"... La criminalità cresce in proporzione ai finanziamenti stanziati alla psichiatria." (anonimo)
Le mie campagne
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in galera Riaprire una prospettiva abolizionista delle carceri e della detenzione come istituzioni
esprimi un accordo o una disapprovazione QUI grazie
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Maggio 2006 - Ciò che segue è un ragionamento da profano e volutamente provocatorio. È ovvio che, allo stato attuale delle conoscenze socio-antropologiche e criminologiche, non è attuabile un programma di completa depenalizzazione della società. Tuttavia, nessuno studio e nessuna esperienza ha mai verificato se facendo a meno del sistema delle pene e del carcere vivremmo in una società migliore, peggiore o uguale. Quel che sappiamo a riguardo è dovuto solo a un atto deduttivo, per il quale si ritiene che senza "freni" il crimine aumenterebbe a dismisura fino a fagocitare la società. È da questo che faccio partire la mia provocazione.
In tutti i casi, la società non è solo come la intendiamo noi occidentali e più o meno civili; da un punto di vista antropologico, ci sono state e ci sono società funzionanti e ragionevolmente sicure pur senza un capillare apparato di premio-punizione. Non va dimenticato che il concetto di "Legge" venne introdotto relativamente tardi nel mondo: da Cicerone, un secolo avanti Cristo. Per Cicerone la legge umana è iscritta nella legge naturale ( "Sarà nostro compito spiegare il fondamento del diritto e farlo derivare dalla natura stessa dell’uomo", De legibus) quindi non soggetta alla volontà e all’arbitrio degli uomini, ma fondata sull’ordine intrinseco delle cose. Poi, dopo essere passato per gli stoici greci e per i Padri della Chiesa, il concetto di Legge approdò al Medioevo; qui fu fatto coincidere con la morale e assunse un carattere divino. A mio parere, questa lunga e profonda "ripassata" nella morale cristiana medievale ha sporcato le origini della Legge, e ne ha fatalmente condizionato il senso e gli obiettivi. Tant'è che oggi ci ritroviamo (non solo, ma soprattutto in Italia) con un sistema penale in più parti ispirato ai concetti di peccato e di necessità della reprimenda delle trasgressioni da un'etica che si vuole far discendere da una divinità. Reprimenda anche ottusa, giacché è ovvio che più si aumentano le Leggi repressive più si rendono affascinanti le trasgressioni...
Si deve aspettare il Rinascimento (1400) per incontrare Niccolò Machiavelli che declassa la Legge a "seconda natura": con lui non c'è più un «diritto valido per natura» preesistente all'iniziativa legislativa dell'uomo. Poco più avanti, Giovanni della Casa dirà che le Leggi sono moderne usanze, "ad esse bisogna ubbidire in ogni caso, a prescindere dalla loro validità. La legge, chiamata a razionalizzare il costume, è espressione della contingenza storica e culturale in cui viene ad operare: non ha senso perciò ragionare di modelli astratti e ubbidire a leggi "migliori", o seguire usanze «buone» ma inattuali". Della Casa, insomma, mentre fa un buon servizio alla razionalità, opponendosi all'esistenza di presunte Leggi astratte, ne fa uno cattivo al futuro, ribadendo l'assolutismo dell'ubbidienza cieca e confermando che un generico (e sfuggente) "costume" sia la fonte della Legge.
| (www.giustizia.it) | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 |
| n detenuti | 55.275 |
55.670 |
54.237 |
56.068 |
59.523 |
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Reato prevalente (%) |
nd |
contro il patrimonio (30,2) |
contro il patrimonio (30,7) |
contro il patrimonio (30,6) |
contro il patrimonio (30,3) |
|
Reati più temuti: associazione mafiosa (%) |
nd |
2,5 |
2,6 |
2,6 |
2,5 |
|
Reati più temuti: contro la persona (%) |
nd |
13,9 |
14,7 |
14,7 |
14,6 |
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Durata prevalente della pena inflitta(%) |
fino a 6 anni (61) |
fino a 6 anni (60) |
fino a 6 anni (58) |
fino a 6 anni (60,6) |
fino a 6 anni (61,3) |
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Istruzione non oltre la scuola media (%) |
76,3 |
74,4 |
73,4 |
72 |
63,5 |
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Età prevalente (%) |
30-34 (20,3) |
30-34 (19,7) |
30-34 (19,4) |
30-34 (19,4) |
30-34 (18,8) |
La forza dei numeri.
Gli anni dal 2001 in poi, in un'Italia governata dalla politica di centro-destra, sono stati caratterizzati da un moltiplicarsi dei reati previsti dalla legge e da un diffuso inasprimento delle pene per i reati già esistenti. Cosa ha prodotto questa politica? Con quali risultati?
Il numero dei carcerati tra il 2001 e il 2005 è salito di 4.248 unità (+7,7 %): se l'idea del "punizionismo" era quella della pace sociale, essa è fallita.
Se era quella della sicurezza pubblica, anche in questo caso l'idea è fallita; infatti, dobbiamo prendere atto che il reato prevalente, quello contro il patrimonio, è stato fermo su una percentuale superiore a 30. Simile stabilità per i reati di associazione mafiosa. I reati contro la persona sono addirittura aumentati del + 5%.
Vediamo la "qualità" dei carcerati, anche per saggiarne la presunta pericolosità. Il dato costante delle pene inflitte dice che quasi i 2/3 di essi scontano una pena fino a 6 anni, di cui pressappoco la metà fino a 3 anni. Sono pene certamente non legate al terrorismo o alla mafia.
Troppi carcerati sono poco istruiti: anche se c'è stato un certo miglioramento, circa 7 su 10 tuttora vanno dall'analfabetismo alla licenza media; i laureati restano una sparuta minoranza: 0,9 % nel 2005. Al di là delle considerazioni etiche, ciò rende palese una forte correlazione fra l'essere istruiti e l'evitare la galera. Semplicistica ma significativa deduzione: vuoi vedere che se tutti fossero laureati, i delinquenti sarebbero molti di meno?
La percezione del pericolo sociale non è giustificata dalla situazione reale. In qualunque sondaggio, alla domanda sulla sicurezza quotidiana i cittadini rispondono in genere di sentirsi in pericolo, in mano a bande criminali (soprattutto extracomunitarie) ed esposti a qualunque reato: dalla rapina alla violenza sessuale. La drammaticità aumenta moltissimo se riferita ai bambini, percepiti sempre e comunque bisognosi di tutele, protezioni, attenzioni maniacali e protezioni assolute. Come si innesca il meccanismo? Mi spiego con un esempio d'altra origine.
Le malattie inventate per vendere farmaci
Una (per molti versi) inquietante provocazione è recentemente (2006) giunta dal guru del marketing Vince Parry. In sintesi, costui dà per certa l'esistenza di "inventori di malattie" che avrebbero lo scopo di creare un circuito danaroso fra medici e case farmaceutiche mutando le persone normali in malati. Per citare degli esempi: la disfunzione erettile, il disturbo del deficit dell'attenzione e la sindrome disforica premestruale, sono tutte malattie sostanzialmente inventate, o disturbi elevati forzosamente a patologie, agendo sulla percezione sociale di disturbi normali e comunque non patogeni. La vendita di farmaci che curano queste "malattie" È garantita dalla paura che si ingenera nei destinatari, come per esempio nelle donne in pre menopausa a cui si consiglia l'ormone agitando lo spettro della crisi cardiaca, oppure nelle mamme convincendole che la depressione del figlio potrebbe portarlo al suicidio. In una persona sana e abbastanza giovane, la disfunzione erettile è maggiormente legata a fattori psicologici, piuttosto che fisiologici: ansia da prestazione, stress, stanchezza, ecc. (vedi http://www.andrologiaonline.it/disfunzione.php. Si parla del 10% della popolazione occidentale, con picchi del 50% nella fascia tra i 40 e i 70 anni... Anche accettando stime più prudenti, non si può negare che il problema esista). Quindi, il rimedio farmacologico sarebbe quantomeno superfluo, se non del tutto inutile. Per quanto riguarda la chemioterapia, nel dicembre 2004, su "Clinical Oncology" è apparso un articolo di meta-analisi (vedi http://tinyurl.com/hkwbm) che ridimensiona fortemente il ruolo della chemioterapia nella sopravvivenza dei pazienti affetti da varie forme di cancro, a 5 anni dall'insorgenza.
È ovvio che da quando esiste il commercio esiste anche chi mette in vendita prodotti del tutto inutili, o dannosi, laddove i controlli non siano efficienti o inesistenti. E non è contestabile che vengano venduti anche prodotti inutili: basti vedere tutti gli yogurth che vengono pubblicizzati in TV come la soluzione di problemi intestinali ben più coriacei.
In tutti i
casi, non si può negare né che vi sia una spiccata tendenza, quantomeno in
Italia, all'eccesso di prescrizione e assunzione di farmaci per ogni minimo
disagio, né che le case farmaceutiche spesso adottino strategie discutibili per
promuovere la prescrizione dei propri prodotti.
Tutto questo non autorizza di certo a dar credito ad ipotesi complottistiche:
tuttavia non può non far riflettere, ad esempio, sul fatto che un banale mal di
testa o un raffreddore passano anche da soli, senza doversi necessariamente
imbottire di principi attivi. Purtroppo, questo è il messaggio diametralmente
opposto a quello che, generalmente, viene passato dai media o, peggio, dai
medici.
Le paure inventate per vendere necessità di sicurezza
Che tràttino noi cittadini da "consumatori" è una percezione sufficientemente fondata. Tutto, nella moderna società, è finalizzato a ridurre l'essere umano a qualcosa in grado di consumare ciò che viene prodotto: non c'è più alcun interesse a farci istruire, migliorare, capire e soprattutto pensare; le risorse alla scuola e dell'università vengono trattate costantemente come superflue e riducibili; i mass media propongono e impongono soltanto condizioni che ci possano far addormentare ogni senso critico e ogni spirito di iniziativa; le trasgressioni e le difformità (dall'omosessualità alle forme di protesta meno blande) sono sempre più recintate; alle libertà si stanno dando delle sfumature riduttive e ignobili motivandole per esempio con fobiche necessità di sicurezza e di "regolamentazione". L'obiettivo è costruire un'umanità uniforme e appiattita su un (basso) livello precostituito; un'umanità che abbia le caratteristiche di un "gregge" sul modello giudaico-cristiano, che non a caso mette al centro del proprio sostentamento l'irrinunciabilità a un "pastore" che guidi, che "illumini", in sostanza che decida. Una siffatta umanità ha ovviamente un solo utilizzo: quello di essere facilmente gestibile. Capisco i legislatori, gli addetti alla sicurezza, la politica, tutti ossessionati dalla stabilità sociale e dalla morigeratezza dei costumi: dal loro punto di vista, ogni cosa può improvvisamente sfuggire di mano, agitarsi e fare rumore, e vanificare così ogni loro tentativo di regolarità e di silenzio. Quello che non capisco è perché un popolo debba essere tagliato fuori dalla formazione dei criteri e delle ragioni attraverso i quali una minoranza di "potenti" intende gestire tutto quanto. Cosicché, la lotta è fra il rimanere liberi e lo sciogliersi in un tutto di cui non si vede quasi niente. La "giustizia" rischia di diventare il grimaldello col quale svellere la libertà e l'autodeterminazione degl'uomini. La "Legge", con le sue regole, con le sue proibizioni, con la sua potenza, rischia di sostituire la felicità che ci è connaturata e che fortemente vogliamo. Ma ci piacerà mai un mondo in cui poter assumere soltanto il ruolo passivo di un ingranaggio ben oliato e funzionante? Ci piacerà un mondo in cui trasgredire non solo sarà illegale ma impossibile? Ci piacerà il mondo che altri stanno costruendo senza il nostro consenso?
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Sui cosiddetti errori giudiziari di Cesare Stradaioli fonte: www.fisicamente.net
Con riferimento alla vicenda apparsa sui giornali di quel signore che ha scontato 16 anni di reclusione per poi vedersi riconosciuto innocente e, quindi, ingiustamente detenuto per così lungo tempo, io sarei cauto nel parlare di ‘errore giudiziario’. E’ passato qualche giorno e ormai di quest’uomo tutti si sono dimenticati: altre urgenze incombono, istituzionali o meno. Tornerà alla ribalta quando presenterà la richiesta – legittima – di risarcimento per ingiusta detenzione. Di passaggio, il signore può dire quello che vuole e, annunciando di voler chiedere venti milioni di euro, manifesta uno sfogo difficilmente criticabile: anche perché, essendo un normale cittadino, non è che sia tenuto a conoscere norme e dettami. Sarebbe stato decoroso che, prima della stampa dell’intervista, il cronista avesse controllato la norma apposita: avrebbe così notato come, giusto o sbagliato che sia, è così e basta, il tetto massimo di risarcimento è di ‘solo’ circa 516 mila euro e avrebbe impedito non tanto una figuraccia allo sventurato nostro concittadino – il quale, una così lunga ed ingiusta privazione della libertà, non può certo temere di parlare a vanvera, avendo ben altro cui pensare – quanto piuttosto una sistematica disinformazione. Ma questo è un dettaglio. Quando parlo di sovraesposizione mediatica cui è sottoposta la giustizia, proprio questo intendo: dare le notizie giudiziarie in pasto alle belve feroci dello zoo. Senza controllarne la qualità più che tanto. Carne macinata oppure tagli di seconda scelta. E allora dico che la vicenda di questo signore potrebbe benissimo non essere un errore giudiziario. Cerco di spiegarmi. Non conosco gli atti del processo – allo stesso modo in cui non li conoscono i giornalisti che se ne sono occupati, sarei disposto a scommetterci una cifra – e quindi non mi posso esprimere compiutamente. Ma un imputato, per farla al massimo della sintesi, può essere condannato sostanzialmente per due ragioni: o il giudice non ha valutato correttamente una o più prove (in buona o in cattiva fede, come pure colpevolmente può non averne ammesse di decisive a favore dell’imputato) ovvero ha valutato in maniera assolutamente corretta ad esempio una testimonianza che si è poi – ma solo poi – mendace. Le sentenze si formano in base al libero convincimento del giudice: che deve essere sempre motivato, a pena di nullità. La motivazione di una sentenza è stata una pietra angolare nello sviluppo della civiltà del diritto. Io, giudice, ritengo colpevole ovvero innocente l’imputato e debbo darne conto in una motivazione: la quale può essere soggetta a scrutinio di logicità, fondatezza e di rispetto delle norme, mediante impugnazione. Se un testimone accusa Tizio di avere preso parte ad un omicidio (in buona fede ritiene di averlo riconosciuto come uno degli esecutori materiali) e se la sua testimonianza è scevra da animosità o rancori nei confronti dell’imputato; se il giudice sottopone – unitamente agli avvocati – il testimone ad un fuoco di fila di domande, tese a verificarne l’attendibilità; e se il testimone è così in buona fede da sbagliare senza accorgersene e quindi risulta credibilissimo, il giudice non può che condannare. Cosa farebbe di diverso chiunque, fra noi, al suo posto? Se dopo, anni dopo, qualcun altro confessa, cosa può essere addebitato a chi ha assunto l’onere istituzionale di giudicare? In questo caso, pur di fronte ad una tragedia umana, perché 16 anni non potranno mai essere restituiti, non siamo in presenza di un errore giudiziario, in quanto il giudice con i mezzi che aveva a disposizione, ha correttamente valutato. Altro discorso sarebbe se il giudice non avesse volutamente o per negligenza, considerato altre prove ovvero avesse per gli stessi motivi tralasciato alcuni momenti in cui il testimone appariva evidentemente non credibile o non in maniera sufficiente da giungere ad una sentenza di condanna. E’ necessaria la massima cautela, quando si parla di diritto, di processi, di sentenze. |
La forza della ragione.
A che serve la galera? Senza fare gentilissimi giri di parole: a togliere di mezzo gente socialmente invisa e/o pericolosa. Togliere di mezzo solo per un po' (abbiamo visto che quasi sempre la pena va da 3 a 6 anni), quanto basta per acquietare la vendetta sociale contro il reo.
Eppure continuiamo a chiamare giustizia la vendetta. Entrambe hanno un solo scopo: comminare una punizione. Se mi rapinano, se mi uccidono una persona cara, se violentano mio figlio, io non vorrò giustizia (per volerla dovrei sapere esattamente a quanta pena corrisponde il danno) ma semplicemente vendetta; la più aspra e cattiva possibile, più sproporzionata è meglio è. Le persone comuni non sanno neppure come e quanto questi due termini sono differenti. L'Accademia della Crusca dice per vendetta: Onta, o danno, che si fà altrui, in contraccambio d' offesa ricevuta. Quanta diversità dal far giustizia vi troviamo? A mio parere nessuna. A meno che si ignori che sia un (violento, profondo, duraturo) danno quello che subisce un accusato, e che non si riconosca l'offesa che causa il reo a chi chiede vendetta/giustizia...
Dacché deriva un'importante conseguenza: una volta che il vendicatore senza volto (lo Stato) assume lo stesso ruolo del vendicatore identificato (il singolo individuo), tanto vale espropriare lo Stato di questo ruolo per riaffidarlo agli individui. E che ciascuno "lavi l'onta" come meglio crede, che si ritorni al kaos, che è anche un naturalismo effettivo dove ognuno è libero di trasgredire o di non farlo, ma pure che abbia massimamente vicino a sé la sensazione e la presenza di tutti gli altri a cui può far del male e da cui è naturale aspettarsi delle sane e riconoscibili vendette.
Il mandato rieducativo della galera è solo un principio ideale, e viene pedissequamente disapplicato; difatti, non ci sono risorse, non ci sono strutture adeguate, non ci sono volontà politiche affidabili e durature tali da permettere una ragionevole "rieducazione" carceraria. Non c'è neppure la necessaria cultura in grado di far intendere la pena come un qualcosa di diverso dalla privazione della libertà fisica e dall'emarginazione coatta. Tutti sanno che la galera è principalmente una scuola di delinquenza: mi chiedo perché, ciononostante, la società ritenga conveniente mettere una persona in condizione di peggiorare, andando in galera, la propria qualità umana e quindi, alla lunga, peggiorare la stessa società.
Un'altra argomentazione a favore della galera, più grezza ma forse più popolare, è che è giusto punire chi ha sbagliato. Questo è il classico principio che sembra sacrosanto, innegabile, naturale. Probabilmente è un principio vecchio e rodato che si è dimostrato efficace attraverso secoli di applicazione. Ma funziona la punizione? Vale a dire: riesce a far capire gli errori allo scopo di scoraggiarne la commissione di altre azioni illecite?
Sul piano giudiziario, i recidivi (coloro che ricommettono lo stesso reato) sono una marea, quindi l'equazione non funziona quasi per niente. Sul piano comportamentale il discorso è più articolato. La pena, prospettata o comminata che sia, più che agevolare rinsavimento incute paura. Un reo che sconta una pena, se pur breve, avrà una giustificabilissima paura di rifare l'esperienza dell'arresto, dell'inquisizione, dell'interrogatorio, del giudizio in tribunale, della vergogna pubblica, della diffamazione, delle restrizioni dovute al carcere, dello scombussolamento della propria vita. Quindi, la paura è decisamente efficace. Purtroppo, non è parimenti duratura! Due fattori ne determinano, prima o poi, il dileguarsi: l'occasionalità e la razionalizzazione. La paura è evidentemente legata a quella "disavventura" occasionale; pian piano ci si convince che, allontanandosi la disavventura, essa trascina con sé anche la paura che genera. "Passato il santo, passata la festa", si direbbe con un poco calzante proverbio; e in effetti sarebbe innaturale e inconcepibile una paura che rimanesse allo stesso livello per sempre. Inoltre, di solito accade che, riflettendo sulla propria spiacevole esperienza, la si spogli degli aspetti più malevoli e dolorosi; questa si chiama razionalizzazione, e si fa allo scopo di farsi dispiacere un po' di meno la disavventura giudiziaria, è un'economia psichica necessaria mancante la quale la mente impazzirebbe. Esempi dell'incapacità di rielaborare un'esperienza triste è la speciale forma di masochismo isterico che per i credenti caratterizza invece un beato o un santo. O anche l'insieme di precipizi esistenziali riuniti sotto la parola "conversione", tipica di chi ammanta di misticismo le proprie sconfitte e le proprie nullità. Ma sul piano laico il non saper contenere e raffinare le ansie è sicuramente più laborioso, e porta più facilmente alla schizofrenia e alla depressione. Che sono gli ennesimi danni indotti e illegittimi del meccanismo della giustizia.
Un mercimonio di tempo
Il carcere è un mercimonio di tempo: la cosiddetta espiazione non fa altro che contrapporre una mostruosa dilatazione temporale a un'azione criminale che nasce e termina nel giro di pochi minuti. Il carcere non fa altro che esigere un pagamento di tempo assai sproporzionato rispetto al debito di pochi minuti contratto attraverso il reato. E questo vale per tutti i reati: da quelli innescati da un fulmineo click del mouse fino agli omicidi seriali e alle stragi. In tutti i casi, ci vuole poco per commettere un reato e moltissimo per pagarne le eventuali conseguenze. È una logica da cui fino ad adesso non sappiamo rinunciare perché non vediamo alternative; ma mentre aspettiamo che idee innovative ci piovano addosso dal mondo iperuranio, non possiamo dire che questa logica è, oltre che sola, anche la migliore...
Inoltre, l'espiazione-vendetta-giustizia arriva di solito dopo troppo tempo dalla commissione del reato. Ciò comporta un determinante effetto che è però sottaciuto e sminuito dai più, ed è quello per cui si condanna un soggetto che è sicuramente diverso e forse migliore da chi commise l'azione per la quale viene punito.
Queste due a-temporalità sono in qualche modo dipendenti fra loro, nel senso che il soggetto che commette un reato lo fa in un ambito di tempo assai circoscritto rispetto a tutta la propria vita; e quando da quei pochi minuti di reato egli via via si allontanerà sempre più, giungendo infine alla sentenza definitiva anche dopo molti anni, chi sarà di fatto tramortito dalla pena quando non è più lui, e nulla rimane più delle condizioni esterne e interne, oggettive e soggettive, di quel reato.
Ma un'espiazione così grezzamente asincrona, decontestualizzata e fuori bersaglio, ha ancora un'utilità, ha ancora un'efficacia? È ancora un'espiazione "giusta"? No, non più che come punire una persona diversa da quella che commise il reato...
Per sempre pregiudicato: l'espiazione è inutile
Se il
soggetto È stato condannato ed ha espiato la pena, perché mai acquisisce vita
natural durante la condizione dispregiativa di "pregiudicato"? Perché si
dice che ha espiato, e invece lo si considera ancora e per sempre come un
criminale in galera? Trovo questa prassi una barbarie peggiore delle marchiature
a fuoco sul bestiame. E ancora: se un cittadino non È stato ancora condannato
in via definitiva ma fermo alle indagini o a uno dei tre gradi di giudizio, che
fine fa la nobile frase costituzionale (art. 27, comma 2) "non colpevole fino a
sentenza definitiva"?
Insomma, a proposito di... giustizia, sono parimenti dei reietti
criminali quei soggetti che hanno già espiato la pena e pure quelli che
ancora non l'hanno meritata. Dobbiamo concludere che l'espiazione è
totalmente inutile; e, giacché di solito l'espiazione si attua con la
galera, anche l'aver espiato in galera diventa del tutto ininfluente per gli
effetti riabilitativi sulla vita sociale e psicologica del "pregiudicato eterno"
che diventa un cittadino col certificato penale non più vergine.
Probabilmente, alla fonte di una tale evidente marchiatura indelebile della condanna penale c'è proprio il concetto di verginità. Come l'imene che viene deflorato, anche il pezzo di carta detto certificato penale viene in qualche modo leso permanentemente da una condanna. E così ritroviamo la connivenza occulta fra Legge e moralismo... D'accordo sulla gradualità: ci sono condanne che non influenzano quasi per niente e condanne che limitano molte libertà anche dopo essere state espiate. Tuttavia il principio dell'indelebilità è comune a tutte le condanne; anche nei casi di "perdono giudiziario", un ex condannato rimane un ex condannato; ed è questo principio l'ignobile e insopportabile danno. Per questo principio, l'espiazione diventa inutile; ed è una situazione gravissima di cui è pericoloso non accorgersi. Dovremmo chiedere a gran voce che gli archivi penali siano cancellati definitivamente dopo l'espiazione della condanna, o dopo un ragionevole lasso di tempo magari proporzionato all'entità del danno sofferto con quel reato. E che in tutti i casi un cittadino che abbia espiato la sua pena e abbia così saldato il suo debito con la comunità, possa ritrovare quella "verginità" totale cui ha diritto e che non può essergli defraudata dal fatto che il suo nome continui a circolare per gli uffici giudiziari ed esposto a un'eterna censura di polizia.
In nome del popolo assente
Recentemente, dopo quarant'anni, hanno trovato e fermato la primula rossa della latitanza mafiosa, Bernardo Provenzano. Per lui si giungerà a una condanna, ma chiediamoci con quali effetti, e su chi di preciso? Non certo sull'imputato, ormai così anziano da non poter, neppure volendo, "onorare" né un ergastolo né forse una diecina di anni di carcere. Non certo la società offesa dai suoi delitti, giacché vorrei proprio indagare su quanti sanno esattamente quali essi siano stati e quanti di loro sono stati da quei delitti investiti o sfiorati. Eppure, quella condanna verrà pronunciata «in nome del popolo»... un popolo lontano, assente e indifferente a ciò che ignora si faccia in suo nome tutti i momenti nelle aule dei tribunali. Troverei più corretto esprimersi «in nome dei parenti delle vittime», che sarebbe un modo meno altezzoso e più sostanzioso di fare giustizia.
Quindi? Una società senza un Provenzano è una società migliore? Sì, se un criminale lo fermano in piena attività e feralità, no se fermano la crisalide imbelle di quel criminale. Nel secondo caso, si realizza soltanto un mero principio di giustiziuncola, sfaldato dai bisogni della società, che accontenta e alimenta se stesso senza produrre quel pacchetto di cose preminenti e inalienabili che sono la sicurezza, la rieducazione, il reinserimento, una giustizia che non può essere vendetta processuale, la solidarietà tesa alla pace sociale.