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chi controlla deve stare alla foce, non alla fonte della libertà
Roby su Erica
"Roby", una lettrice che mi chiede di rimanere anonima, ha inviato questa lettera a commento sul mio sito personale circa il caso Erica De Nardi :
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non ho parole ! Sono capitata
su questa lettera per caso. Non sono una bacchettona ne una falsa moralista.
Sono cosciente del fatto che nella vita tutti possano sbagliare ma non si
può "scusare" un omicidio con la giovinezza...non si può dire " tua vera
traditrice è la fantasia eccessiva". E' assurdo dire che "semplicemente" tu
hai avuto il "coraggio" di realizzare le tue fantasie. Inoltre c'è una cosa
su cui sono veramente intransigente : non sopporto che si giustifichino i
propri errori con frasi del tipo " Tutti gli adolescenti hanno commesso uno
o più reati. Vorrei vedere a quattordici anni chi non ha mai rubato al
supermercato... " Beh, parla per te ! Accetto che tu dica " IO a quattordici
anni ho commesso reati " ma non che tu dica che è normale e che lo fanno
tutti. Io non ho mai commesso reati. |
Evidentente, la gentile ma intransigente
lettrice, non ha colto l'estremizzazione da me utilizzata al fine di sviscerare
l'argomento. Ella non condivide che io addebiti l'impulso omicida di Erica alla
fantasia. Ma non basta non essere d'accordo per negare un fatto oggettivo. A me
pare invece scontato che un'idea - in questo caso omicida - debba nascere da un
gioco fantastico. Erica l'ha certamente immaginata quella sera in cui avrebbe
ucciso mamma e fratellino, l'ha preordinata in testa, è un'idea che s'è
crogiolata per chissà quanto tempo.
Cosa c'è di incomprensibile? Non ho detto che facciamo tutti così né che sia una
cosa lodevole, tuttavia ho lasciato intendere - e anche questo è piuttosto
banale - che non mi sorprenderei ad avere le stesse "allucinazioni" magari in
preda alla rabbia, al dolore o ad altra alterazione della mente. Roby se ne
sente vaccinata? Chi è senza peccato...
Poco dopo, Roby si indigna perché ho generalizzato sugli adolescenti che
commettono reati. Anche qui, è evidente che per "tutti" non potevo intendere
etimologicamente "tutti"; non sono assolutista, uso l'assolutismo solo come
stile. Però negare che gli adolescenti, in generale - ripeto, siano un po'
orientati alla trasgressione e alla illecità non mi pare una riflessione così
apocalittica. Tanto più che non ho affermato che il tipo di reati vada oltre il
furtarello nel supermercato. E' d'altra parte sotto gli occhi di tutti
l'adolescente "delinquente" che spaccia droga in discoteca, che infrange il
codice stradale, che provoca risse, che aggredisce, che diventa "bullo" in grado
di violentare o quando va bene di attuare mobbing a danno di compagni più
deboli. Non dico affatto che tutti gli adolescenti siano così, ma non si può
rispondere chiamandosi fuori come se la propria adolescenza fosse stata
costruita in un educandato rigido e puro. Bene se la mia interlocutrice non ha
mai commesso reati (io credo di sì, e magari non se n'è accorta), ma non mi può
addebitare la teoria che chi non ne commette è un vile: mi sembra un processo
deduttivo alquanto flaccido, e io non intendevo essere così pacchiano e
superficiale. Erica De Nardi ha commesso un'azione senz'altro malevola e
meritoria di sanzioni. Però io ragionavo su tutt'altro piano che non quello
facile-facile dell'indignazione (perciò Roby mi trova cinico): a me pare
interessante indagare sul rapporto fra la colpa e la personalità, fra l'azione
"delinquenziale" e il mantenimento (o meno) delle strutture psicologiche
precedenti all'azione. Insomma, la domanda è: la Erica di prima dell'azione
omicida è la stessa di quella successiva? Paradossalmente, penso che quella di
prima sia anche "peggio", in quanto l'omicidio è già contenuto totalmente nel
suo pathos fantasioso, e gli manca soltanto il piccolo dettaglio della
concretizzazione. "Piccolo" non in tono sarcastico, perché è davvero ben poca
cosa tradurre in azione fisica l'enorme impalcatura psichica e mentale di un
omicidio. Davvero la mia critica e indignata lettrice non ci arriva?
Il rapporto di parentela sembra interessare vieppiù Roby, che per esempio ci
tiene a scrivere in tutto maiuscolo che Erica uccise la "MADRE". Capisco, ma
neppure questa mi sembra una nota speciale rispetto alla mia tesi "fantastica".
Il cammino dell'Umanità è pieno di matricidi (segnalo il libro non entusiasmante
ma indicativo "I giorni dell'ira. Storie di matricidi" di Crepet / De
Cataldo) ed è noto che i parricidi invece siano molto meno diffusi; ci sarebbe
da indagare psicologicamente e sociologicamente su questa dinamica, ma in tutti
i casi ogni spiegazione va ben oltre il singolo caso, fosse pure reso eclatante
dalla stampa come quello di Erica. Uccidere la madre non è solo... uccidere la
madre, significa molto di più: annullare un rapporto opprimente, cancellare una
sottomissione, rifiutare con la massima violenza un'appartenenza, un legame,
perfino un alter-ego. Uccide la madre può anche significare uccidere se stessi
senza rivolgere l'arma contro sé, quindi il bambino che si fu, o il figlio che
si è. La questione è psicologicamente molto più complessa di quanto il banale
sistema omicidio-castigo può rivelare. La "legge" non si occupa, e magari fa
pure bene, della sfera che costruisce e rende possibile l'omicidio; si occupa
dell'ultimo atto, di quando l'omicidio si è consumato, del brevissimo spazio in
cui si è esaurita la parte "fisica" dell'omicidio. Di tutto il resto la "legge"
non sa niente, non può saperne niente. Eppure è quella la parte più
interessante, e dunque più da esplorare! Io sono nato nel 1955 (quindi ho meno
di 53 anni, e non 54 come Roby calcola) e a quel tempo sicuramente saranno
esistiti efferatezze e azioni immorali simili a quelle scatenate da Erica De
Nardi. La differenza non è nel fatto in sé, ma nell'amplificazione. All'epoca in
mano alla sola carta stampata, la notizia di cronaca nera arrivava poco e male
agli italiani per lo più semi analfabeti e preoccupati da impellenze materiali
quali la sopravvivenza e il lavoro. Oggi, il singolo caso di cronaca nera
innanzitutto viene "scelto" fra tanti in base agli "appetiti" sadici del
pubblico, poi viene analizzato in dettaglio, sviluppato in aspetti anche
eccessivi, e porto sul vassoio della tv anatomica e sanguinolenta. Vedi cosa
hanno combinato con il caso Franzoni: Italia spaccata fra innocentisti e
colpevolisti, come in una lotteria, una donna che ormai non sapremo mai più se
fu lei o no a uccidere il figlio, un intero paese, oltre alla sua famiglia,
smembrati e distrutti dalla ricerca di fantasiosi aghi nel pagliaio.
L'importante era ed è non chi è stato, ma i vari aspetti della vicenda: al
pubblico si voleva solo fornire un "romanzo" che facesse compagnia per n
anni, come le telenovelas. Altro che il colpevole! Svelare il colpevole avrebbe
anzi significato mettere la parola fine alla telenovela, e al girotondo di
interessi che la sostengono.
La signora Roby ad un certo punto mi accusa di essere un "cattivo maestro",
giacché il mio commento sui fatti di Novi Ligure costituirebbero un pensiero
deviante per i ragazzi che lo leggessero; e questo un insegnante non deve farlo.
Concordo. Un insegnante si deve quindi porre a modello di purezza e leggiadra
percorrenza di pensieri forzosamente edificanti? Io direi di no, tutt'altro. Un
insegnante ha il compito di porre i suoi ragazzi nella difficile e scomoda
posizione di riflettere in modalità critica sui fatti del mondo. Una critica che
metta in discussione un dio qualunque, un uomo qualunque, un fatto qualunque.
"La critica è uguale per tutti", mi verrebbe da sciommiottare. Il ragazzo si
deve forgiare nell'esercizio dello spirito libero e critico, guai a indicargli
la strada del pensiero massivo e conformista. Gli si deve proporre
l'alternativa, sarà poi lui a decidere - e non Roby - quale percorso
intraprendere. E se non è in grado di scegliere per età, per immaturità o per
incapacità, questo non costituisce un valido motivo per spegnere le idee a cui
egli può accedere, negargli internet perché "potrebbe leggere delle cose
che...", spegnergli la tv perché "potrebbe vedere cose che...", ecc. Tutto si
può e si deve dire e fare; chi controlla deve stare alla foce, non alla fonte
della libertà.
E con questo termino la mia altrettanto non breve replica. La tua lettera, Roby,
non è uno sfogo come tu stessa la chiami, ma un modo di pensare molto
diffuso che io rispetto ma che non posso sottrarre all'indagine critica.
Saluti.