Precedente Home Successiva

NIENTE MI PUO' ACCADERE

Attenzione, questo scritto potrebbe farvi cambiare

 

 

Avete riflettuto mai obiettivamente sulla <<vita>>? So bene che quasi tutti voi la ritengono sacra, bene prezioso, il primo dei valori umani, oppure tutte e tre le cose assieme. Questa idea di vita è ben radicata nella sociologia, nella storia e nella cultura dell'Uomo, e si riflette perciò sulle Leggi, sulle idee e sui comportamenti. Eppure, il mio invito è cercare di inquadrare la vita sotto un profilo assolutamente disincantato, a-emozionale, profilo che peraltro è proprio alla natura indifferente e materiale che ci contiene. Ebbene, in questo modo possiamo percepirci come una qualunque altra "cosa" che popola il reale; nello specifico, animaletti bipedi che gironzolano di qua e di là per un'ottantina di anni compiendo azioni appena appena funzionali alla loro esistenza ma totalmente superflue per l'universo. La prospettiva più convincente è quella che ci riprende dall'alto, da un'altra stella, da un'altra galassia, e da lì ci rende giustizia di quel che davvero siamo: nulla. Ma non un nulla romantico, soggettivo, sofferto, ma un nulla, viceversa, che è obiettivamente descrittivo del significato che noi tutti abbiamo nell'infinito gioco random delle leggi naturali.

Ci guida forse un dio, una disegno, un destino, un fine ultimo? E questo restituisce alla nostra esistenza un minimo di significato, anche se artefatto, inespresso e inconoscibile? Molti fanno questa scommessa, molti ripongono in questa illusione una certezza acritica e ottusa. Ma, ahiloro, niente è più assurdo e illogico di un dio e di una predeterminazione metafisica! Troppi si comportano come davvero esistesse "qualcos'altro" o una seconda vita dopo la fine fisica. Questo atteggiamento è figlio diretto della fobia della morte, che ci accomuna invariabilmente, ma è pure scorretto, ingiustificabile, perfino pericoloso. Avendo ammorbidito la definizione di <<morte>> a proprio uso e consumo (al di là riparatore, premiazioni post mortem, trasformazione non fine, ecc.) gli esseri umani sovvertono il senso e il ruolo della vita (l'unica che abbiamo, quella terrena), inventandone un'altra rispetto alla quale questa è inferiore e vilmente transeunte. E allora ecco che si giustifica un'etica generale, in base alla quale non bisogna sprecare la vita, bisogna utilizzarla per i migliori fini possibili, bisogna considerarla funzionale al senso del "bene" e opponibile a quello del "male". Bisogna valorizzarla perché "dono" divino (a prestito...). E da questo tracima che la vita va difesa, conservata, onorata, glorificata in tutti i modi; e giù leggi che la imbalsamano coi propri paletti giuris-moralistici, e giù slogan culturali che ne stigmatizzano l'inviolabilità e la prelazione assoluta, e giù l'articolazione conseguente che invade la società imponendole il modello unico di una vita-dono contro quello di una vita-possesso di chi la vive.

Rispetto a questo, l'Uomo medio si lascia cullare dalle onde e si abbandona alla consuetudine del "così fan tutti", del "così pensano tutti". E non accorgendosi di essere già un morto vivente perché ha spento il cervello, crede di essere diventato una "creatura", un figlio della volontà (altrui) che crea; per cui diventa potente e inviolabile, perfino eterno, come gli garantiscono i padroni dell'al di là. Questa vita di cui non si ha proprietà ma solo leasing a termine, dovrà essere restituita al suo generatore, un dio dai molti nomi e dalle varie attribuzioni quasi sempre discordi, e nel frattempo deve essere mantenuta di buona qualità, pena la micidiale condanna del peccato.

Io no! A me niente può accadere, anche se mi accadono le cose peggiori! La vita è troppo cinica per farsi guastare dalle piccole, miserabili, inutili vicende umane.

Una malattia può al massimo condurmi al dolore oppure alla morte, nulla di più. Un dissesto finanziario mi conduce alla povertà ma senza togliere la capacità dei miei sensi di percepire il mondo e me stesso in esso. Posso andare in galera ma la libertà del mio pensiero non potrà mai essere arrestata. Posso perdere amici e affetti, ma pure nelle lacrime posso cercare la grandiosità del mio esistere.

E anche in questo momento, ora che sto fecondando questa pagina, avverto la sensazione magica del vivere, dell'esserci, del sapere che ho vissuto questo attimo, e pure il prossimo, e pure il prossimo, e il prossimo, e il prossimo... Attimi che niente e nessuno potrà mai più rubarmi, li ho vissuti io e solo io. Sto consumando attimi che rubo all'universo, li faccio miei per provare un soddisfacimento personale, ed essi si consumano tutti dietro di me, spariscono, finiscono di esistere così come non esistevano quando li ho trovati.

Quanti e quanti ne ho avuti e ne sto avendo! Che ricchezza immensa; tale che, se pure smettesse in questo momento, mai potrei dire di essere stato sfortunato e poco accorto.

Niente mi può accadere se non voglio davvero che accada. Posso deformare la realtà, oppure riportarla alla sua vera forma. Ma cos'è la realtà se non l'interpretazione che io do di essa? E io la interpreto ogni volta in modo diverso, gioco con essa, perché l'esistenza è una commedia senza sceneggiatura e senza regìa, e ognuno di questi pupazzi che chiamiamo gente è un attore che può recitarla come gli pare. Ogni attore sul quel palcoscenico è il migliore di tutti.

E cercherò la luce dei lampi che mi accecano; e vorrò sentire i silenzi del nulla e dell'impossibile; e vorrò saggiare i sapori della terra e del mare, fino a che l'ultima scintilla di sole mi scolpirà la pelle. Vorrò amare e odiare tutte le forme di vita che conosco; e poi dovrò dormire il sonno agitato di chi ha capito, e casa mia diventerà la stanza di un giovanotto imbelle e ancora poco vivo... Di là, i rumori di mia madre sembrano gli sciabordii sotto le barche dei pescatori, caldi e ritmati. E ora che quei suoni non ci sono più, rimango seduto al bar a picchettare una musica che, chissà, potrei pure non conoscere più.

Infine morrò... l'universo riprenderà le molecole che mi aveva prestato e solo allora io, misero e piccolo che in vita non ha fatto altro che ruttare e spargere letame, farò parte nientemeno che dell'immensità; farò parte del tutto integrato in esso, contribuendo alla sua felicità.