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il Male

nel pensiero moderno

o L'innocenza della natura

La natura è innocente?

Fermiamoci a riflettere. Se il dolore di un uomo non è causato da altri uomini, ma dalla natura stessa, ovviamente non si pone un problema di giustizia in senso giuridico: l’ordine giuridico del mondo non può valere che per l’uomo. Tuttavia, si pone forse un problema riguardo all’oggettivo ordine morale della natura?

Si può sostenere che la natura è innocente, è sempre innocente, che in essa non vi è alcun ordine morale. Si può sostenere che l’ordine morale nasce quando sul piano della natura, di per sé oggettivo, meccanico (secondo la celebre metafora dell’orologio), si eleva un altro piano, quello della vita cosciente, in cui la libertà di un soggetto pensante è sottratta al gioco delle forze meccaniche, alla necessità naturale.

La natura dunque non sarebbe responsabile di nulla, nella sua innocenza. Essa è inesorabile. Una forza che avanza, impossibile fermarla. Noi oggi, così lontani dall’osservazione spontanea delle forze naturali, educati al pensiero delle cose mediante la scienza e la tecnologia, facciamo molta fatica a sentire in questo modo la natura: abbiamo imparato a dominarla fin nei suoi più profondi recessi, ed a farlo secondo le sue proprie leggi, perché non è contraddicendo le leggi di natura che la tecnologia fa sì che essa compia ciò che l’uomo vuole. Ma questo su una scala limitatissima, in realtà. L’uomo può (oggi facilmente, più facilmente di ieri, tanto da pensare di dominarle) innalzare dighe di fronte al movimento delle maree; può conoscere il loro esatto livello giorno dopo giorno, anno dopo anno, con anticipo. Ma non può fermare le forze cosmiche che le generano. Di fronte all’acqua che avanza, e sale di metri, lo scienziato spiega cosa sta accadendo e chiama in causa il sole e la luna; ma spiegare non è sempre comprendere. Che cosa sta accadendo? Perché le forze cosmiche sono lì davanti a noi a far avanzare il fronte del mare, indifferenti a tutto, alla gioia e al dolore, alla felicità e alla sofferenza, e quindi in definitiva al bene e al male? Forse ne dobbiamo trarre la conclusione che l’innocenza della natura non ci parla di alcun oggettivo ordine morale: forse non c’è alcun bene e alcun male in natura, forse tutto è indifferente e il dolore, la sofferenza, sono soltanto il sottoprodotto, in determinate condizioni, di fenomeni di natura completamente diversa. La natura in cui viviamo, forse, non ha allora alcun tratto umano, alcun tratto spirituale. Dietro, forse, non vi è alcun Dio. Perché se vi fosse non si potrebbe invocare l’innocenza della natura senza escludere nel modo più assoluto che Dio possa essere innocente. Lui no, Lui sa, se c’è. Come può essere buono, se il male colpisce un innocente? Gesù sulla croce, un bambino che soffre per le colpe di un adulto, …

Esiste un principio spirituale libero, indipendente dalla natura?

Dunque per intendere il male le vie di ricerca della filosofia nell’età moderna incontrano la strada della libertà del nostro spirito. Ma esiste davvero un atto libero? Esiste davvero un’azione che sia indipendente dalla necessità naturale? Si comprende male come ciò sia possibile: noi siamo natura, dell’ordine cosmico siamo un frammento, siamo soggetti alle sue leggi. Che natura ha il principio spirituale che vive in noi? Appartiene alla stessa natura delle cose e degli altri viventi o ad una diversa? Chi è davvero il nostro io per sottrarsi alla necessità naturale?

Né abbiamo maggiori certezze su una vita spirituale che stia dietro alla natura: il dubbio che dietro la natura non vi sia nulla, e che quindi le cose non abbiamo in sé senso, non siano spiegabili in termini di bene e di male, di valore, di principi spirituali, non può essere sradicato con facilità. E se non vi fosse alcuna vita spirituale indipendente, né in noi né in Dio? Forse la realtà può sì essere descritta scientificamente, ma non spiegata né compresa, per la semplice ragione che non vi è nulla da spiegare e da comprendere: forse non c’è alcun senso da scoprire, forse c’è solo la necessità naturale.

Vanno esplorate le vie che portano alla insensatezza del mondo o al riconoscimento dello spirito libero indipendente da esso. Queste vie hanno uno snodo fondamentale nel problema della libertà, perché in essa che abbiamo riconosciuto la capacità di creare senso. Su questa via dobbiamo adesso incamminarci.

Il problema della libertà al crocevia della colpa e dell’innocenza: dare un senso alle cose

Certo, abbiamo un corpo. Esso è soggetto alle leggi della natura, senza alcuna eccezione. Noi siamo immersi nella natura, in essa viviamo come sua parte, godendo della stessa forma di separatezza e di identità rispetto al mondo intorno di cui gode ogni essere vivente. Questa, infatti, è una caratteristica importante della vita: per nulla distaccata dal fluire universale (le piante vivono della luce del sole e del nutrimento della terra, tutti gli animali assorbono dall’ambiente ciò di cui hanno bisogno per vivere), la vita dà a ciascun vivente caratteri individuali che ne permettono l’identità (ogni vivente è una "singolarità", ha una radicale identità che lo differenzia da ogni altro vivente). Questo consente ai viventi una azione che è il frutto di una individualità, una azione che è descrivibile come azione di una singolarità. Vale per gli animali, vale per gli uomini. E’ già libertà questa? Gli etologi non si spingono affatto a sostenere che ciò che chiamiamo libertà sia applicabile agli animali, neppure alle forme viventi superiori e più simili all’uomo. Anche se un animale possiede un preciso carattere, se è identificabile in modo netto e preciso nella sua individualità e la sua azione è indiscutibilmente sua, non sappiamo se l’azione delle forze psichiche (gli istinti, innanzitutto, ciò che è iscritto nel patrimonio genetico) ha un carattere di assoluta necessità. Nell’azione dell’animale potrebbero essere in atto forze del tutto necessarie della natura che agiscono dall’interno. Come i movimenti della crosta terrestre generano le montagne e l’azione delle acque e dei venti porta all’erosione, così l’azione di meccanismi genetici o di altra simile natura forse genera senz’altro l’azione dell’animale. Dall’interno della sua individualità piuttosto che dall’esterno. Se vi siano forme - per quanto albeggianti possano essere - di libertà, parallele allo sviluppo della coscienza e dell’intelligenza, e che cosa sia ciò che chiamiamo coscienza riferita al mondo animale, gli etologi ci avvertono che è davvero oggi difficile dire.

La nozione di realtà si può applicare a ciò che è soltanto possibile?

Vediamo meglio. Si prenda il concetto di possibilità. Che cosa significa dire che è possibile che domani piova? Significa soltanto manifestare la propria ignoranza sull’insieme delle condizioni attuali che determineranno un evento che oggi è futuro. Se conoscessimo tutte le variabili che è necessario conoscere non diremmo mai che è possibile che domani piova. Se sapessimo che non pioverà, diremmo che è impossibile che domani piova. Se sapessimo che pioverà, diremmo non che è possibile che domani piova (questa frase infatti sarebbe semplicemente falsa, e lo sapremmo), ma semplicemente che pioverà.

Se si intende la natura – come nel Sei-Settecento – sulla base del modello dell’orologio come un sistema meccanico regolato da leggi che non possono variare, in natura non si dà mai alcuna possibilità: tutto accade perché deve, non perché può. La nozione di possibilità non ci parla quindi della natura, ma solo della nostra ignoranza su tutte le variabili che la riguardano. Per noi un evento naturale futuro è possibile o no. In sé nessun evento naturale è semplicemente possibile, perché tutti sono determinati.

Se applichiamo la nozione di possibilità all’azione umana, le cose possono però cambiare. Se Pietro al telefono chiede a Paolo: "Vai al cinema stasera?", Paolo può rispondere: "Forse, non lo so, è possibile", e non intende dire che non conosce tutte le variabili che determineranno l’evento che descriviamo come andare al cinema, ma che, semplicemente, non ha ancora deciso. Le variabili non esistono ancora tutte: esiste un film da vedere (e questa variabile è necessaria), è già in suo possesso il denaro necessario a pagare il biglietto e le sue condizioni di salute gli consentono di andare al cinema se vuole (e anche queste variabili sono necessarie) e così via. Ma non è tutto: è un uomo libero, e di variabili deve esserne presente un’altra che dipende solo da lui: che decida di andare al cinema. Adesso questa variabile è ancora incerta, deciderà.

In questo caso la nozione di possibilità ha un senso che non deriva soltanto da ignoranza, ma descrive con precisione "fotografica" la realtà. Bene, ma cosa significa che un evento è possibile perché si può decidere di fare qualcosa o di non farla? Vediamo.

Si osservi che non tutto dipende dalla libertà: che esista o meno un cinema e un film da vedere è una condizione esterna, e di simili condizioni ve ne sono, ad esaminare bene le situazioni, per piccole che siano, davvero moltissime perché una scelta libera sia possibile. Chiamiamo libertà soltanto il piccolo scarto che riguarda ciò che dipende solo da noi, dalla nostra volontà, ed è dunque lasciato alla nostra scelta. E’ quindi possibile parlare di libertà di scelta soltanto quando è effettivamente possibile scegliere tra ipotesi diverse. Dunque la nozione di possibilità ha un ruolo chiave: se una cosa nella realtà non è possibile (per esempio se nel luogo dove abita il nostro amico e nelle sue vicinanze il cinema non c’è) non è possibile scegliere liberamente se andare al cinema o no. La libertà opera sempre nel contesto di condizioni esterne: una totale indipendenza dell’io non descrive la nostra realtà.

Ma una volta che l’evento si è determinato, che ne è della possibilità che non si sono realizzate? Di esse non rimane traccia. Ma in realtà c’è mai stata traccia di esse? hanno mai fatto davvero parte della realtà? Paolo è andato al cinema. Ha mai fatto parte della realtà che non vi andasse? Vediamo la cosa dal punto di vista di un osservatore esterno agli eventi: questi vedrebbe due persone parlare al telefono e qualche ora dopo uno dei due andare al cinema. Una sequenza lineare di eventi. E’ cosa molto diversa rispetto ad una metafora classica della libertà qual è quella di dover scegliere tra due strade che ci si aprono dinanzi. Possiamo seguire la via di destra o quella di sinistra: abbiamo almeno due possibilità reali. La via di destra e quella di sinistra esistono davvero nella realtà, non sono in sé due possibilità: piuttosto che esserlo, aprono possibilità, ciò che è possibile è solo l’evento, che si percorra l’una o l’altra. Dunque se andremo a destra non potremo più andare a sinistra. Tuttavia le strade esistevano ed esistono entrambe nella realtà. Ancora una volta un osservatore esterno vedrebbe soltanto una sequenza lineare: vedrebbe un’auto percorrere una via e, giunta ad un incrocio, prendere a destra. Le possibilità non sono dunque mai, in sé, realtà. Il nostro osservatore potrebbe avere il dubbio, prima di vedere l’auto andare a destra, che possa andare a sinistra, ma questo riguarda solo uno scenario costruito dalla sua mente, non la realtà. E di scenari la mente può costruirne moltissimi, senza che questo dica nulla sulla realtà.

Nella realtà degli eventi accaduti non si trova mai traccia di possibilità. Che cos’è allora in sé una possibilità? Dobbiamo rispondere a questa domanda se vogliamo intendere la nostra libertà. Se infatti le diverse possibilità che si compia un evento o l’altro non avessero una loro forma di realtà, ma dipendessero soltanto dalla nostra ignoranza, allora certamente la libertà umana sarebbe un’illusione.

Ora, quando dobbiamo prendere una decisione e sappiamo che in effetti essa dipende solo da noi perché diversi scenari sono, sulla base delle nostre conoscenze, realmente possibili, allora noi nella nostra mente facciamo con l’immaginazione una sorta di anticipazione: vediamo questi scenari possibili con la mente come se fossero reali, poi esaminiamo quale scenario fa meglio al caso nostro e compiamo quindi la nostra scelta. La nozione di possibilità si applica quindi senz’altro almeno al piano dell’immaginazione. Non è un piano secondario, perché senza di esso non potremmo scegliere con consapevolezza e quindi essere liberi: è proprio perché riusciamo a costruire immagini credibili di realtà che non ci sono ancora, e forse non ci saranno mai, che le nostre scelte sono ben fondate.

 

L’idea di progresso: la vita della mente indipendente della necessità naturale consente all’uomo di migliore il mondo?

Per tutta l’età moderna si tenta di uscir fuori da questi problemi. Sono molte le vie di ricerca e gli scenari costruiti dai filosofi, e ne seguiremo diversi attraverso la lettura diretta dei testi.

Il punto è che senza la libertà come reale autonomia dello spirito umano dalla natura è impossibile per l’uomo dare un senso alle cose. Se è corretta l’ipotesi meccanicista, potrebbe non esistere alcun ordine morale in natura, ma solo un ordine dominato dalla necessità. Tutto è, semplicemente, natura. Tutto è un gioco di forze, non di valori, e il male non si spiega perché non c’è nulla da spiegare: le leggi di natura sono fatte così. Che senso ha tutto questo? Forse nessuno. Forse la realtà è semplicemente in sé dotata di un ordine, ma non di un senso.

A meno che, naturalmente, esista davvero un Dio, e quindi la natura – pur dominata dalla necessità secondo le tesi del meccanicismo - un proprio ordine morale l’abbia in se stessa dall’esterno. Ma allora come si spiega il male che colpisce l’innocente? Perché la sofferenza?

Chi crede in Dio deve difenderlo. L’esistenza del male accusa Dio, se non altro di incomprensibilità. Dire che il male è utile all’ordine del mondo come può consolare chi soffre se il suo soffrire non sarà utile a lui, ma ad altri o all’ordine universale? La vita è una singolarità. Sì, frammento di un tutto, ma irripetibile, singolare, frammento staccato, ripiegato a formare una coscienza, un io. Se la vita è una festa, perché non siamo stati tutti invitati?

A meno che…

A meno che nella sua libertà l’uomo non possa continuare l’opera divina, migliorando il mondo, dando lui un senso a cose ed eventi che in sé non ce l’hanno. Forse tocca proprio all’uomo eliminare il male dalla Terra, con il proprio lavoro, la ricerca scientifica e medica, la comprensione delle dinamiche della mente come di quelle del corpo.

L’idea di progresso affascina il Settecento. Tra l’altro è compatibile sia con l’ateismo sia con la tesi dell’esistenza di un Dio buono e perfetto. L’ordine dei pensieri, per esempio in Rousseau, è di questo tenore: la natura in sé è buona, si tratta solo del fatto che l’uomo deve autogovernarsi, e imparare a farlo; se nasce libero e buono, e si ritrova malvagio e in catene, qualcosa non è andato per il verso giusto nella sua educazione e nella società che egli stesso ha contribuito a costruire. Forse serve un radicale ribaltamento dell’educazione, della società, della cultura, di tutto. Forse, pensano i philosophes, servono riforme illuminate, di cui l’uomo uscito finalmente dallo stato di minorità è capace; forse giunti alla fine del secolo dei Lumi, il Settecento, serve una rivoluzione della maniera di pensare prima che della maniera di organizzare lo Stato, forse serve una rivoluzione culturale, forse serve una rivoluzione innanzitutto politica…

 

 

4. Colpevoli o innocenti?

Se la libertà è un’illusione, se la natura segue in ogni caso il suo corso, ovviamente siamo nella più pura innocenza. Di colpa non mette neppure conto di parlare.

Ma se non esiste un ordine morale del mondo, e la nostra autonomia dal mondo è data, che colpa c’è a seguire la natura, e innanzitutto la propria natura? Il mondo è fatto così, noi non ne portiamo alcuna responsabilità. Possiamo cambiarlo, è vero, se la mente è indipendente, ma possiamo anche non farlo: siamo liberi, possiamo semplicemente rifiutarci di costruire un ordine morale, che non è nelle cose, e limitarci ad esempio ad un ordine giuridico, necessario per ragioni pratiche (innanzitutto per evitare, o risolvere senza danno, i conflitti). Abbiamo bisogno di una giustificazione morale per la guerra, ad esempio? E perché mai, se un ordine morale non esiste! Basterà invocare la inesorabile legge degli interessi, la legge del più forte, il diritto di conquista, e così via. E infatti se pensiamo che il mondo non abbia un ordine morale, tuttavia sembra avere un ordine. Perché modificarlo e non adattarsi ad esso? Se la mente è indipendente può modificarlo, ma certo non è colpevole se non lo fa. Tutto il resto sono discorsi edificanti, per usare l’espressione durissima di Hegel: il punto è che di colpa non se ne parla, perché non c’è un ordine morale da rispettare.

E del resto, che cosa significa colpa? C’è una legge, l’abbiamo infranta – consapevolmente – e dunque siamo in colpa. Ma perché uno spirito libero dovrebbe seguire la legge di un altro? E se esiste una legge oggettiva, in che senso uno spirito è libero? Se è libero, è la sua volontà legge a se stessa, individualmente o, per certi scopi, collettivamente, attraverso patti sociali liberamente sottoscritti, sulla base non di valori oggettivi, ma di valori condivisi. Dopo averli sottoscritti la persona libera è vincolata alla legge, ma è la sua legge. Non la legge di un altro, fossero anche Dio o l’impersonale Natura. Se la persona è davvero libera, in che senso è colpevole se non segue la legge di un altro? Libertà non è forse l’autonomia dalla necessità? Non è dunque altro che essere se stessi, dare a se stessi la propria legge.

Ma l’uomo forse non è innocente: il male, sotto le vesti di una colpa, è in lui come parte della sua natura, e non perché abbia individualmente commesso il male. Forse l’uomo è un essere che ha una natura corrotta, forse un peccato originale rende l’uomo malvagio: egli è colpevole prima ancora di avere fatto la prima azione, buona o cattiva che sia.

Ma forse è un pregiudizio religioso. Nascere nella colpa: come può un uomo libero nascere nella colpa? Se c’è un ordine morale infranto, egli non ha in alcun modo contribuito né ad instaurarlo né ad infrangerlo. E se invece l’uomo fosse, semplicemente, del tutto innocente? Errori, superstizioni, una cultura deviata, deviano piuttosto la sua natura innocente. Ancora una volta, si tratta di eliminare errori e superstizioni, correggere o rifondare la cultura deviata, liberare l’uomo dalla colpa. Un grande compito per gli intellettuali, i philosophes

La domanda centrale è dunque: l’uomo nasce buono o malvagio? e rispetto a quale legge? o nasce semplicemente innocente, perché non esiste alcuna legge se non quella della sua volontà, guidata dalla ragione? Impossibile studiare l’uomo reale, troppo influenzato da cultura e società. Per sapere quale sia la vera natura dell’uomo occorrerà studiare i bambini, elaborare mondi paralleli in cui il loro sviluppo segua la loro pura natura. Così facendo, la natura umana ci si mostrerà buona o malvagia, o semplicemente innocente?

 

 

5. Ma una colpa può essere oggettiva?

Il punto è che l’antica tragedia attica ci avverte che l’innocenza può non essere sufficiente per liberarsi dalla colpa. Può esistere una colpa oggettiva, un male che inesorabilmente colpisce l’uomo per le sue azioni che malvagie non sono. Nell’Orestea Eschilo narra le vicende di Oreste, che ha ucciso la madre su istigazione di Apollo, per vendicare la morte del padre e compiere quindi un atto di giustizia. Le Erinni lo perseguitano per la sua colpa oggettiva – avere versato il sangue materno - anche se un dio è ispiratore della sua azione. Nell’Edipo re e nell’Edipo a Colono Sofocle narra degli esiti delle azioni di Edipo, la cui colpa oggettiva è quella di avere – senza saperlo – ucciso il padre e sposato la madre.

Sono tragiche quelle situazioni senza via di uscita, in cui ci si imbatte nella colpa senza averne coscienza, o per seguire la giustizia, come Oreste, o l’amore, come nella shakespeariana tragedia di Romeo e Giulietta. Non è forse altrettanto colpevole abbandonare la via della giustizia e non agire? Non è forse altrettanto colpevole non seguire l’amore? Non creano forse diritti, a loro volta, la giustizia e l’amore? Non è nel suo diritto chi ama? Non è nel suo diritto chi compie un atto di giustizia?

Così l’innocente può subire il male, perché, innocente, è colpevole. Lo è oggettivamente.

Tanto gli umanisti del Rinascimento quanto gli illuministi hanno creduto che vi sia una via per restare innocenti o per recuperare, attraverso il progresso, il paradiso perduto. Soltanto il genio di scrittori, di poeti, di uomini di teatro ha continuato a battere l’antica via dei greci: Milton, Shakespeare, poi Schiller, Goethe.

La fiducia illuminista si incrina già con Kant, per cui l’innocenza della libertà dell’io – il volere libero e autonomo – non regge di fonte alla necessità naturale cui l’uomo è sottomesso: è dunque esigenza della ragione postulare un mondo in cui la volontà dell’io possa essere libera da colpa; è esigenza dell’uomo integrale aprire la sua vita interiore alla sfera della bellezza, che come armonia tra facoltà dell’uomo e natura è del tutto libera da colpa, in una sfera in cui l’ordine morale del mondo è semplicemente svanito e al suo posto sorge il libero gioco delle facoltà, l’accordo spontaneo, l’armonia tra l’uomo e la natura.

Poi, mentre il progetto illuminista di una liberazione del mondo mediante la rigenerazione morale dell’uomo e del cittadino dava luogo al Terrore e alle guerre rivoluzionarie, il giovane Hegel mostrava le colpe dell’innocenza e dell’amore in Gesù, anima bella.

Perché il padre non lo fa scendere dalla croce? perché un uomo che ha un messaggio d’amore suscita odio? Che cosa abbiamo capito di un mondo in cui l’amore genera l’odio?

 

Forse il sospetto che il mistero del mondo non ci sia stato per nulla svelato, anche se la natura, ad uno ad uno, va svelando agli scienziati i suoi segreti. Diversi filosofi del XIX secolo si metteranno su questa via e ne trarranno le conseguenze: Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, Bergson, poi Heidegger, gli esistenzialisti. Fuori dai limiti cronologici del nostro lavoro, non li seguiremo, così come non seguiremo gli scrittori che hanno davvero molto da dire sull’argomento, come Dostoevski.

Ma di questo ad altra occasione.