Madri snaturate
Intervista
a Cristopher Hitchens
su madre Teresa di Calcutta
di Matt Cherry
Fonte italiana: http://www.fisicamente.net/index-541.htm
In questo articolo del Free Inquiry dell’autunno del 1996, Matt Cherry (direttore esecutivo del Council for Secular Humanism) intervista Christopher Hitchens a proposito del suo libro The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice (Verso, London 1995) (trad. it. La posizione della Missionaria. Teoria e pratica di Madre Teresa. Minimum Fax, Roma 1997) e del suo programma televisivo, nel quale madre Teresa di Calcutta fu ferocemente criticata. L’intervista ricapitola le critiche più accese mai mosse a madre Teresa. Essa fornisce inoltre un’eloquente immagine della riluttanza dei media USA a criticare sia le religioni che i loro esponenti.
Al momento di andare in stampa, si seppe che madre Teresa stava
soffrendo di problemi cardiaci e malaria e vi erano serie preoccupazioni circa
il suo stato di salute. Al nostro editore fu detto che forse era inopportuno
pubblicare un’intervista critica sull’opera e l’influenza di madre Teresa in
un momento del genere. Tuttavia, prevedendo il generale lassismo dei media a
indagare sulle opere di madre Teresa o a pubblicare su di essa commenti
critici, l’editore ritenne importante pubblicare questa illuminante
intervista.
Christopher Hitchens si occupa di critica di costume per Vanity Fair,
cura la rubrica “Minority Report” per The Nation ed è frequentemente
invitato a programmi televisivi di cronaca e attualità. Ha scritto numerosi
libri di attualità internazionale tra cui Blood, Class and Nostalgia:
Anglo-American Ironies.
FREE INQUIRY: Secondo i sondaggi, Madre Teresa è la donna più
rispettata del mondo. Il suo nome è sinonimo di altruistica devozione al
servizio dell’umanità. E allora, perché Lei se la prende con quest’anziana pia
donna?
CHRISTOPHER HITCHENS: In parte per via della vasta fama di cui gode. Ma
anche perché il fatto non si possa discutere su di lei ci da la misura di cosa
ci troviamo a fronteggiare, vale a dire il problema della credulità. Uno degli
esempi più calzanti della volontà della gente di credere a qualsiasi cosa - se
rivestito di santità - è l’acritica accettazione dell’idea di madre Teresa
come santa da parte di gente che normalmente ragiona - pigramente - in maniera
laica o razionale. In altre parole, comunque la si veda si tratta di un
fenomeno inesplorato.
È - innanzitutto - giornalisticamente inesplorato: nessuno ha mai
veramente esaminato l’operato di madre Teresa. E nessuno si chiede perché i
riflettori siano puntati su di lei, al contrario di molti altri benefattori
che dedicano la loro vita al sollievo dei sofferenti di quello che chiamiamo
il “terzo mondo”. Perchè nessuno dice mai che l’obiettivo dichiarato
dell’opera di madre Teresa è di acquisire proseliti alla sua causa
fondamentalista e al suo estremismo dottrinario? Se chiediamo a molta gente
cosa pensa del pensiero del papa sul controllo delle nascite e sulla
sovrappopolazione mondiale, gran parte risponderà che è un pensiero piuttosto
estremo. Bene, c’è qualcuno per il quale lo scopo della propria vita è
propagandare tale pensiero.
Questa è la prima ragione. La seconda è il mio interesse professionale
sul perché nessuno si fosse finora interrogato seriamente sulla teoria e
pratica di madre Teresa. Riguardo alla sua pratica, non ho potuto non notare
che - tanto per citare qualche esempio - madre Teresa ha fatto comunella con
la famiglia del dittatore Duvalier ad Haiti; che ha raccolto denaro (più di un
milione di dollari) da Charles Keating, il famoso truffatore del fondo Lincoln
Savings and Loans, benché fosse dimostrato che tali soldi erano rubati; che è
stata alleata delle forze più reazionarie presenti in India e in altri Paesi;
che ha fatto un’attiva campagna per impedire la rimozione del divieto
costituzionale al divorzio in Irlanda, ultimo Paese europeo a conservare tale
proibizione; che ogni volta che è intervenuta su qualsiasi tema, lo ha fatto
per fiancheggiare le forze più conservatrici e oscurantiste.
FI: Lei pensa che tutto ciò avviene perché madre Teresa è un’astuta
politica o perché è un ignaro strumento in mano ad altri che la manovrano?
CH: Me lo sono chiesto spesso. E siccome l’ho incontrata solo una volta,
non posso dire, in base a quanto so di lei, quale sia l’ipotesi più
verosimile. Osservandola, però, m’è parsa molto poco ingenua. Non credo sia
particolarmente intelligente o abbia una mente complessa, ma ritengo sia
piuttosto scaltra.
Ha un certo istinto: sembra sempre sapere il momento e il luogo preciso
nel quale è richiesta la sua presenza e arriva mostrandosi sempre in veste
dimessa e modesta. Eppure da Calcutta all’aeroporto haitiano di Port-Au-Prince
il viaggio è lungo, e c’è parecchia strada dall’aeroporto al palazzo
presidenziale, e una non può, abbigliata con un semplice sari, presentarsi lì.
Bisogna preparare parecchie cose, e molti permessi vanno richiesti in
anticipo. Non è tipico di un’ingenuotta uscirsene all’improvviso con un
panegirico su quanto i Duvalier amino la povera gente. Tutto ciò implica un
certo buon livello di pianificazione e calcolo. Ma credo che la genialità di
ciò sia far apparire tutto questo, appunto, semplice.
Uno dei biografi di madre Teresa (quasi tutti i libri scritti su di lei
sono opera di devoti completamente privi di senso critico) scrive, con
assoluto stupore, che quando madre Teresa incontrò il papa la prima volta lei
andò all’appuntamento in autobus, vestita solo con un sari costato una rupia.
Ora, questa è la mia definizione di “atteggiamento ostentato”. Una qualsiasi
persona normale si sarebbe presentata all’appuntamento mettendosi almeno il
suo vestito migliore e prendendo il taxi. Farlo come l’ha fatto lei è invece
l’opposto della via più semplice: è teatrale e calcolato, naturalmente. E,
manco a dirlo, è stato immediatamente riportato come segno della sua completa
santità e devozione. Bene, non c’è bisogno di essere nemmeno troppo cinici per
rendersi conto dell’artificiosità di tale comportamento.
FI: Lei sottolinea che, benché sia molto esplicita riguardo la
promozione della sua idea di cattolicesimo, madre Teresa è in odor di santità
anche tra molti non cattolici e perfino tra i laici. E la sua reputazione è
basata sulla sua opera di carità tra i malati e i moribondi di Calcutta. Cosa
fa effettivamente in quel luogo? In cosa consistono le cure che fornisce?
CH: Le cure sono grottescamente elementari: rudimentali,
antiscientifiche, lontane anni luce da ogni moderna concezione della scienza
medica. Vi sono un certo numero di articoli - e altri ancora ne ho raccolti da
quando il mio libro è uscito - che parlano del fallimento e della
rudimentalità del trattamento dei lebbrosi e dei moribondi, e
dell’atteggiamento di madre Teresa verso medicazione e profilassi. Molto
appropriatamente, è stato detto che lei preferisce i moribondi perché, quando
ti trovi di fronte a uno che non può fare altro che morire, non hai bisogno di
offrire molto altro.
Ciò è interessante perché, primo, lei dichiara di non desiderare altro
che offrire una morte cristiana alla gente che si affida a lei e, secondo,
sorgono interrogativi sull’enorme flusso di denaro donato al suo Ordine. Non
abbiamo potuto indagare su questo aspetto, nessuno ha mai chiesto un
rendiconto di tutto il denaro affluitole. Ma con quei soldi avrebbe potuto
costruire almeno un fiammante e moderno ospedale a Calcutta senza nemmeno
rendersi conto del suo costo.
Le cure che offre sono primitive, tali e quali quelle di prima che
divenisse una celebrità. Quindi, è chiaro che il denaro raccolto non è finito
per le cure.
FI: Quanto denaro Lei stima possa ricevere?
CH: Ho la testimonianza di una seguace dell’Ordine molto attiva, che ha
lavorato per madre Teresa per molti anni e da lei ricevette l’incarico di
occuparsi di un ufficio a New York. Era incaricata dei trasferimenti di denaro
alla banca e stimò che solo nel conto da lei gestito dovessero esserci
cinquanta milioni di dollari. Disse che una delle cose che iniziò a crearle
dubbi e domande fu che le sorelle dovevano sempre andare in giro ostentando
povertà e col divieto di utilizzare il denaro per qualsiasi cosa potesse dare
sollievo lì intorno. Sotto il mantello della conclamata povertà, continuavano
a chiedere donazioni, lavori, cibo e altro dai commercianti locali. Lo trovò,
in coscienza, offensivo.
Adesso, se si considera che stiamo parlando di solo uno dei suoi uffici,
e dal momento che sappiamo quali enormi somme di denaro essa abbia ricevuto
dalla commissione del Nobel per la pace, dalle altre istituzioni religiose,
fondazioni laiche di beneficenza e così via, possiamo supporre che se questo
denaro fosse stato usato per il sollievo dei sofferenti, staremmo qui a
vederne i risultati.
FI: Quindi i cinquanta milioni di dollari sono solo una piccola
parte della sua ricchezza?
CH: Penso ne sia una parte molto piccola, e un’ispezione della sua
organizzazione sarebbe opportuna. Lei, molto accortamente, non tiene i soldi
in India, perché quel governo richiede la pubblica divulgazione dei fondi
raccolti dalle organizzazioni missionarie straniere.
Penso che la risposta alle domande sulla sua ricchezza l’abbia data madre
Teresa stessa in un’intervista nel corso della quale dichiarò di aver aperto
conventi e monasteri in 120 Paesi. Il denaro, semplicemente, è stato usato a
maggior gloria del suo ordine e per la costituzione di una dogmatica
istituzione religiosa.
FI: Quindi quel denaro verrà speso per fondare un suo Ordine
monastico che poi prenderà il suo nome?
CH: Sono entrambe ipotesi, ma molto fondate. Penso che l’Ordine prenderà
il suo nome dopo la sua santificazione, che do per certa: è lanciata verso la
canonizzazione, e lo sarebbe anche senza questo papa che ha fabbricato santi
un tanto al chilo. Ha canonizzato e beatificato più gente lui che i suoi otto
predecessori messi insieme.
FI: E il suo programma televisivo nel Regno Unito è stato chiamato
Hell’s Angel (L’Angelo dell’Inferno).
CH: Sì, un titolo che ha messo in agitazione parecchia gente. Delle
pochissime persone che hanno letto il mio libro negli Stati Uniti, due o tre
hanno mosso obiezioni al titolo, a loro parere “goliardico”. Bene, io penso
che un triplo senso richieda un minimo di sofisticazione.
In realtà, io volevo chiamare il programma Sacred Cow (Mucca
Sacra). Il libro è il programma televisivo allargato di circa un terzo. Il
programma si limitava a quanto abbiamo trovato delle attività raccolte su film
di madre Teresa. In effetti mi sono molto divertito a scoprire quanta roba
fosse disponibile su pellicola: penso ad esempio alle sue lodi al dittatore
albanese Enver Hoxha. C’è anche il filmato del suo strisciare davanti ai
Duvalier: leccare i piedi al ricco invece che lavarli al povero... Ma solo per
quel filmato 60 Minutes mi ha chiesto più soldi di quanti ne costava
tutto il resto della produzione, così abbiamo usato i fermi immagine di
repertorio.
FI: Come ha fatto madre Teresa ad assurgere a tale simbolo di
carità e santità?
CH: Il suo ingresso nel firmamento delle stelle è avvenuto quando Malcolm
Muggeridge, un religiosissimo personaggio pubblico inglese, prese a cuore la
sua causa. Nel 1969 diresse un film molto famoso sulla vita di madre Teresa e,
successivamente, un libro dal nome Qualcosa di bello per Dio (Something
Beautiful for God). Sia il libro che il film possono essere etichettati
come agiografici.
Muggeridge era così credulone che addirittura affermò essere avvenuto un
miracolo alla sua cinepresa durante le riprese. Dichiarò che una misteriosa
“luce gentile” era apparsa intorno a madre Teresa. Il cameraman aveva una
spiegazione più terrena e logica: questi aveva ricevuto una nuova partita di
pellicole Kodak da usare in condizioni di buio o scarsa luce, e stava usando
tale pellicola per la prima volta proprio in occasione dell’intervista a madre
Teresa. La luce nel film appariva alquanto strana e il cameraman stava appunto
spiegandone il perché, quando Mudderidge esplose dicendo «È un miracolo, è
la luce divina!».
FI: Siamo tutti vittime della macchina propagandistica della Chiesa
Cattolica? O è l’Occidente che ha colto la palla al balzo per lavarsi la
coscienza tramite madre Teresa?
CH: Beh, vedo che Lei si è già risposto da solo. Per lungo tempo la
Chiesa non seppe cosa farsene, di madre Teresa. Per esempio, nei primi anni
’60, durante il Concilio Ecumenico Vaticano II a Roma, in India si stava
tenendo un incontro equivalente tra i cattolici del subcontinente indiano a Bombay. Ebbene, madre Teresa si presentò dicendo che era assolutamente
contraria a qualsiasi rivisitazione della dottrina. Disse che non c’è bisogno
di alcun ripensamento ma solo di più opere e più fede. Quindi fu identificata
per molto tempo come intrattabile e dogmatica dai cattolici in India.
Penso che molti altri nella Chiesa sospettassero che lei fosse troppo
ambiziosa, che non avrebbe accettato alcuna disciplina, che mirasse a fondare
un Ordine per sé, sempre piena di richieste per mettersi in mostra.
Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sospettato di queste forme di zelo
eccessivo. Penso che il successo mediatico di madre Teresa fu opera della
breccia creata da Muggeridge, che non era nemmeno cattolico all’epoca.
Quindi non fu opera dell’ufficio propaganda della Santa Sede, almeno
all’inizio. Ma quando la Chiesa Cattolica capì di avere un possibile asso
nella manica, fece presto ad appropriarsi di lei. È una delle preferite dei
fedeli e un buon richiamo per non credenti e acattolici. Ed è utile a questo
papa come arma contro riformisti e sfidanti all’interno della Chiesa.
Sul perché coloro che normalmente si definiscono “razionalisti” o
“scettici” siano inciampati sul mito di madre Teresa, penso c’entri anche un
fattore di condiscendenza post-coloniale, per il quale molta gente si sente la
coscienza sporca per i disgraziati della terra ed è contenta di sapere che c’è
qualcuno che fa qualcosa per loro. C’è inoltre il generale problema della
credulità, per cui, una volta che uno s’è fatto una reputazione, la gente ne
giudica le azioni in base a tale reputazione invece che giudicarne la
reputazione in base alle sue azioni.
FI: Perché, secondo lei, nessun altro grande media prima di Lei ha
affrontato l’argomento in questi termini?
CH: In effetti ciò mi sorprende. E mi sorprende che neppure alcuno tra
atei, razionalisti e umanisti abbia mai pensato di farlo.
Anche nella mia professione c’è quella certa forma di pigrizia mentale
che porta a giudicare la gente in base alla reputazione e non viceversa. In
altre parole, se Lei definisce l’Arabia Saudita “un Paese arabo moderato”,
verrà sempre usata questa definizione a fini redazionali. Poi, non importa
cosa combinerà, sarà sempre uno “Stato moderato”. Uguale per madre Teresa: è
divenuta il simbolo della virtù, così, perfino nei cartoni animati, barzellete,
film e spettacoli televisivi, se si cerca l’esempio di altruismo e santità per
antonomasia, lei è sempre menzionata.
È seccante abbandonare un luogo comune. Se uno finalmente si decidesse a
scrivere la verità, dovrebbe ammettere di aver sbagliato una prima, una
seconda e anche una terza volta. Mi sono accorto che nella mia professione c’è
una forte tendenza a non ammettere facilmente di aver sbagliato qualcosa.
Questa, quindi, credo sia una parziale ragione del silenzio critico su
madre Teresa, benché in Gran Bretagna il mio libro sia stato abbastanza ben
recensito, grazie al film. Negli Stati Uniti l’opinione corrente è che non
valga la pena di recensirlo, forse per la solita ragione che è troppo
complicato e interessa solo una nicchia di lettori.
Credo che incida anche una sorta di molteplicità culturale. Voglio dire
che essere un cattolico in America significa anche esser membro di due
comunità: quella dei credenti e quella dei cattolici, la quale viene recepita
in modo diverso; in altre parole, vi è un vasto numero di irlandesi, croati,
italiani e altri gruppi etnici che si offendono se alcuno dei fondamenti della
loro religione è messo pubblicamente in discussione. Di conseguenza se decidi
di discutere la religione, entri in conflitto con una comunità. Secondo
un’interpretazione non ortodossa delle regole del pluralismo culturale, tu non
puoi farlo perché non puoi offendere la gente nella sue più intime
convinzioni. Vi sono molti laici che cadono nello stesso medesimo errore.
Faccio un interessante esempio: Walter Goodman, critico televisivo del
New York Times, dopo aver visto il film scrisse di non capire perché non
fosse stato messo in onda in America e sfidò le emittenti TV a farlo. A ciò
seguì un lungo silenzio finché un giorno non fui contattato dallo staff di
Connie Chung a New York. Mi ricevettero e mi dissero che avrebbero voluto
produrre un lungo servizio sul mio film, usandone spezzoni, intervistandomi e
parlando anche delle polemiche sorte dalla sua messa in onda. Ovviamente
volevano che io mi assumessi la responsabilità delle critiche su madre Teresa:
già mettevano le mani avanti, cercando di limitare i danni.
Ma non produssero alcun programma: e la ragione addottami fu il timore di
essere accusati di essere al soldo degli ebrei e attaccati alla stessa maniera
di come lo furono i distributori dell’Ultima Tentazione di Cristo.
Aggiunsero che ciò avrebbe rinfocolato l’ostilità tra cattolici ed ebrei a New
York. Devo dire che furono onesti: ammisero di aver già prefigurato le
reazioni e ciò li aveva indotti a ritenere che non ne valesse la pena.
FI: Quindi il Suo film non è mai andato in onda negli Stati Uniti?
CH: No, e sono certo che non succederà mai. Può scommetterci, e chiedersi
cosa ciò significhi.
FI: Quali sono state le reazioni sul Suo film in Gran Bretagna? Ha
ricevuto molte critiche?
CH: Quando il film andò in onda, l’emittente registrò il più alto numero
di telefonate mai ricevute. Non furono inattese. Era prevista anche una certa
somiglianza di commenti. Lessi il registro chiamate e vidi che molti avevano
telefonato per dire esattamente le stesse cose, spesso con le stesse parole.
Suppongo ci fosse un’organizzazione alla base.
Però fummo sorpresi nel rilevare anche il più alto numero di telefonate a
favore di un programma che l’emittente avesse mai ricevuto. Caso raro, perché
normalmente è solo chi si lamenta a far lo sforzo di chiamare: quelli a cui il
programma è piaciuto non chiamano. Questo è un fenomeno ben noto nell’ambiente
ed è una delle ragioni per le quali nelle televisioni non ci si impressiona
troppo quando i centralini sono intasati dalle chiamate di protesta. Gli
addetti ai lavori sanno bene che quasi mai si chiama per fare i complimenti e
che, d’altra parte, una serie di telefonate di protesta è abbastanza facile da
organizzare.
Un numero veramente ragguardevole di spettatori chiamò per dire che era
finalmente più che ora che vi fosse un film del genere. Le telefonate furono
registrate parola per parola, e potei rendermi conto che il livello sia
linguistico che argomentativo delle telefonate a favore del programma erano di
gran lunga superiori a quello delle altre chiamate, tanto da darmi la
sensazione che forse non tutto fosse perduto.
In aggiunta ai primi commenti, vi fu anche un’accesa discussione sulla
stampa. Ma alla fine entrambi i punti di vista vennero presi in esame.
Ciononostante, fu deprimente vedere la gente obiettare non già su quanto
sentito, ma su quanto sentito dire. Vi fu stupore anche tra i laici, come se
io avessi fatto davvero qualcosa di sacrilego. Molti dicono «Christopher
Hitchens sostiene che madre Teresa se la intendesse con i dittatori»,
sottintendendo che la cosa sia senza fondamento. Ma nessuno dei miei critici,
neppure il più ostile, ha detto che io avrei sostenuto il falso su madre
Teresa. Nessuno ha smentito quanto da me sostenuto. Forse il commento più
intelligente è apparso sul Tablet, un mensile cattolico inglese: una
lunga, seria e quasi appassionata recensione, scritta da qualcuno che aveva
naturalmente lavorato con la Chiesa in India e conosceva madre Teresa. Il
recensore scrisse che le opere e l’ideologia di madre Teresa possono
rappresentare un problema per la fede.
FI: Ma l’idea che madre Teresa sia una “mucca sacra” che non dev’esser
criticata ha prevalso in America e né il Suo libro né la Sua critica di madre
Teresa sono state mai diffuse?
CH: Praticamente sì. In America ogni recensione dipende dalla rubrica dei
libri del «New York Times». Il mio libro fu menzionato solo nel mucchio di
notizie brevi in calce. Considerato che contemporaneamente c’era in giro un
altro libro su madre Teresa, la cosa mi suonò strana. Ogni rivista di critica
che si rispetti prende in esame entrambi i libri e commissiona a un
commentatore specializzato in religioni un articolo critico, basato sul
confronto dei testi. Io ho recensito libri e mi sarei aspettato succedesse
qualcosa del genere. Il fatto che non sia successo è indicativo, e piuttosto
deprimente.
FI: Il mito di madre Teresa vuole gli indiani nella parte delle
sfortunate vittime. Cosa pensano gli indiani di madre Teresa e dell’immagine
che essa ha dato del loro Paese?
CH: Il mio libro è stato pubblicato in India, dove ho avuto grandissima
copertura mediatica, e le recensioni sembrano essere straordinariamente
favorevoli. Tenga anche presente che vengono in un momento in cui c’è una
grossa crisi tra fondamentalismo e laicità.
Ci sono molti indiani che si oppongono a una certa diffusa immagine della
propria società e della propria gente: ascoltando madre Teresa e i suoi
sostenitori, Lei penserebbe che a Calcutta non vi sia altro che apatìa,
squallore e miseria e che la gente abbia appena la forza di scacciar via le
mosche dalla faccia mentre allunga la ciotola per l’elemosina. Ciò è
diffamatorio nei confronti di una città sorprendentemente interessante,
orgogliosa, evoluta e ricca di cultura, che ha università, scuole di cinema,
teatri, librerie, caffé letterari e uno scenario politico vivace. C’è, ed è
vero, un terribile problema di povertà e sovraffollamento, ma non c’è tutto
questo accattonaggio. La gente non ti tira per la manica chiedendo
l’elemosina, ed è fiera di non farlo.
Le vere cause delle sfortune e miserie di Calcutta sono la
sovrappopolazione, che per la Chiesa pare tuttavia non essere un problema, e
l’afflusso in massa di rifugiati accorsi dalle regioni confinanti, devastate
dai conflitti settari e religiosi scatenati in nome di Dio. Quindi, i supposti
benefattori di Calcutta starebbero adoperandosi per porre rimedio a ciò di cui
essi sono in realtà responsabili. Ma il dare a intendere che essi lo facciano
veramente è un’impostura.
FI: Lei dice nel Suo libro che madre Teresa è usata dalla destra
religiosa e dai fondamentalisti protestanti - tradizionalmente anticattolici -
come simbolo della santità religiosa con la quale sconfiggere l’umanismo
laico.
CH: Sì, lei è un’icona per i seguaci del movimento «Diritto alla Vita» in
America. È stata mostrata come esempio di idealismo cristiano e di valori
familiari di ogni tipo da Ralph Reed, il portavoce della coalizione del
reverendo Pat Robertson. Questo è un sintomo di un più vasto problema che io
chiamo “ecumenismo alla rovescia”, un’alleanza strategica tra opposti
fanatismi, cattolico e protestante, che normalmente si combattono e si
scomunicano a vicenda.
Ufficiosamente Pat Robertson non mostra altro che disprezzo per altre
confessioni cristiane, ivi incluse alcune tra le più estreme di esse. Ma
ufficialmente, la Christian Coalition non perde occasione per affermare il
proprio entusiasmo per un’alleanza con i cattolici. Si tratta di uno sciocco e
opportunistico ecumenismo tra estremismi religiosi e madre Teresa si presta a
ciò abbastanza volentieri e con piacere. Lei sa precisamente per chi e con chi
sta lavorando. Ma penso che sia felicissima nell’intraprendere iniziative come
andare in Irlanda e metter bocca nel referendum sul divorzio, come ha fatto
recentemente. A tal proposito, c’è un interessante fatto del quale non si è
ancora parlato: durante la campagna referendaria, la Chiesa Cattolica
irlandese minacciò di negare i sacramenti alle donne divorziate che volessero
risposarsi. Non v’era eccezione: se anche fossero state sposate a un alcolista
che le picchiava e molestasse sessualmente i figli, non era loro concessa una
seconda occasione, né in questo mondo né nell’altro. E questa era la posizione
che madre Teresa andò a sostenere in Irlanda.
Adesso cambi scena: madre Teresa è una specie di confessore per la
principessa Diana Spencer. Si sono viste molte volte. Lei può immaginare il
reciproco interesse: non so chi delle due abbia più bisogno dell’altra. Bene:
intervistata dal Ladies Home Journal (rivista letta da milioni di donne
americane) madre Teresa rivelò di essere a conoscenza del divorzio di Diana,
cosa che, aggiunse, lei aveva sempre sperato, così Diana finalmente sarebbe
stata felice.
Quindi è previsto il perdono per il divorzio, ma provi a indovinare per
chi. Madre Teresa non poteva essere più chiara di così. La cosa lasciò un po’
sorpreso anche me. Comunque le fu ordinato di dire in seguito che il
matrimonio è opera di Dio e non può essere scisso e tutte le menate varie di
circostanza. Ma quando parlava a cuore aperto, era disposta a perdonare il
divorzio.
FI: Madre Teresa l’ha perdonata per il Suo film e in una nota a
pie’ di pagina nel Suo libro Lei la critica per questo fatto.
CH: Io scrissi di non aver chiesto alcun perdono e che nemmeno sapevo che
lei l’avesse concesso comunque. Di tutte le cose scritte nel libro, questa è
quella che ha suscitato i commenti più ostili, anche da amici e altra gente
che è d’accordo con me. Mi hanno chiesto perchè avessi da obiettare, cosa ci
fosse di sbagliato nel suo perdono. Io risposi che non ci sarebbe stato nulla
da ridire se lei avesse perdonato chiunque, non solo me. Quando andò a Bhopal
dopo l’incidente alla fabbrica dell’Union Carbide, lei continuava a dire
«perdonate, perdonate, perdonate». Quindi, va bene perdonare i dirigenti
dell’Union Carbide per la loro negligenza, ma per una donna sposata a un
molestatore di bambini alcolista che ha dieci figli e nessuno che badi a lei,
non c’è perdono né in questa vita né in un’altra. Però c’è il perdono per lady
Diana se divorzia.
FI: C’è una vasta dottrina nella Chiesa Cattolica sulla redenzione
dell’anima attraverso la sofferenza. Ciò è evidente nell’opera di madre
Teresa: lei pensa che la sofferenza sia un bene e quindi non usa analgesici
nelle sue case, e così via. Si comporta così anche riguardo alla propria
salute? Vive secondo i principî che va professando?
CH: Ho esitato a lungo prima di scriverlo, ma alla fine ho deciso che la
gente deve sapere che lei sostiene che la sofferenza del povero è qualcosa di
veramente bello e che la nobiltà di tale esempio di miseria e sofferenza è di
grande aiuto per il mondo.
FI: Orribile.
CH: Malvagio, direi. Dire che ciò non è cristiano non è sfortunatamente
vero, benché molti non si rendano conto di ciò in cui i cristiani credono. Per
me, quel che ha detto è decisamente immorale, e quanta più gente possibile
dovrebbe venire a conoscenza di tale affermazione.
Lei è vecchia e ha avuto varie vicende di salute, e si cura in alcune tra
le migliori ed esclusive cliniche dell’Occidente. Avevo dei dubbi se scriverlo
o no, perché avrebbe potuto sembrare un attacco ad hominem (o ad feminam, in
questo caso) e ho sempre cercato di evitare gli attacchi personali;
personalmente credo che la dottrina di odiare il peccato e amare il peccatore
sia stupida perché è una falsa contrapposizione (non si può scindere una
persona dalle azioni che commette), ma per un verso è moralmente accettabile:
in una discussione si suppone che uno non attacchi la persona, ma le tesi che
essa esprime. Ma in questo caso il contrasto tra persona e tesi era troppo
evidente per poter scindere le due cose.
Da poco si è visto che non solo i suoi servizi non erano tutto questo
granché, ma che addirittura non erano neppure affatto servizi medici. Madre
Teresa non avrebbe potuto curarsi in nessuna delle case che lei stessa aveva
messo in piedi. E per quanto ne so, il suo scopo non erano i trattamenti
medici. Peraltro, devo per correttezza dire che madre Teresa non ha mai
preteso di farsi passare come una che offrisse assistenza sanitaria.
Malgrado lei accetti donazioni da gente che si illude di ciò, io non ho
mai trovato un’occasione nella quale lei abbia tentato di dare una falsa
impressione di ciò che fa. Ma ciò non la assolve da responsabilità, visto che
proprio grazie a tale immeritata fama lei ha beneficiato scientemente di tutto
quel che ne é conseguito.
FI: Ma se la gente che va nelle sue cliniche per i moribondi ha
bisogno di cure, lei la invia negli appositi luoghi?
CH: No, secondo le testimonianze di molta gente. Ho stampato i resoconti
di molti testimoni, le cui parole ho potuto verificare, e ho ricevuto molte
lettere da ex volontari a Calcutta e in altre missioni. Ognuno di loro era
sconvolto allo scoprire di aver perso il senso della propria missione e che
molto spesso la gente che veniva alle loro case, e che credeva erroneamente di
ricevere cure sanitarie, in realtà veniva o abbandonata o lasciata senza
consigli o raccomandazioni. In altre parole, chiunque vada lì sperando che si
faccia qualcosa per una sua malattia grave fa un grosso sbaglio.
Ho avuto così tante testimonianze da ex-volontari che mi hanno contattato
dopo l’uscita del libro, che avrei abbastanza materiale per un sequel.
FI: Visto che siamo entrambi inglesi in America, Le faccio una
domanda: Lei è un umanista laico inglese, commentatore di punta della cultura
e della politica americana. Mi dica, cosa pensa degli Americani e della
religione? Perché la religione, spesso nelle sue forme più primitive, è così
potente nel Paese probablmente più ricco, avanzato e consumista del mondo?
CH: Sono un ateo. Non sono neutrale rispetto alla religone, le sono
ostile. Penso non sia solo falsa o inutile, ma proprio dannosa. E non parlo
solo della religione organizzata, ma del pensiero religioso in sé.
Perché gli Stati Uniti indulgono a così tante forme di superstizione non
solo organizzata, ma culti varî, astrologia, millenarismi, UFO, etc.? Ci ho
pensato a lungo. Ho letto il libro di Harold Bloom The American Religion:
The Emergence Of The Post-Christian Nation del 1992, che parla
dell’evoluzione di quella che egli ritiene essere una tipica forma americana
di religione.
In un libro di Will Herberg degli anni ’50, Protestant, Catholic, Jew
l’autore ipotizzava che, all’epoca, a evolversi realmente quale religione
fosse il tipico American Way of Life (lo stile di vita americano). E che esso
fosse uno stile di vita non completamente né spirituale né intellettuale, ma
che in qualche maniera ammettesse ogni forma di religione fintantoché servisse
a puntellare e sostenere tale stile di vita. Una religione strumentale, in
altri termini. Penso sia vero, ma che non sia tutto.
Forse - e questa è una conclusione cui sono arrivato malvolentieri - è
perché qui negli USA non c’è una Chiesa istituzionale. Si dice che le chiese
istituzionali bene o male addomestichino, canalizzino e in qualche maniera
ordinino e strutturino gli impulsi superstiziosi. Ecco perché normalmente
hanno avuto successo nell’annettersi i culti locali e farli propri: una parte
del loro compito è proprio quello di assorbire gli istinti selvatici e la
ferocia e sterilizzarli. Penso che sotto il punto di vista antropologico, sia
in parte vero.
Questo è un Paese che meritoriamente rifiutò una chiesa istituzionale
(stabilendo al momento della sua fondazione la separazione tra Stato e Chiesa)
ma anche che diede ospitalità a molta gente che intendeva proprio professare
la propria religione in libertà: quindi Lei qui trova sia libera competizione
che un senso di diffusa e manifesta predestinazione. Penso tutto nasca in
questo calderone.
Lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton diceva che una volta che gli
uomini non credono più a Dio, non è che non credano più a nulla: credono a
tutto. È facile obiettare che credere a Dio vuol dire credere a tutto. Eppure
questa frase nasconde un punto importante: una volta liberi di credere a
qualsiasi cosa, se gli uomini possono chiamare ciò “spiritualità”, lo faranno.
FI: Penso che il non avere una Chiesa né istituzionale né dominante
non spieghi tutto. In Francia esiste rigorosa separazione tra Stato e Chiesa,
ma la Chiesa cattolica è dominante. Eppure la Francia, come in tutti i Paesi
in cui vi sia una Chiesa istituzionale, ha un altissimo numero di non
credenti. In America v’è una libera competizione tra confessioni, un mucchio
di confessioni, e, di conseguenza, più vitalità in materia.
CH: Non giurerei che gli Stati Uniti siano così religiosi come le
statistiche sembrerebbero suggerire. A dar loro retta, le statistiche sono
straordinarie: qualcosa come l’88 per cento degli Americani vanno regolarmente
in chiesa e il 90 per cento di essi crede al diavolo. Mi piacerebbe leggere
come sono state formulate le domande nei sondaggi.
FI: Abbiamo fatto i nostri sondaggi, su campioni scientificamente
selezionati, con domande ideate da noi, e i risultati ottenuti non sono stati
significativamente differenti da quelli dei sondaggi di cui Lei parla. Forse
la domanda giusta non è: «Perché la gente crede ciò?», visto che forse non ci
crede, ma dovrebbe essere: «Perché la gente dice di credere a ciò»?
Naturalmente c’entra un certo condizionamento sociale.
CH: Sì, questo è vero. Gli intervistati si sentono obbligati a rispondere
in un certo modo ai sondaggisti. Mi chiedo se il nuovo millennio sarà così
terribile come molti temono. Di certo gli emotivi e le menti deboli si
troveranno molto a disagio.
FI: Specialmente in America.
CH: Il grosso problema dei fondamentalisti americani è che nella Bibbia
non v’è traccia degli Stati Uniti. Questo li preoccupa molto: nonostante
provino a giustificare l’esistenza degli Stati Uniti tramite interpretazioni a
posteriori delle profezie bibliche, non ci riescono, neppure per soddisfazione
personale.
FI: Si riferisce al Libro di Mormon?
CH: Sì, e anche agli Avventisti del Settimo Giorno, diretta emanazione
dei Millenaristi. Vedo che adesso quelli di Scientology usufruiscono dello
status di religione accordato anche alle organizzazioni di beneficenza, che
immagino sia un trionfo per loro. Non riesco a capacitarmene. Si immagini di
vivere nella Nicea del terzo secolo dopo Cristo, quando il cristianesimo
veniva imposto tramite un costante martellamenteo: un’esperienza che sono
felice di non aver mai vissuto. A causa del cosiddetto “politicamente
corretto” e di una certa idea di pluralismo culturale, la religione ha
ottenuto tutele tali che neppure una mafia di Stato come la Chiesa Anglicana
si sognerebbe di avere.
FI: Molti non religiosi pensano che la religione non dovrebbe
essere oggetto di critica.
CH: Sì, perché la religione è radicata in profondità nell’uomo, e perché
comunque essa implica l’idea di communità e identità, non solo di aggregazione
di culto. E suppongo che molti pensino qualcosa come «Beh, non si sa mai,
potrebbe essere anche vero e forse andrò all’inferno». Spesso la gente è
presa dalla paura, dovuta in fondo alla nostra natura animale. Almeno noi,
però, conosciamo l’origine della nostra paura: quindi cercarne altre
spiegazioni è una perdita di tempo. Molta gente vi fa fronte comunque senza
essere credente, e spesso senza aiuti e sostegni. Ciò mi impressiona
favorevolmente.
FI: Il bello dell’umanismo è che molta gente vi arriva in maniera
indipendente, non seguendo insegnamenti e dottrine. Diventi umanista solo
interrogando te stesso.
CH: È vero. E non c’è alcun pio desiderio in ciò, altro vantaggio,
sebbene io pensi che proprio per questo sarà sempre odiato ma mai estirpato.
FI: Diamo uno sguardo all’Europa occidentale: nei Paesi Bassi il 55 per cento si dichiara umanista o non religioso. In Gran Bretagna la percentuale è intorno al 30 per cento e sale al 50 tra gli adolescenti. Eppure, l’America sembra diventare sempre più religiosa. Il che, considerando lo scambio culturale attuale, suona abbastanza anomalo. I sociologi stanno appena iniziando a volgere lo sguardo su tale fenomeno, anche se in forma ancora incompleta.
Christopher Hitchens (Portsmouth, UK, 1949) scrive mensilmente saggi letterari sull’Atlantic Monthly. Ha scritto più di dieci libri tra cui i più recenti sono A Long Short War: The Postponed Liberation of Iraq (2003), Why Orwell Matters (2002), The Trial of Henry Kissinger (2001) e Letters to a Young Contrarian (2001). È editorialista per Vanity Fair e ha collaborato a molte riviste inglesi e americane, tra cui The Nation, The London Review of Books, Granta, Harper’s, The Los Angeles Times Book Review, New Left Review, Slate, The New York Review of Books, Newsweek International, The Times Literary Supplement e il Washington Post. È anche commentatore radiofonico e televisivo.
La carriera di Hitchens è iniziata in Inghilterra negli anni ’70 come firma per il New Statesman e l’Evening Standard. Dal 1977 al 1979 ha lavorato per la cronaca estera del London’s Daily Express, poi di nuovo al New Statesman come responsabile esteri dal 1979 al 1981. Ha collaborato poi come commentatore da Washington per Harper’s e corrispondente USA per The Spectator, nonché per il supplemento letterario del Times. Dal 1986 al 1992 è stato critico letterario al New York Newsday. Ha insegnato come professore associato all’Università della California a Berkeley, all’Università di Pittsburgh (Pennsylvania) e alla Nuova Scuola di Ricerche Sociali.
Cristopher Hitchens si è laureato nel 1970 in filosofia, scienze politiche ed economiche al Balliol College, presso l’Università di Oxford. Attualmente vive a Washington D.C. (USA).