Grillo: la storia
gli inizi, l'ingratitudine, l'avarizia, i guai giudiziari, i soldi
Quel che segue è ripreso dal lavoro che il giornalista Filippo Facci ha fatto su Grillo. Facci è considerato uomo di destra, lavora a "il Giornale" (che di certo non è di sinistra), e personalmente non mi entusiasma. Tuttavia, sempre in nome di quella libertà di pensiero che rivendico e che difendo, mi sembra di pubblico interesse questo suo lavoro sulla storia del comico che in questo periodo ha catalizzato un po' di gente e a quanto pare non sempre con correttezza e giustezza. Potete trovare il lavoro originale sul sito de Il Giornale.
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Giuseppe Piero Grillo è nato il
21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l’imbarazzante e compiaciuta
agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da
Mondadori negli ultimi vent’anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla
James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo
figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel
quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni
e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e
la fermata dell’autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori
della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come
tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra
locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c’era, «il problema è che il
Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma
l’allenatore ricordo che mi disse: “Ma chi mi hai portato?”».
Nella sua squadra c’era anche Donato Bilancia, il serial killer.
Il giovane Grillo stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all’Ugolino
Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto
esosa. S’iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il
padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo)
e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più
interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti
editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell’azienda di papà con scarsi
risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti
consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma
fu licenziato.
Era secondogenito e un po’ il cocco di casa, suo padre non disdegnava di
prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se
aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto
sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva.
La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più
importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo
Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì
dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì,
sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.
La celebre tirchieria di Grillo in quel periodo prende le forme di
incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse
con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere. Non
pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti:
occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono
come dei napoletani che accusassero qualcuno d’essere chiassoso. «Non era
tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «"Offri qualche caffè ogni
tanto, risparmierai col cardiologo", gli dicevamo sempre».
Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una
Punto: lui si lamentò perché non aveva l’autoradio. Altra leggenda vuole che
nella sua villa di Sant’Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata
biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai
contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma
un giorno ha avuto un’intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica
turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».
Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle
briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la
milanese». È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk,
intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del
marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si
sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello
genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo.
Le prime tracce visive di un
Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8
diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato da Orlando
Portento; lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli
spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare
qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche
discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici
e democristiani e socialisti. «Gl’importava zero della politica» dice ora
Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di
qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi. L’avvocato
Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene
elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila,
in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la
famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane
imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la
quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi
impalmare; lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona
recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere
Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che
non lamenti ingratitudine. In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano:
il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il
citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De
Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi
dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato
appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un
premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo
telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi
dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che
Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo
pagavano di più.
Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva
ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore
rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre,
le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. Ai tempi Grillo non
aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».
A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò
a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece
crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché
lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose
Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al
localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo
s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica
Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò
liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un
monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente. Anzi, rischiò, perché
Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il
provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un
capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne
andò, ingelosito. Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine
del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di
spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del
rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la
mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo
sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse
tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si
ripresentò sul set». Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe
buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla
critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco
Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita
meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando
cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel
personaggio che interpreta».
Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la
straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno.
Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a
Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi:
Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà
l’invidia. Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata. Altri non
lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai
conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha
neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati
insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia,
poi seppi che parlava malissimo di me». Pare che Walter Chiari non avesse
un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere. Anche il rapporto con Portento
cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato
Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati
«Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la
do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più
nulla» dice l’ex amico. Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai
partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì
come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio
Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute:
Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i
soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non
si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che
ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne
trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor
Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una
villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence
Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa
villa. Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle
serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la
maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova.
Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet
Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308
bianca e una Ferrari Testarossa che terrà parcheggiata davanti alla discoteca
Davidia di Genova, coperta da apposito telone.
Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini
conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono.
Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori.
Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le
cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni
dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla
a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi.
Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per
i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste
civiche. Si è arrabbiata molto.
Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno
in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per
sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici
alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa
ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano
a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti
e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro
amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno,
è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di
amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi,
la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un
costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro
inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e
decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo:
all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto
ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori
dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina
di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che
resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.
Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello.
Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io
l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini
e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure
raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo
accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un
cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di
milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di
ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della
segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama
Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia
la madre invalida al cento per cento.
Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in
aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la
macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di
vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di
consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa,
la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla
piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei
soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al
comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il
collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con
un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma
l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la
verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una
segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada
era chiusa al traffico, fine.
La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro
mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire
dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la
strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di
ghiaccio (...). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi
metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non
potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo
spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise
«consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di
superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una
macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli
sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro
inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare:
il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da
un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario,
diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non
candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.
Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future,
fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per
farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of
Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella
pubblicità vinse un Telegatto. È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario,
la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte
di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non
fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto
al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri
quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso
edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito
scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di
lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.
Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex
amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte:
«Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere
poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo
consumava come un paesino». In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi
contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7
famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere
l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e
addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che
lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo
d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in
realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati di pannelli e
produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.
A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel
periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa
dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una
lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di
risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca
di Riccione.