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Il 16 ottobre 2003 (con strascichi importanti prima e dopo) siamo incappati nel venticinquesimo del mandato pontificio di Carol Wojtyla (nella foto), il primo papa non italiano dopo 455 anni; "incappati" giacché, mentre una parte dei cittadini italiani avrà pure festeggiato e legittimamente questa ricorrenza, una parte non così piccola (secondo un sondaggio di "La7" del 13 ottobre, il 24% degli intervistati non è soddisfatto dell'opera terrena del papa) ha dovuto subire un'ondata di festeggiamenti massmediali infarciti di pietismo eroico per la salute del papa e di propaganda di vario genere per la religione che lui rappresenta.

Ci rendiamo conto che una ricorrenza addolcisce tutto al pari di un matrimonio, di un compleanno o, per altro segno, di un funerale, condizioni nelle quali il soggetto è sempre il migliore e il più meritorio. Però, è proprio necessaria questa sovraesposizione per una ricorrenza la cui partecipazione non si ha il diritto di imporre a tutti?

Dalla TV degli anni Sessanta, epoca in cui il cattolicesimo, ancorché religione di Stato, era spudoratamente presente nella politica e nella società anche attraverso censure ridicole (quelle che vietarono la pronuncia di "membro" del parlamento e che inguainarono le gambe delle Kessler); da quella TV così moralista e filo-vaticana, il papa emergeva giusto negli eventi più grandiosi e, al di là della messa domenicale, non c'era altra traccia di evocazioni e invocazioni tele-cattoliche.

Oggi, a trent'anni di distanza, la Rai delle ballerine più scosciate della storia, che farebbe pensare a una svolta perfino edonistica, ci fa compiere invece un salto nel medioevo di Savonarola: come mai? Forse la tv pubblica vuole controbilanciare la morbosità "peccaminosa", su cui ipocritamente indulge, con l'imposizione di una catechesi espiatoria? Sarebbe una ben curiosa e perigliosa applicazione del contrappasso, se il risultato per noi è la completa perdita della caratteristica pubblica e laica dell'informazione!

Il papa, dunque, il 16 ottobre ha compiuto 25 anni di pontificato: gli stessi (supposti) di san Pietro. Solo Pio IX (31 anni e 7 mesi) e Leone XIII (25 anni e 4 mesi) hanno fatto di meglio; ma Wojtyla continua ad affidare la propria salute, almeno in pubblico, qui alla Madonna, lì alle preghiere dei fedeli; e se ci aggiungiamo le necessarie cure cinicamente laiche di cui ha bisogno il suo organismo, potremmo ben auspicargli di reggere la Chiesa ancora per molti anni.

Le cerimonie ufficiali di preparazione all'evento cominciarono in maggio e, ancora una volta, il Governo della laica Italia non si è risparmiato nell'agevolare e promuovere gli interessi del Vaticano: per esempio mobilitando gli Istituti italiani di cultura all'estero, e coniando francobolli e monete. I veri e propri festeggiamenti sono iniziati il 7 ottobre, col viaggio del papa a Pompei a chiusura dell'anno del Rosario (in realtà, una promozione urgente della Madonna pompeiana surclassata - così dicono i maligni - dalla devozione per Padre Pio). Il 15 ottobre, il cardinale Joseph Ratzinger ha invitato a Roma tutti i cardinali del mondo. Ed è stata la prima volta nella storia della Chiesa: i cardinali finora si trovavano a Roma solo per il Conclave, per eleggere un nuovo papa. Il 18, l'agenda ha previsto un "Messaggio al Santo Padre". In genere è il papa che manda messaggi; in questa occasione invece i cardinali l'anno inviato al papa. Il 19 ottobre, i festeggiamenti si sono conclusi con la solenne beatificazione di Madre Teresa. Ed è stato il papa in persona a volere che i festeggiamenti per il 25° del suo papato vi coincidessero.

Questo per dire che, sotto la lettura superficiale e innocua dei fatti, ha covato una precisa strategia di politica mista a marketing, tesa ad obnubilare i lati oscuri di questo papato (l'accanimento contro la "immorale" omosessualità, la sfacciata sessuofobia, le ingerenze nell'etica della famiglia, la testardaggine a voler gestire le libertà individuali) e a predisporne l'eredità la più consimile possibile.

Ma come massimizzare - e universalizzare - l'effetto di tutta la macchina? Nella civiltà della comunicazione, la scelta di utilizzare i mass media, tv in testa, è stata obbligata. Tanto più che quasi tutto il giornalismo è stato già da tempo arruolato dalle logiche propagandistiche e catechistiche della Chiesa cattolica. È stato un giochetto trasformare una ricorrenza dei soli cattolici nel palcoscenico in cui mischiare di tutto e di più: il papa sofferente e le folle oceaniche, madre Teresa e l'eroismo della religione, la grandeur del Vaticano e lo spirito missionario, fino ai reiterati e non richiesti "affidamenti" del mondo e dei popoli a santi, madonne e divinità di marca cattolica.

La figura sbilenca e iconografica del Papa sofferente è diventata l'immagine stessa della fede e, grazie ad essa, tutto si può perdonargli e tutto gli si accredita. Checché se ne dica, vederlo ogni giorno, più volte al giorno, in TV o sui giornali, fa di Wojtyla un modello di riferimento solido e duraturo. Assai più efficace di tutte le altre possibili comunicazioni cui la Chiesa cattolica poteva sperare. Chiesa che, facile presumerlo, si ritroverà un papa santo già pronto; tanto, un paio di miracoli all'uopo si trovano sempre...

Il peggio è per noi, disinteressati alle attività professionali del papa e disincantati anche di fronte alle sceneggiate pelose e strumentali che questo tele-cattolicesimo propone; siamo noi che ci ritroviamo travisate sotto il naso trasmissioni televisive che altrimenti avremmo pure sopportato; siamo noi a dover zigzagare faticosamente attraverso le pagine dei quotidiani alla larga da copiosi, ripetitivi, elegiaci e agiografici articoli.

L'informazione deve essere per necessità libera, e questo significa che non può permettersi schieramenti ideologici, quindi anche confessionali. Almeno nella teoria. Ma del Papa non può dirsi e scriversi che bene. Di fronte alla maestosità un po' circense (ricordate le palandrane policrome dell'anno santo 2000?) e politicamente aggressiva del monarca della Chiesa cattolica, i mass media muovono critiche imbelli e generiche, badando a schivare i veri argomenti d'attacco: segno di soggezione o questo appiattimento è più infido? La rinuncia dei mass media a esercitare la critica contro la religione cattolica è finalizzata forse ad abitare la imbelle e comoda cuccia del cane fedele?

Essere una voce del coro copre le proprie stonature e ridistribuisce equamente l'apprezzamento del canto. Ciò è stato esemplarmente verificato in una successiva occasione, quella di fine ottobre sulla querelle del crocifisso nella scuola di Ofena. Anche lì, la tv e la carta stampata si sono allineate come dame di compagnia dietro l'intoccabilità della fede. E giù difese a oltranza del crocifisso ora vessillo universale ora segno "laico" della cultura e della storia italiana ... in verità, tutte espressioni dell'ansiogena accortezza a non venire sfrattati dalla cuccia.

Chi non ci sta in questo coro di voci finte bianche, invece, aspetta con pazienza che la tv e i giornali si emancipino dalla religiosità e riconquistino un proprio libero pensiero. Il cittadino fruitore di notizie non merita d'essere declassato a scolaretto da catechizzare; quel cittadino è una persona libera cui vanno offerte tutte le scelte, senza filtri dogmatici, ideologici, preconfezionati.
Solo così la civiltà farà un altro passo avanti, e pazienza se c'è chi la vorrebbe tenere ferma e imbecille ...

 
  * l'autore è coordinatore del circolo Uaar di Napoli

 
     
11 ottobre '04 Calogero Martorana * calomarto@libero.it