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APOLOGIA DELLA MORTE

Suppongo che «la morte» sia un argomento che terrorizza i più, e che comunque sia un argomento che tutti cercano di allontanare da sé in mille modi: il più comune che io conosca è la superstizione. «Contro» la morte si fa di tutto, dagli scongiuri più pacchiani (corna, grattate, toccaferro) alle raffinazioni filosofiche più ardite; ma in ogni caso si cerca di collocare la morte in una dimensione ben definita da almeno tre precise caratteristiche: «deve» arrivare più tardi possibile, riguarda sempre «gli altri», e non è mai «definitiva».

Sul primo punto, è d’uso la barriera psicologica dei 100 anni. A tutti si augurano cento anni di salute e, man mano che il soggetto dell’augurio avanza verso quell’età, ci si cura poco di ricalibrarlo (sempre per pura superstizione) fino a giungere al paradosso insostenibile di augurare 100 anni di salute a un centenario. Quasi nessuno sa o vuole ricordare la frequenza più alta della vera età limite, che attualmente è intorno agli 80 anni; e men che meno è disposto ad augurare a un 79 enne un solo anno di salute, o venti a un 80 enne. La superstizione è più forte di tutto, anche della provata verità (i centenari sono proporzionalmente molto pochi nonostante la folla di auguranti sparsi sul territorio), della logica e dell’efficacia.

Che la morte debba riguardare sempre gli altri è una caratteristica altrettanto irrazionale ma più condivisibile; è evidente, infatti, che chi pensa questo della morte… è ancora vivo, e può (fintamente) compiangere «gli altri» che sono morti. Purtroppo, questa è una verità che sussiste solo fino a che chi la esprime non decede a sua volta; dopodiché tale verità si deve «spostare» su qualcun altro, in un assottigliamento progressivo della quantità. E quando, per semplificare, l’umanità si ridurrà sempre più fino a uno, cosa dirà l’ultimo e unico uomo vivo?

La terza caratteristica che serve a non aver paura della morte è quella di considerarla non definitiva. Qui la superstizione tocca voragini profondissime, davvero senza più alcun legame col mondo; tant’è vero che si passa all’ultramondano e a dimensioni radicalmente inventate. Chi pensa a un qualunque «dopo» successivo alla morte non solo sceglie di illudersi totalmente ma ha abbandonato ogni speranza di ragionare e di avere, come si dice, «i piedi per terra». Un articoletto divulgativo come questo non pretende certo di dirimere la questione. Tuttavia può porre delle questioni critiche su cui ragionare; per esempio, l’individualità: perché io sono «io» e non un altro? Perché io vivo in questo tempo e non in altri? Perché proprio adesso e proprio così? Questa interessante e semplice constatazione mi conduce dritto dritto a un sillogismo apparentemente accettabile: se adesso sono io e sono fatto così, chi mi vieta di essere stato o di essere in futuro qualcun altro o qualche altra cosa? Questo meccanismo è alla base del pensiero religioso che accetta la perpetuazione dello «spirito». In tale contesto, l’«io» vero sarebbe lo spirito mentre il corpo sarebbe solo un accidente materiale che serve allo spirito per continuare ad esistere. Ciò accomuna, per esempio, le religioni che accettano la «trasmigrazione» da corpo morto e corpo nascente (karma, reincarnazione, ecc.) e le religioni che invece, dopo la morte del corpo, depositano lo spirito in un luogo imprecisato in attesa di un futuro ricongiungimento (resurrezione). Tutti questi castelli in aria servono evidentemente a due fondamentali motivi: il primo a «spiegarsi» l’assurdità della fine; e poi a consolarsi di avere comunque una prospettiva più distante che non la morte fisica.

Chissà perché l’umanità cova questo bizzarro desiderio di «eternità», al punto di inventarsi l’anima, la vita ultraterrena, il «dopo», o comunque si voglia chiamare un’esistenza posteriore all’esistenza fisica. Probabilmente, il motivo propulsore è l’angoscia. La morte mette su una tale angoscia che si diventa disposti ad accettare per vera qualsiasi sciocchezza, qualsiasi assurdità, pur di calmarsi. E proprio in questa angoscia le religioni ci «zuppano il pane» a piè sospinto (non a caso, esse sono nate proprio dall’angoscia della morte).

Prendiamo il caso della religione cattolica, giacché più diffusa in Italia. Nel corso dei secoli, il cristianesimo prima e il cattolicesimo poi hanno costruito e accumulato un tale labirinto di credenze e di sistemi paradossali da aver superato ogni barlume di dignità. Sputando sopra l’intelligenza media umana, questa religione impone la resurrezione come un fatto storicamente accettato (art. 639 del catechismo), un luogo detto «inferno» (cap. IV op.cit.) come destinazione sicura per chi contravviene alle regole spocchiose, fanciullesche e cattive elencate in comandamenti ed altro materiale chiamate «peccati» (art. 1849 op. cit.), e la «certezza» che tutti noi risorgeremo (1. Corinzi 6:14) secondo quanto scrisse uno psicopatico come Paolo di Tarso.

L’elemento assai interessante è che tutte queste vaghe «promesse», pur amplificate dal contesto «sacro» in cui si vogliono far proliferare, non risolvono per niente né la morte né l’angoscia ad essa collegata. Dopo gli ipotetici e unici casi relativi ai tempi dell’ipotetico Gesù, nessuno essere umano è più risorto o tornato da morte accertata; men che meno qualcuno ha pubblicato prove dell’esistenza dei mondi ultraterreni, e nessuno è tornato da essi a confermare la funzione e la validità dei «tribunali» divini. Queste cose si trovano soltanto nella letteratura e nella filmografia horror, oltre che nella manìa ottocentesca, oggi in crisi, delle «pratiche» - tutte millantatorie - spiritiche e magiche.

Ciononostante, molte persone continuano a credere che esista tutto quello che nella Bibbia viene descritto in modo, peraltro, confuso, contraddittorio e incerto. Gente che non crede neppure al conto del proprio salumiere (ben più verificabile), crede invece a testi che hanno subìto tutte le occasioni di errore possibili. Prima dell’invenzione della stampa (1400), infatti, la copia degli scritti veniva affidata agli «amanuensi», che furono prima schiavi e poi monaci, di solito benedettini, che distribuivano in sequenza le copie finite agl’altri. È semplice calcolare che, se solo un errore o un «aggiustamento» fosse stato prodotto in una sola copia, esso si propagava a ritmo impressionante via via che le copie contenenti sempre più errori passavano di mano per essere ricopiate. Per non parlare degli aggiustamenti comandati da papi e clero, tutta gente interessata a rendere più penetrante il proprio testo sacro e più «veritiero» attraverso posticci e posteriori raccordi con presunte profezie che l’avevano annunciato. Così è accaduto al titolo di «vergine» dato a Maria, che fu invece un banale errore di trascrizione della parola «ragazza» poi mantenuto perché faceva comodo…

Per dirla tutta, la gente crede a simili evidenti fandonie, ma solo in teoria. Se credesse veramente e totalmente, infatti, che dopo la morte fisica si accede a una dimensione migliore, senza problemi e senza dolori, e che è abbastanza facile guadagnarsi un paradiso di cui godere per l’eternità, tutta questa brava gente si suiciderebbe subito; perché aspettare? Nella Bibbia la morte viene spacciata per l’inizio di una nuova vita, della vera vita; quindi l’ovvia conseguenza è solo una: se la morte è il prezzo da pagare per entrare nelle grazie divine eterne, lo pago immediatamente e ben felice di farlo.

Invece no. Oltre al buon senso medio (superiore a quello che spera il clero) tra la gente esiste pure il grosso peccato del suicidio, per cui ci è impedito di toglierci una vita che appartiene non a noi ma a un creatore. Quindi, per godere dell’eldorado ultraterreno, bisogna aspettare che un dio si decida a farci soffrire ben bene fino alla vecchiaia, ci faccia sperimentare ogni sorta di dolore e di ingiustizia, ci faccia provare lutti, disagi e angustie per un’ottantina di anni; dopodiché, bontà sua, possiamo morire – quasi sempre con dolore – e accedere alla «paperopoli» che ci ha preparato.

Evidentemente, la realtà è tutta da un’altra parte! Queste sono soltanto delle idee «territoriali», provinciali, rispetto all’immensità dell’Universo. Vanno più o meno bene in chiesa, in un consesso di parrocchiani, in certi eventi locali. Ma sono ridicoli rispetto alla galassia che ospita la Terra e il sistema solare. L’Universo è «immenso» soprattutto perché ignora profondamente tutte queste sciocchezze legate flebilmente a una parte infinitesima della brevissima storia della Terra. Cosa speriamo che conti la morte di un singolo uomo di fronte alle «morti» di cui è costellato l’infinito universale? Una stella che esplode per diventare un buco nero, e nel farlo, in un attimo sprigiona più energia di quanta ne ha emanata il nostro sole in miliardi di anni, è una «morte» ben più solida e affascinante di quella umana. Ed è soprattutto una morte «atea», in cui non c’è posto per nessuna idea divina; è uno show con l’unico protagonista possibile e accertato: la fisica. E mentre in isolate zone del pianeta Terra alcune persone con l’acume prossimo a zero, cieche oltre il proprio breve orizzonte, si esaltano a pensare che esistano cose inventate e invisibili, l’universo intero si espande nel niente creando spazio e tempo attorno a sé, e procede a velocità prossime a quella della luce verso un destino casuale che probabilmente ne consumerà l’energia fino a zero.

Questa, solo questa sarà una «morte» gloriosa, immensa come ciò che l’ha subìta, irripetibile e meravigliosamente inumana. Ed è finanche una morte «bella», sì, bella, perché il «grandioso» contiene sempre un che di bello anche quando è terribile come la fine di tutto. E la morte del tutto, che è il massimo del grandioso, è di una bellezza sconcertante e assoluta che nessuna mente umana, ahimé, potrà mai apprezzare.