NON POSSUMUS
l'articolo originale su l'Avvenire
martedì 6 febbraio 2007
Il perché del nostro leale "non possumus"
Il lavorìo su un possibile disegno di legge del
governo in materia di unioni di fatto sembra dunque arrivato ad una svolta. Le
anticipazioni di stampa - soprattutto quella assai particolareggiata fornita
sabato scorso da "Repubblica" - tenderebbero a confermare che ormai ci siamo. In
realtà, però, a quanto è dato di capire, non ci siamo affatto. L'impianto della
bozza normativa fatta circolare induce infatti a ritenere che ciò che era stato
solennemente escluso, la creazione di un modello simil-familiare, è in realtà
quello che si va alacremente predisponendo.
Era possibile domandarsi quali soluzioni potessero essere adottate per dare
attuazione a quel capitolo del programma dell'Unione (qui senza l'Udeur) che
prevede il «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle
persone che fanno parte delle unioni di fatto». Formula questa che - secondo
logica - individua come oggetto del riconoscimento che si vuole introdurre i
diritti dei singoli e non la convivenza in quanto tale. Ne deriva che qualsiasi
modello di registrazione, certificazione o attestazione della convivenza, ad
esempio di tipo anagrafico, alla quale venisse collegata l'attribuzione di
diritti e di doveri dei soggetti che ne fanno parte, sarebbe del tutto gratuita,
e finirebbe per riconoscere legalmente una realtà di tipo para-familiare,
determinandola anzi come un nuovo status.
Ebbene, tutto ciò che qui si paventa, lo troviamo nella bozza messa abilmente in
circolazione per saggiare l'opinione pubblica. È infatti l'articolo 1 a dare
subito il là in senso para-matrimoniale al testo. In primo luogo, introduce il
"rito" della dichiarazione di convivenza e della conseguente "annotazione"
nell'anagrafe comunale e fa discendere da questo passaggio l'attribuzione di
diritti e di doveri ai conviventi. Si delinea, insomma, un processo nel quale
l'anagrafe diventa lo strumento non di un puro e semplice accertamento, ma
dell'attribuzione di uno status giuridicamente rilevante. Inoltre lo stesso
articolo va a specificare - cosa assolutamente non dovuta - a quale titolo la
convivenza si instaura, ossia delimitando le convivenze oggetto della normativa
a quelle tra «due persone maggiorenni» legate da «vincoli affettivi». Le unioni
di fatto con finalità assistenziali o solidaristiche non sono neanche
considerate. E, stando ad altre anticipazioni di stampa, sarebbero addirittura
escluse esplicitamente quelle tra fratelli e sorelle o tra parenti in linea
retta.
Se a qualcuno queste sembrano questioni di lana caprina, si ricreda. Un conto è
riconoscere alcuni diritti a persone che hanno dato liberamente origine a una
situazione di fatto che rimane tale, e tutt'altro è dare a tale condizione una
rilevanza giuridica che ne fa, appunto, la fonte di diritti e doveri assai
simili a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio.
Sulla base di una costruzione giuridica, si riconoscerebbe così tutta una serie
di diritti - in materia di successione, di pensione di reversibilità, di obbligo
di prestazione di alimenti, di dovere di reciproca assistenza e solidarietà -
che non a caso l'ordinamento italiano prevede solo e soltanto in relazione allo
status familiare e al valore di assoluta preminenza a questo riconosciuto dalla
Costituzione e dalle leggi. E il risultato sarebbe quello di porre in modo
forzoso e inevitabilmente sconvolgente su un piano analogo la programmatica
stabilità della famiglia definita nell'articolo 29 della nostra Carta
fondamentale e la condizione liberamente altra delle scelte di mera convivenza.
Un'operazione spericolata da un punto di vista giuridico e ancora di più per
significato e impatto sociale.
È questo il cuore del problema. Creare, sia pure in forma involuta e indiretta,
un modello alternativo e spurio di famiglia significa indebolire e mortificare
l'istituto coniugale e familiare «nella sua unicità irripetibile» (Benedetto XVI,
domenica scorsa): l'esperienza, realizzata in una serie di Paesi, questo
sgradevole nesso dimostra in modo incontrovertibile. E significa agire in
oggettivo e azzardato contrasto con il favor riconosciuto alla famiglia
fondata sul matrimonio dalla Costituzione repubblicana e da una tradizione
culturale e giuridica bimillenaria.
Per questi motivi, se il testo che in queste ore circola come indiscrezione
fosse sostanzialmente confermato, noi per lealtà dobbiamo fin d'ora dire il
nostro "non possumus". Che non è in alcun modo un gesto di arroganza, piuttosto
è la consapevolezza di ciò che dobbiamo - per servizio di amore - al nostro
Paese. L'indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente
peserà sul futuro della politica italiana.