Studio svizzero pubblicato da The Lancet
Omeopatia: è solo effetto placebo
Garattini: «È stato messo a disposizione un premio di 50mila euro per chi si dimostri capace di distinguere il contenuto di cinque fiale di prodotti omeopatici senza etichetta, ma nessuno è riuscito a vincerlo»
Cosa è successo? Il 26 agosto 2005 l'Ansa diffonde una
notizia: la prestigiosa rivista scientifica anglosassone
The
Lancet ha condotto uno studio e ha
dimostrato che l'omeopatia non serve a niente e si basa soltanto sull'effetto
placebo. La ricerca,
condotta da un gruppo di studiosi dell'università di Berna, ha messo a confronto
i risultati di 110 sperimentazioni scientifiche condotte con trattamenti
omeopatici e con placebo mirati a curare diversi disturbi, dal mal di testa ai
problemi respiratori. Mentre dalle sperimentazioni su piccola scala considerate
di bassa qualità i medicinali omeopatici dimostravano di funzionare in alcuni
casi, nelle sperimentazioni su grossa scala e di affidabilità maggiore non vi
era nessuna differenza tra gli effetti ottenuti con i trattamenti omeopatici e
il placebo.
In un editoriale dedicato alla ricerca dell'università di Berna, The Lancet non
ha dubbi: '' I medici devono essere coraggiosi e onesti, non solo con i
loro pazienti, sulla mancanza di benefici dell'omeopatia, ma anche con sé stessi
ammettendo come la medicina moderna non sia riuscita a rispondere ai bisogni di
chi desidera cure personalizzate ''.
La notizia è stata
ripresa anche dalla stampa italiana:
Corriere della Sera:
Omeopatia inutile, ha solo un effetto placebo»
Studio di Lancet: i medici debbono dirlo ai pazienti. Il dibattito in Parlamento
Milioni di italiani si curano anche con l'omeopatia, ma se uno ha un tumore o la
pressione alta si cura come tutti gli altri. Mentre l'Accademia di Francia ha
definito i rimedi omeopatici «senza efficacia, concepiti sulla base di idee e
preconcetti vecchi di secoli», in Italia la Camera riprenderà presto una
proposta di legge che considera le pratiche non convenzionali come medicina. Si
vorrebbe che siano esercitate da medici e che l'università istituisca corsi di
laurea d'omeopatia. «Ma per omeopatia e altre pratiche non convenzionali non ci
sono prove scientifiche, né pubblicazioni», dice chi è scettico. «Non è vero -
rispondono i produttori - ci sono studi su riviste importanti come Lancet , e
British Medical Journal ». C'è anche un libro («Omeopatia, gli studi scientifici
che ne provano l'efficacia»), finisce così: «Le opinioni lascino il campo aperto
ai centri di ricerca».
Bene,
è proprio quello che è successo. Matthias Egger e i suoi collaboratori
dell'Università di Berna hanno preso in esame 110 lavori in cui si confrontano
omeopatia e placebo e li hanno paragonati a 110 lavori in cui si compara
medicina convenzionale e placebo. Cosa hanno scoperto? Che negli studi su
piccoli numeri di pazienti e fatti male, l'effetto della «cura» è sempre
superiore a quello del placebo. Ma se si limita l'analisi a studi con numeri di
pazienti abbastanza grandi e fatti bene, non c'è evidenza che l'omeopatia sia
meglio del placebo. Non è così per la medicina convenzionale: l'effetto
favorevole quando c'è, si vede. È cominciato tutto in Germania, alla fine del
Settecento, là, allora, girava una storiella «muoiono più persone di cure che di
malattia» ed era vero. Così Samuel Hahnemann si era fatto l'idea che una
sostanza che produce certi sintomi può essere usata per malattie che danno gli
stessi sintomi (similia similibus curentur ), in piccolissime quantità. E allora
il principio attivo veniva diluito un numero enorme di volte. È come mettere
una goccia di rimedio omeopatico in un contenitore di acqua grande 50 volte più
della Terra: la possibilità di trovare una molecola del principio originale è
pressoché nulla. E lo sanno anche i sostenitori dell'omeopatia.
Ma c'è lo scuotimento che trasferisce le proprietà della sostanza al solvente.
Persino Nature uno dei grandi giornali di scienza, nel 1988, ha pubblicato un
lavoro sulla memoria dell'acqua. Era di ricercatori francesi ma s'è visto molto
presto che era un imbroglio. C'è stata una smentita ufficiale. Ma se questi
rimedi non fanno proprio nulla, possibile che gli ammalati
non se ne siano mai accorti? Anzi, che siano sempre di più quelli che ci
credono? Si potrebbe ricorrere a Kant: le cose noi non le vediamo come sono, ma
a seconda di come siamo noi. Si potrebbe dire degli interessi economici. Ma c'è
di più. L'omeopatia non «cura», ma quelli che praticano l'omeopatia dedicano
tempo agli ammalati, li sanno ascoltare, più di quanto non facciano tanti
medici. Questo sì che è «medicina». Anche l'idea di prendere qualcosa che fa
bene (effetto placebo) certe volte ti fa star meglio. Lancet chiude così: «Da
oggi i dottori devono avere il coraggio di dire chiaramente che l'omeopatia non
funziona. Ma, dovrebbero essere onesti, anche con se stessi, e ammettere che la
medicina moderna
non è stata capace di rispondere ai bisogni individuali». Fin qui la scienza.
E i nostri parlamentari? Sarebbe davvero triste che in autunno riprendesse il
dibattito sulle medicine alternative, come se nulla fosse. C'era in una delle
varie bozze della legge un passaggio così: «Presso il ministero è istituita una
commissione per la certificazione della capacità di emissione di fluido a uso
terapeutico». È un oltraggio all'intelligenza. Signori deputati, c'è
l'occasione di uscirne bene con la scusa di Lancet, stendete un velo su tutto. E
riprendete da settembre a occuparvi di cose serie.
Giuseppe Remuzzi
Il professor Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri, di Milano
«Che poi i piccoli studi mettano più facilmente in evidenza l'efficacia rispetto al placebo è vero anche per molti farmaci, che quando vengono esaminati più seriamente molto spesso mostrano i loro limiti. Ma il fatto che questa sia un regola generale non toglie però che si debba usare
sempre lo stesso metro per giudicare le terapie e che sia un po' difficile che "niente" faccia qualcosa» sottolinea il farmacologo. «E in questo senso anche le autorità regolatorie hanno grandi responsabilità: se io diluissi del Chianti a livelli omeopatici non sarei autorizzato a mettere un'etichetta sulla bottiglia e a venderlo, e quindi non vedo
perché debba essere possibile mettere in commercio altri prodotti, come appunto quelli omeopatici, che contengono semplicemente acqua, indistinguibili uno dall'altro».
«È stato messo a disposizione un premio di 50mila euro per chi si
dimostri capace di distinguere il contenuto di cinque fiale di prodotti omeopatici senza etichetta, ma nessuno è riuscito a vincerlo» conclude il direttore dell'Istituto Mario Negri. «E allora mi chiedo
perché questi stessi
prodotti indistinguibili possano essere venduti come diversi l'uno dall'altro e come dotati di una supposta efficacia».
Luigi Ripamonti
26 agosto 2005
Le Repubblica
Sul Journal of Neuroscience la ricerca di un pool di scienziati Usa così le finte medicine stimolano la produzione di endorfine
Svelato il segreto dell'effetto placebo. Niente autosuggestione: è un meccanismo chimico a far guarire i pazienti
di ELENA DUSI
ROMA - L'effetto placebo non è suggestione. Prendere una pillola di
zucchero credendo che sia un farmaco contro il dolore spinge il cervello a produrre endorfine, le sostanze naturali che aiutano il nostro corpo ad alleviare
la sofferenza fisica. Una sensazione psicologica - l'illusione del beneficio del farmaco - è dunque in grado di scatenare un meccanismo chimico ben misurabile in laboratorio, con il risultato finale che il dolore
diminuisce davvero.
Jon-Kar Zubieta e i suoi colleghi dell'università del Michigan hanno pubblicato l'esperimento sul Journal of Neuroscience. Quattordici giovani volontari si sono presentati nei laboratori dell'ateneo e hanno accettato
di sottoporsi a una pratica piuttosto dolorosa: l'iniezione nei muscoli della mascella una soluzione salina. In alcuni casi ai volontari veniva data
l'illusione di ricevere anche un farmaco antidolorifico. Non era vero niente, ma immediatamente nel cervello dei volontari scattavano delle reazioni che un apparecchio Pet registrava passo dopo passo.
Nel momento in cui i medici comunicavano ai volontari di aver
somministrato l'analgesico, i neuroni iniziavano a produrre endorfine. Queste sostanze, dette anche oppioidi endogeni, hanno il compito di posizionarsi in corrispondenza dei recettori nervosi del dolore, bloccandoli e impedendo alla sensazione spiacevole di trasmettersi da una cellula all'altra. "Il nostro studio - ha commentato Zubieta - è un altro serio colpo all'idea
che l'effetto placebo sia un fenomeno solo psicologico e non anche fisico".
Che l'illusione producesse dei cambiamenti concreti nel cervello era in realtà stato intuito da tempo. Sempre all'università del Michigan a
febbraio dell'anno scorso un team di ricercatori era riuscito a osservare le aree cerebrali che si attivavano quando un volontario veniva sottoposto a uno stimolo doloroso. Una speciale telecamera guidata da Tor Wager aveva
dimostrato che l'effetto placebo riduceva l'attività cerebrale in zone come il talamo, l'insula e la corteccia cingolata anteriore.
Una prova che il meccanismo di soffocamento della sofferenza era in
azione, messo in moto dall'illusione di aver ricevuto un farmaco antidolorifico.
Ma questa è la prima volta che vengono osservati i circuiti coinvolti ed è individuato il mediatore chimico. In una parola, che viene gettato un
ponte fra l'aspetto psicologico e quello organico del fenomeno. "La connessione corpo-mente è evidente" si entusiasma Zubieta.
Al mosaico viene dunque aggiunta una nuova tessera. E non è un caso che i protagonisti appena entrati in scena siano le endorfine, sostanze che agiscono sui recettori del dolore analogamente a eroina, morfina, metadone
e anestetici in generale. La pubblicazione dei ricercatori del Michigan
arriva esattamente 50 anni dopo la scoperta dell'effetto placebo.
Nel 1955 infatti sul Journal of the American Medical Association compariva un articolo dal titolo "Il potente placebo". Lo firmava Henry Beecher, un medico anestesista di Boston stupito dal fatto che inutili pillole di zucchero o bicchieri di acqua fresca riuscissero a fare effetto sul 35 per cento dei pazienti cui venivano somministrati al posto dei farmaci veri.
Le risposte degli individui alla somministrazione di un placebo non sono sempre uguali. Lo hanno notato anche gli
sperimentatori della Michigan University, che dopo averne osservato le reazioni hanno diviso i loro pazienti in "poco reattivi" e "molto reattivi" (quelli con una riduzione
del dolore superiore al 20 per cento).
Da cosa dipendano queste disparità non è affatto chiaro, e sarà oggetto delle ricerche future. Nel frattempo prosegue il dibattito tra quei medici che non trovano etico ingannare un paziente somministrandogli un
medicinale falso, e quelli che si affidano al brano della Repubblica di Platone
secondo cui "la menzogna è inutile agli dei, ma utile agli uomini come farmaco".
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Il 27 agosto 2005 è andato in onda sul TG2 un servizio sull'omeopatia, relativo all'articolo di Lancet. È stato anche nominato Randi. È stato detto che gli omeopati rispondono alle obiezioni della medicina "ufficiale" sostenendo che "È dimostrato da tempo che i confronti con il placebo non sono attendibili". |
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