti e risultati paradossali del suo pontificato (tutti temi su cui torneremo), ma piuttosto proprio sulla coerenza di un filo conduttore troppo spesso eluso e che, a mio parere, sta tutto in una sfida contro la modernità.
Credo che questo sia il cuore del pontificato del papa polacco: l’anatema contro l’illuminismo a partire dall’incessante, intransigente, instancabile predicazione contro le strutture di peccato e le ideologie del male che hanno fatto del XX secolo l’epoca dell’Olocausto, dei totalitarismi, dei lager e del gulag. Non si tratta, infatti, di una semplice per quanto autorevolissima denuncia degli orrori dei fascismi e dei comunismi quali orrori gemelli. Se di questo si trattasse, l’analisi e l’insegnamento di Karol Wojtyła aggiungerebbe poco o nulla a ipotesi teoriche e ricostruzioni storiche da tempo largamente diffuse, soprattutto in ambito liberal-conservatore (e altrettanto largamente contestate da quanti, pur condannando entrambi i totalitarismi, non li considerano assimilabili).
Il tratto specifico e ineludibile del pensiero e del magistero di Giovanni Paolo II consiste invece nell’adamantina chiarezza e durezza con cui indica nell’illuminismo la radice delle strutture di peccato e delle ideologie del male che hanno segnato d’orrore il secolo appena trascorso. E l’illuminismo non come metafora, ma proprio l’illuminismo nel senso preciso e storico di un pensiero che si sviluppa e diventa egemone lungo il Settecento europeo rivendicando l’autonomia dell’uomo: Il cosiddetto illuminismo europeo – in particolare l’ illuminismo francese pur senza escludere quello inglese, tedesco, spagnolo e italiano (Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Rizzoli 2005, p. 18. Il papa salverà dall’anatema l’illuminismo in Polonia, che percorreva una strada tutta sua).
Non si tratta di un momentaneo eccesso polemico. Al contrario, nelle principali encicliche e nei numerosi libri e allocuzioni del papa, questa accusa ritorna con martellante e quasi ossessiva continuità. La colpa inespiabile dell’illuminismo, che lo rende matrice e incunabolo delle tragedie e dei mali del XX secolo, consiste proprio nella pretesa di assumere come strumento irrinunciabile di razionalità (e quindi di umanità) il pensiero critico, di emancipare l’uomo dalle dande (per usare l’espressione kantiana) del dogma, di fondare l’uomo su se stesso. L’uomo norma a se stesso, l’uomo autos nomos, l’uomo che decide di passare ogni pretesa di verità (anche religiosa, soprattutto religiosa) al vaglio del tribunale della ragione, l’uomo che dunque non ha più bisogno del Dio di una Chiesa, costituisce agli occhi di Karol Wojtyl´a colui che commette il peccato che Cristo ha chiamato “bestemmia contro lo Spirito”, dichiarandolo al tempo stesso irremissibile (cfr. Mt 12,31) (ibidem).
Il papa, insomma, è su questo tema perentorio, e nel libro che resta il suo testamento spirituale ribadisce autobiograficamente: Nel corso degli anni si è venuta formando in me la convinzione che le ideologie del male sono profondamente radicate nella storia del pensiero filosofico europeo (ibidem). Al punto che, andando a ritroso rispetto all’illuminismo, considera Cartesio il responsabile di un capovolgimento radicale dell’ordine della Verità, in quanto il suo cogito, ergo sum affida il sum, l’essere dell’uomo, al primato della coscienza, sradicandolo da quel primato dell’esse che rimanda l’uomo, necessariamente, al creato e dunque al Creatore.
Del resto, nella Fides et ratio, l’enciclica filosofica di Karol Wojtyła, il momento in cui entrano prepotentemente in gestazione le strutture di peccato viene individuato tra la fine del medioevo e gli albori dell’Umanesimo, quando Fede e Ragione cessano di essere le due ali su cui vola la Verità, e la ragione comincia ad avventurarsi in un suo cammino indipendente.
Tutta questa vicenda è, per Giovanni Paolo II, niente altro che la replica storica di quanto era già all’Origine, nella forma appunto del peccato orginale. Che consiste, secondo le parole di straordinaria perspicacia di sant’Agostino richiamate dal papa, in un amor sui usque ad contemptum Dei – amore di sé fino al disprezzo di Dio (ivi, p. 17). Tale è la pretesa di autonomia dell’uomo (amor sui) che disincanta il mondo (contemptum Dei). La modernità (ma una modernità che comincia addirittura non appena la filosofia del tardo medioevo sfida il tomismo), che rinunciando alla Verità di Cristo rinuncia alla Salvezza. E questo rifiuto di Dio non potrà che culminare nelle tragedie del secolo trascorso in quanto tragedie della hybris inevitabile della pretesa umana all’autos nomos.
Questa hybris della ragione nella sua pretesa di autonomia costituisce anzi, in definitiva, una forma di s-ragione, poiché conduce l’uomo a mettere in discussione l’esistenza di una norma morale che sia insieme e a uno stesso tempo legge naturale, legge razionale e legge divina. Il carattere assolutamente vincolante della legge morale naturale, cui la retta ragione può e deve arrivare, e che coincide con la volontà del Creatore, è dunque per Karol Wojtyła il punto fermo e la bussola. Le conseguenze che ne trae non possono dunque essere considerate eccessive, bensì essenziali e strutturali alla sua concezione.
In particolare, non è affatto metaforica la qualifica di Olocausto che il papa polacco attribuisce alla pratica dell’aborto (che per Wojtyła è tale, ovviamente, fin dall’istante del concepimento, per cui aborto, e dunque omicidio, è anche l’uso della pillola che si limita ad impedire l’impiantarsi dell’ovulo appena fecondato). Questa equivalenza tra lo sterminio nazista compiuto nei lager e la strage degli innocenti realizzata dalla pratica abortiva, va invece inteso alla lettera. Non a caso Giovanni Paolo II scrive che dopo la caduta dei regimi costruiti sopra le ideologie del male […] permane tuttavia lo sterminio legale degli essere umani concepiti e non ancora nati (ivi, p. 22), proprio a causa della rimozione del grande dramma della storia della salvezza che nella mentalità illuministica era sparito.
Insomma, ogni aborto come Auschwitz, e ciò perché l’uomo, con i lumi e la pretesa della ragione all’autonomia, era rimasto solo: solo come creatore della propria storia e della propria civiltà; solo come colui che decide di ciò che è buono e di ciò che è cattivo come colui che esisterebbe ed opererebbe etsi Deus non daretur – anche se Dio non ci fosse (ivi, p. 21).
Ora, si è parlato, a proposito della Fides et ratio, ma anche di altre prese di posizioni papali (non ultima l’apertura alla scienza che sarebbe compendiata nel riconoscimento dell’ingiustizia compiuta con il processo a Galileo), di apertura di Karol Wojtyła alla modernità. Sembra però assai più rispondente alla realtà del suo magistero, e della coerenza di tale magistero, parlare di sfida alla modernità e addirittura, vista l’insistenza con cui i lumi sono intesi come origine delle ideologie del male, di sfida oscurantista alla modernità.
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