13 luglio 2005
la Repubblica Pagina 38 - Cultura
Tutte le volte che la religione ha
processato le idee dell´uomo
le guerre culturali
Dalle dispute di sant´Agostino contro i manichei agli interventi teologici
nella politica di oggi che rivendicano il monopolio sulla morale
Nell´Antico Testamento il Signore evoca Leviathan, un coccodrillo drago dall´alito
infuocato
Carl Gustav Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell´episodio
biblico di Giobbe
Quattro secoli fa Giordano Bruno andò al rogo col morso dopo sette anni di
processo al suo pensiero
FRANCO CORDERO
«Entropia» dal greco tropé, rivolgimento. Con questa parola misteriosa 140
anni fa Rudolph Clausius designa un fenomeno termodinamico: dei motori producono
lavoro mediante flussi del calore dai corpi caldi ai freddi; non avviene
mai l´inverso, né l´energia termica risulta interamente convertibile nel
lavoro
meccanico; qualcosa va perso; impossibile quindi un perpetuum mobile. L´entropia
indica processi irreversibili:
supponendo chiuso l´universo, aumenta fino all´equilibrio termico assoluto;
lì non succede più niente. In meccanica statistica misura il disordine, inverso
della struttura: sale negli stati variamente configurabili; e ogni sistema
evolve verso lo stato più probabile. Passiamo alla fisica sociale:
pensiero e vita morale sono eventi artificiosi: moderne tecnologie li
dissolvono;
fino a quando rinasceranno? Lo stato più probabile è il mimetismo: ordine
da termitaio e guerra endemica, anzi carneficina in forme rituali; è un lusso
pensare, obsoleto e pericoloso. Regnano culture dello spegnitoio. Giordano
Bruno va al rogo col morso, giovedì 17 febbraio 1600, scomunicato dalle autorità
cattoliche, calviniste, luterane, dopo sette anni d´un processo alle idee;
se abbia senso la parola «creatore», quanti siano i mondi, moto della terra,
anima mundi, ecc. Sotto Natale, a Pordenone, l´aveva preceduto Menochio
Scandella,
vecchio mugnaio friulano, colpevole d´avere un «cervelo sutil». L´argomento
presenta sfondi teologali. Li sfioravo negli Osservanti (Giuffrè, Milano
1967):
come l´animale umano produca, vìoli, consumi norme; L´Epistola ai Romani
(Einaudi, Torino 1972) disegna un´antropologia del cristianesimo paolino;
ho studiato
sant´Agostino, dapprima campione, poi negatore della libertà umana; e tali
ricerche culminano nelle Fiabe d´entropia (Garzanti, Milano 2005).
Parte prima, «Teatro celeste». Aurelio Agostino viene a Roma da Cartagine,
retore manicheo: sale a Milano, dove pontifica Ambrogio; scopre l´universo
cristiano;
torna a casa, monaco, presbyter, vescovo ausiliare, infine titolare d´Ippona;
e combatte i manichei scrivendo sulla Genesi. Le fonti dispiegano una
fantasmagoria
cielo-terra: erompe l´universo; cadono gli angeli; la protocoppia vìola un
tabù alimentare; tale peccato scatena un´infezione cosmica; prende forma
l´archetipo
divino; diluvio, patriarchi, religione mosaica, l´affare Giobbe; alla figura
divina singola ne seguono tre; la seconda s´incarna, patisce, muore, risorge,
scardina la Legge, instaura un Regno ancora invisibile; cos´avvenga alla
fine dei tempi, lo racconta l´Apocalisse, libro d´insopportabile volgarità,
con
alcune geniali analisi. Parte seconda, «I Golem alla sbarra» («Golem» è il
nome dell´uomo d´argilla che il rabbino-mago praghese Löw racconta d´avere
fabbricato).
Riappare Agostino: contro i manichei difendeva il libero arbitrio ma già
nel terzo libro omonimo (388-95) l´interlocutore Evodio solleva dubbi
insolubili.
Il commento dell´epistola ai Galati, anno 394, intavola l´idea-chiave della
«charitas» o «gratia» come impulso prevalente, «delectatio victrix», pia
libido.
La ribadiscono Diversae quaestiones ad Simplicianum, 395: siamo automi;
preghiera
e fede nascente presuppongono pulsioni pneumatiche inoculate da Dio;
fa tutto Lui; se n´era scelti alcuni, manda gli altri al diavolo; né abbiamo
ragioni da opporre, essendo tutti debitori del supplizio quali discendenti
d´Adamo. Agostino, efferato antiumanista. Il suo antipode è un celta immigrato
nell´Urbe.
Morgan (in latino Pelagio) ha un´alta stima dell´uomo e cultura romana: rifiuta
l´idea tribale del peccato ereditario; professa una religione laica; gli
ripugnano le magie sacramentali, perciò svaluta il battesimo; insegna un
cristianesimo radicale, dalla forte tensione etica; vede intrinsecamente
cattivi
i poteri economico e politico, mentre l´ecclesiocrate Agostino, accomodante,
se ne serve. Nel conflitto l´Africa agostiniana stravince, seguita dalla
Chiesa
romana. Monasteri tunisini e marsigliesi però rifiutano l´agostinismo. Prospero
d´Aquitania, continuatore infedele, lo diluisce a beneficio delle anime
tenere. Quattro secoli dopo, l´affare Gotescalco fissa dei cortocircuiti
teologali (è un monaco imprigionato a vita perché troppo fedele al Doctor
gratiae).
Ormai l´ortodossia consiste nel dire una cosa e l´opposta. Sant´Anselmo,
Pier Lombardo, Alberto Magno coltivano un´eloquente schizofrenia logica:
sfuggono
all´inferno i soli che Iddio s´era eletti ma tutti possono salvarsi, ossia
«piove e non piove»; san Tommaso bara coniando la formula d´una «grazia
sufficiente»,
sebbene non lo sia. Gli anatemi tridentini coniugano bianco e nero. Baio
riscopre Agostino. E determinista senza saperlo persino quel pasticheur Padre
Luis Molina Societatis Iesu. Giansenio e i partitanti che s´intitolano dal
suo nome, sono gli ultimi campioni della predestinazione, poi la disputa
s´assopisce.
Parte terza, «Lo specchio dei prudenti»: sei storie mettono in scena lo
psicodramma
normativo; segue una grammatica del relativo discorso (cosa significhi
«giusto»); dove conduca la teologia paolina della storia, profondamente
reazionaria,
dalle invettive luterane contro i contadini alla repressione dell´attentato
20 luglio 1944 nella «Tana del Lupo»; chiudono l´escursione paradossi del
disincanto modulati da Pascal, cattolico pericolosamente incline alla vertigine.
Che la materia scotti, lo dicono garriti ignoranti e silenzi santimoniosi.
Parliamone seriamente, tenendo sotto gli occhi testo biblico, patristica,
scolastica,
formule dogmatiche.
Negli ultimi tempi anche le gazzette discutono d´etica. In che rapporto stanno
morale e religione? Qualcuno le identifica.
Più fine, Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell´affare Giobbe:
Satana frequenta la corte celeste; e per scommessa, Yahweh gli consegna questo
suddito obbediente; abilissimo meccanico, sul terreno dei valori vale meno
dell´uomo; non li sente. Poi tenta d´educarsi. Il Nuovo Testamento descrive
un Dio incarnato e sofferente sulla croce nell´interesse delle creature umane,
ma l´esito lascia sgomenti. Lutero e Calvino dicono chiaro quel che fumisterie
cattoliche occultano. La favola antropomorfa suona così (niente d´irrispettoso:
«fabula» nel senso latino, ossia «res divulgata, sive sit vera, sive falsa»).
L´universo è opera d´una Persona il cui stato anteriore non possiamo descrivere:
suscita dal niente gli angeli, puri spiriti; e quasi subito molti decadono
diventando diavoli, perché volevano sentirsi indipendenti; i teologi meno
romanzieri
l´ammettono, non era complotto sovversivo. Indi crea la coppia umana, destinata
a vita comoda sine die nel paradiso terrestre, purché non tocchi i frutti
d´un albero: gli sciagurati disubbidiscono, perdono i doni, comincia la storia;
a causa d´Adamo meritiamo tutti l´inferno; dopo un tempo che ancora due
secoli fa i cronologhi misuravano in quattromila anni, viene sulla terra
una persona divina a riscattare l´umanità (sul rapporto trilaterale Dio-
uomo-diavolo
tiene banco sant´Anselmo); muore, risorge, instaura un suo regno ancora virtuale
e tornerà chiudendo i tempi; l´aspettavano ansiosi ma non viene; al posto
suo ecco Mater Ecclesia, dove riti dall´effetto più o meno automatico schiudono
le porte del cielo; se lo guadagna chi adempie i comandamenti; solo nel
grembo ecclesiastico uno può salvarsi l´anima; «extra Ecclesiam nulla salus».
Enumeriamo alcuni punti deboli. L´Onnipotente sa cos´avverrà:
sapendolo, crea il mondo e l´affolla d´una specie animale in larga misura
destinata all´inferno: che gli uomini scontino un peccato del capostipite,
è giustizia
da orchi; altrettanto aberrante la pena eterna inflitta a esserucoli
malriusciti;
poteva lasciarli nell´utero tiepido del Niente. Intesa così, la creazione
prefigura su scala cosmica gli stupidi passatempi d´una conventicola
criminal-psicotica
nelle Cent Vingt Journées de Sodome. Nessun carnefice infierisce
oltre la morte: Lui nega questa soglia ai dannati; li tiene vivi in saecula
saeculorum e i beati guardano godendosi lo spettacolo (san Tommaso, Summa
Theologiae,
Supplementum Tertiae Partis, q. 94, art. 3); l´idea alimenta laidi stereotipi
quaresimali; quanto vi declama Paolo Segneri S.J., maestro dell´oratoria
barocca. Era l´eresia d´Origene che l´inferno sia uno stato d´animo, pena
medicinale, quindi temporanea, e ancora cent´anni dopo, Gregorio da Nissa
prevedeva
un´apocatástasis o restaurazione finale. Insomma, Domeneddio non fa bella
figura.
Le scoperte d´Agostino, poi, aprono abissi. L´autore è un sessuomane dalla
fantasia cupa: non smaltirà mai i residui manichei (glieli contesta l´ex
vescovo
Giuliano, educato secondo categorie culturali romane); intende il peccato
originale come una lue connessa agli organi genitali (perciò le scuole discutono
accanitamente sul punto se la Madonna sia concepita «cum aut sine labe
originali»,
finché Pio IX taglia corto proclamando l´Immacolata Concezione); e incrimina
Pelagio, colpevole d´avere sostenuto che i bambini morti senza battesimo
siano accolti nel Regno dei Cieli; nient´affatto, vanno all´inferno. Insomma,
sotto vari aspetti non è un maetre à penser raccomandabile, ma soverchia
intellettualmente gli avversari. La sua psicanalisi ante litteram costituisce
titolo d´autentica gloria scientifica: quando mancano 15 secoli
all´interpretazione
freudiana dei sogni, elabora una dinamica delle pulsioni liquidando
il fantasma verbale della «volontà»; parola vuota; la condotta umana è intessuta
d´atti volitivi nient´affatto sovrani ossia indeterminati; vige una causalità
psichica simmetrica alla fisica.
Qui finisce l´analisi, strepitosamente acuta. Il resto è fiction teologale:
l´autore chiama «gratia» o «charitas» l´impulso determinante dell´atto virtuoso;
e l´attribuisce al divino Macchinista. L´idea prende piede, anzi diventa
dogma: nelle dispute teologali (Fiabe d´Entropia, pagg. 306-422) riceve mille
varianti verbali, velata da una dialettica del nonsenso; nessuno però la
nega; chi s´arrischiasse cadrebbe nell´eresia.
I corollari sono puro guignol: dal fondo dell´eternità s´era scelto alcune
creature umane destinando il resto a infiniti tormenti (discorso insensato
perché
presuppone e nega il tempo); crea le anime una ad una, subito infuse
all´embrione
infetto, indi manipola gl´individui; non avviene niente che non abbia
voluto. Anche il male? Eccome. Lo permette, dicono gl´ipocriti. Nossignori,
risponde Calvino: Adamo e successori peccano perché così aveva stabilito;
non
è un fannullone che guardi la commedia umana intervenendovi ogni tanto come
gli dèi dell´Olimpo; l´ha allestita fino all´ultimo particolare.
Era preordinata anche la caduta degli angeli: sant´Agostino l´ammette sotto
voce, notando come i fedeli fossero «amplius adiuti»; disponevano d´un soccorso
ad hoc. Perché ha creato il mondo? Voleva celebrarsi con uno spettacolo monstre:
tale l´inferno; giova alla sua gloria il brulichio d´innumerevoli cavie
umane in preda a tormenti eterni. Siamo nella sfera dell´horror. Nessuno
con la testa sul collo ammetterà che una morale decente nasca su tali premesse.
L´etica, prodotto razionale, non ha niente da spartire col terrore religioso,
radicato nelle midolla: «horrendum est incidere in manus Dei viventis» (Epistola
agli Ebrei, 10.31); è onnipotente, dunque qualunque cosa voglia, risulta
«santa»; «voluntati eius quis resistit?»; ha un potere assoluto sulle creature;
il vasaio modella a suo piacimento l´argilla, e via seguitando (Epistola
ai Romani, 9.19-24). La sindrome studiata da Rudolf Otto in un famoso libretto
è pallore, panico, stravolgimento, afasia inorridita. Giobbe usava argomenti
razionali. Yahweh lo sgomina evocando Leviathan, un coccodrillo-drago dall´alito
infuocato, nel quale s´identifica: lo peschi all´amo, se può; gl´infili un
anello nelle narici; giochi con lui quasi fosse un passero; quando Leviathan
viene a galla, tremano persino gli angeli; «quis resistere potest vultui
meo?»; «omnia sub coelo mea sunt» (Giobbe, capitoli 41s.).
Che l´etica sia valore umano, implicitamente ateo o almeno laico, agli antipodi
del panico mistico, l´ammette anche qualche teologo. Gregorio da Rimini,
monaco agostiniano nato intorno al 1300 (generale dell´Ordine, 1357), figura
nell´aneddotica quale «tortor parvulorum»: sostiene che i bambini morti senza
battesimo vadano all´inferno, quando già Pier Lombardo, due secoli prima,
li esonerava da fuoco e «vermis conscientiae» gratificandoli d´un malinconico
benessere (sono privi della cosiddetta visione beatifica); ma in etica ragiona
bene. Sentiamolo: l´atto buono o cattivo resta tale indipendentemente da
chi comanda o vieta, fosse anche Dio o non esistesse il soggetto così
denominato;
il criterio sta nella «recta ratio». Da notare come in tale contesto
«rectitudo» non significhi infallibilità: la «ratio» è «recta» quando uno
l´abbia usata come meglio può; corrono solo «probabiles locutiones»; ogni
enunciato
sottintende la clausola «sine praeiudicio melioris sententiae». Anche Gabriele
Vázquez, gesuita spagnolo (1551-1604), coltiva un intellettualismo etico
dove Dio diventa ipotesi superflua.
L´argomento ha riflessi molto attuali concernenti l´obbedienza dell´elettore
cattolico. Niente da obiettare alla legittimità formale degl´interventi:
la
Chiesa interloquisce dove vede coinvolti i suoi interessi spirituali ossia
«ratione peccati», una formula estensibile ad libitum, escogitata da Bonifacio
VIII, ateo (dicono), gran canonista, sovrano tanto invadente da rovinarsi;
altra questione, non giuridica ma etica, fin dove leghino le direttive. Gregorio
da Rimini e Gabriele Vázquez le posporrebbero alla «recta ratio»: se i
destinatari
hanno una testa, la usino; ad esempio, qualunque cosa dicano papa e
vescovi, non è auspicabile una natalità sfrenata.
I tradizionalisti rifiutano ogni ripensamento, né hanno mano libera le correnti
più o meno liberali. Tout se tient nel dogma. Vediamolo su un punto: tolto
il mito del peccato d´Adamo e relativa ipotesi monogenetica (meno probabile
dell´opposta, che i ceppi siano vari), resta in aria il Nuovo Testamento;
perché
il Figlio s´incarna e muore sulla croce se gli uomini non sono animali del
diavolo, tali costituiti dalla tragressione d´un tabù alimentare nel paradiso
terrestre?
Siccome i tempi tendono alla torbida Romantik occultistica più che alle idee
chiare e distinte, anche nella cultura laica, non stupirebbe un impetuoso
revival
dogmatico-mistico.
Comunque scelga, la Chiesa pagherà dei prezzi: arroccarsi sui dogmi, lanciando
nuovi Sillabi, è il partito della catastrofe; lasciandoli cadere, rischia
assalti da destra (cattolici furibondi, stile Joseph de Maistre, e clericali
atei, farneticanti una società gerarchica, chiunque sia il controllore, vescovo,
commissario bolscevico, tecnocrate dei media, capitalista senza concorrenti
ecc.); perciò conviene rimuovere la questione, come quando i papi imponevano
il silenzio ai controversisti de libero arbitrio, ma i costi pesano in termini
d´intelletto e moralità. Notavamo come sui punti caldi la teologia diventi
eufemismo, reticenza, discorso contraddittorio ossia non-pensiero, codificato
nei canoni tridentini, Sessione VI, Decretum de iustificatione. Detto da
Pascal, è un paradosso elegante che bisogni pensare una cosa e l´opposta.
Nei commissari dell´ortodossia ecclesiastica, scrittori plumbei, lo sgorbio
logico
resta tale, invelenito dalla furbizia pratica. Così fioriscono retoriche
plateali del mistero: se una cosa non può essere pensata né detta, dobbiamo
tacerla
(Wittgenstein, Tractatus, prop. 7, e già Meister Eckhart, domenicano deviante
1260-1327), mentre costoro nuotano nella broda verbale fingendosi superatori
del raziocinio; basta spendere tante parole, dire poco o niente, contraddirsi
a man salva, non lesinare trucchi e insulti, nascondere le cose ripugnanti
sotto bei nomi. I giansenisti almeno erano espliciti: nel pensiero dei fondatori
la massa umana è bestiame da lavoro, «iumenta rationalia»; Iddio l´alleva
affinché, avendo molto tempo libero, gli eletti s´agghindino; razzismo
dell´anima;
e viene da sant´Agostino l´idea terrificante d´un male necessario all´armonia
cosmica, come il nero delle pitture, perché il mondo sarebbe meno bello senza
vittime sofferenti e creature deformi (i mostri, dei quali Ulisse Aldrovandi
compila un´«Historia»). L´attuale Chiesa difende l´umanità insidiata da miseria,
malattie, oppressione politica, ignoranza, affarismo, inebetimento tecnologico:
i mali collettivi eclissano la questione dei destini individuali; innumerevoli
«Artes bene moriendi» dicono quanta nevrosi sviluppasse. Dunque s´è mossa:
siamole grati; ma non pretenda il monopolio del discorso etico e se può,
riveda il fabulario dogmatico nascosto negli armadi.