L'uovo di Martini
Melissa P.
Non me la sento di cantare vittoria perché un cardinale ha aperto per qualche minuto la finestra
Internazionale 639, 27 aprile 2006
Quest'anno
dentro l'uovo di Pasqua ho trovato le dichiarazioni del cardinale Carlo Maria
Martini. L'anno scorso la sorpresa è stata l'elezione di Joseph Ratzinger a
pontefice: posso dire che, in un anno, qualcosa è cambiato. Mentre il papa e i
suoi fedeli affollavano le strade di Roma in occasione della Via crucis, mentre
dichiaravano che le forme di dissoluzione del matrimonio sono espressione di
libertà anarchiche, Martini sedeva sulla sua poltrona a riflettere sui grandi
temi che la chiesa ripropone a scadenza fissa almeno una volta a settimana:
aborto, cellule staminali, profilattico, adozioni ed eutanasia.
Dalle sue riflessioni sembra che la chiesa stia lentamente facendo passi avanti
sul sentiero del buonsenso, abbandonando almeno un po' quell'attaccamento
morboso e viscerale al dogma cattolico che non può trovare terreno nella società
di oggi.
Martini si dichiara contrario all'aborto, ma in alcuni casi estremi rispetta la
scelta, che riconosce come dolorosa e sofferta, di chi considera necessario il
gesto; favorevole all'utilizzo di embrioni congelati già esistenti (meglio
permettere a una vita di espandersi, dice, piuttosto che lasciarla morire). Si
dice favorevole anche all'uso del profilattico (che sarebbe un male minore, ma
pur sempre un male) per prevenire l'aids, e ritiene che nel caso di due coniugi
sposati, di cui uno affetto dal virus, l'uso del preservativo debba essere
obbligatorio.
Leggo un'allusione al preservativo anche quando Martini afferma che lo stato
deve impegnarsi "a diminuire il più possibile le cause dell'aborto", perché
immagino che anche il cardinale riconosca le difficoltà a cui andrebbe incontro
uno stato che promuova l'astensione dai rapporti sessuali. Si dice anche
favorevole all'adozione per i single (ma non parla delle coppie omosessuali), e
assolutamente contrario all'eutanasia, ma comprensivo verso coloro "che compiono
un simile gesto per puro sentimento di altruismo".
Quando Martini considera "necessario e urgente un ‘dialogo sulla vita' che non
parta da preconcetti o da posizioni pregiudiziali ma sia aperto e libero e nello
stesso tempo rispettoso e responsabile", come si fa a non accorgersi delle
differenze tra lui e Ruini? Come si fa a non capire chi è progressista e chi no?
Martini è consapevole di parlare sulla base di princìpi astratti, gli è chiaro
che la sua esperienza personale non è in grado di fornirgli materiale
sufficiente a giustificare le sue prese di posizione. Sa benissimo di essere un
uomo di chiesa, sa benissimo che qualsiasi cosa lui dica non può essere
supportata da una reale consapevolezza, ma si basa solo su teorie e dogmi. E
questo non mi pare poco.
Ma la vera rivoluzione non sta tanto in ciò che dice, quanto nel modo in cui
tratta certi temi avendo sempre chiaro in mente che "ciascuno ha dentro di sé un
senso etico" e quindi ogni individuo è responsabile e cosciente quando è il
momento di compiere delle scelte. Con questa sua dichiarazione non solo
riconosce l'esistenza di un'etica laica, ma si dissocia dal pensiero di Ruini &
co. secondo cui "nessuno può dirsi padrone e signore assoluto della vita
propria".
Personalmente continuo a essere un po' infastidita dalle parole di Martini che,
pur con le sue aperture e la sua sensibilità (ma mi guardo bene dal
soprannominarlo il Che Guevara del Vaticano), è riuscito a dimostrare che gli
esponenti della chiesa non ce la fanno proprio a stare in silenzio e, che ne
parlino bene o ne parlino male, continuano a intervenire su questioni private
che riguardano solo ed esclusivamente i cittadini di uno stato laico.
A costo di apparire incontentabile, non me la sento di cantare vittoria solo
perché un cardinale fra tanti ha aperto per qualche minuto la finestra del
Vaticano e ha lasciato entrare un po' d'aria pulita. Non riesco a togliermi
dalla testa che forse è tutta una manovra della chiesa che si è probabilmente
resa conto, da un po' di tempo a questa parte, di essere pericolosamente
scivolata in un territorio in cui dialogo e punti di vista differenti sono
ospiti non graditi. Che abbia forse deciso di mostrare il suo lato buono?
Che abbia forse scelto di fare come quegli editori pseudoliberali che cercano di
dimostrare la loro capacità di autocritica con qualche libro scomodo e qualche
programma irriverente sulle loro reti televisive? Insomma: che pensa, davvero,
la chiesa delle dichiarazioni di Carlo Maria Martini? È contenta di dimostrare
che al suo interno esiste una diversità (anche minima) di opinioni, oppure al
contrario ne ha paura?
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