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Odifreddi si fa una Pera ?

A PROPOSITO DI UN INTERVENTO DI MARCELLO PERA

Il conflitto epocale tra cristianesimo e razionalità

Uno spunto ghiotto per il filosofo della scienza

[«la Repubblica», 27/10/2005]

di Piergiorgio Odifreddi

Dalla lista "ateismo" un commento di «Mez »

Il 19 ottobre scorso il Corriere della sera ha riportato in prima pagina un intervento di Marcello Pera, apoditticamente intitolato «Democrazia e cristianesimo non sono miti» e presentato come una risposta a Emanuele Severino: un pensatore che, come diceva Lucrezio di Eraclito nel «De rerum natura» (I, 637-642), «entra sempre per primo in battaglia, ed è illustre per l´oscurità della lingua…».
        Puntualmente, lo spunto per l´articolo di Pera era la seguente oscurità di Severino: «La democrazia è un mito, perché la sua negazione non è contradditoria». Si tratta di un´oscurità interessante, per almeno due motivi. Anzitutto, perché rivela un´allegra confusione tra frasi e nomi: solo alle prime, e non ai secondi, si possono infatti applicare concetti come la negazione e la contraddittorietà. E poi, perché intorbida le acque chiamando «mitologico», ciò che nella storia della logica, dalla «Monadologia» di Leibniz all´«Introduzione alla filosofia matematica» di Russell, viene invece chiamato in tutt´altro modo: ad esempio, «non analitico» o «contingente», in opposizione ad «analitico» o «necessario».
        Lo spunto era ghiotto, per un filosofo della scienza che avesse voluto partire a lancia bassa contro la confusione del pensiero di certi continentali. La risposta di Pera è invece altrettanto confusa della proposta di Severino: se la democrazia fosse un mito, lo sarebbe anche il cristianesimo; ma la cosa è ovviamente impossibile, perché il Papa non la pensa così, e lui neppure. A questo punto sono sul tappeto il cristianesimo da una parte e la logica dall´altra: la scena è dunque pronta per un dibattito sui rapporti fra fede e ragione, e dunque sulle due anime (religiosa e scientifica) dell´Occidente, che sono il vero motivo del nostro interesse nella questione.
        Si tratta di un dibattito che avrebbe avuto due interlocutori naturali in Marcello Pera e Joseph Ratzinger: entrambi filosofi di formazione, della scienza il primo e della religione il secondo, arrivati per elezione ai vertici dello Stato e della Chiesa. E invece, per motivi che interessano non noi, ma i politologi e gli psicologi, Pera ha da qualche tempo deciso di abiurare il suo passato professionale, arrivando a dire nel suo articolo: «confesso (so che è un peccato) che la penso come il Papa», e in «Senza radici» (Mondadori, 2004), registra un suo duetto all´unisono con Ratzinger: «non sono casuali la convergenza, e talvolta la piena coincidenza, delle nostre preoccupazioni».
        Eccoci alla visione generale che Pera, e Raztinger con lui, hanno (o meglio, non hanno) della scienza. Nel libro, infatti, entrambi si lanciano a testa bassa contro ciò che essi ritengono essere «la causa del conflitto tra razionalità e cristianesimo» e «il problema più grande della nostra epoca» (per loro, evidentemente, più grande della fame e della guerra): il relativismo, che impedisce di vedere che ci sono valori e concetti universali! E così facendo dimostrano di non tenere in nessun conto il sapere degli scienziati, nessuno dei quali si sognerebbe di pensare alla scienza e alle sue verità come relative e non universali.
        Sono i filosofi, a pensare che la scienza sia relativa: e non soltanto i continentali post-moderni, ma anche vari filosofi della scienza, da Kuhn a Feyerabend. Ma questo è un problema loro, che li costringe poi a doversi arroccare in difesa quando Pera e Ratzinger se la prendono col relativismo, come fa Giulio Giorello in «Di nessuna chiesa» (Cortina, 2005). Dimenticando che se c´è una vera chiesa cattolica, nel senso etimologico di «comunità universale», quella è proprio la comunità scientifica: perché mentre di fedi religiose son piene le fosse, di scienza ce n´è, e ce n´è sempre stata, una sola («quod semper, quod ubique, quod ad omnibus creditur»).
        Naturalmente è inutile appellarsi a «L´etica protestante e lo spirito del capitalismo» di Max Weber per rivendicare al cattolicesimo la paternità della scienza. Anzitutto, perché si tratta di una falsa analogia: la scienza non è il capitalismo e, soprattutto, il cattolicesimo non è il protestantesimo. E poi, perché non c´è stata nessuna scienza in 1600 anni di cristianesimo, e da quando c´è stata, la Chiesa l´ha consistentemente avversata.
        Su una cosa si può comunque essere d´accordo con Pera e Ratzinger: che «esistono valori fondamentali inscritti nella natura stessa della persona umana, previi a qualunque giuridisdizione statale, che trovano il loro fondamento nell´essenza stessa dell´uomo». Ma proprio perché tali valori derivano dalla natura umana, si possono appunto conoscere soltanto studiandola. E lo studio della natura, umana e non, è appunto il compito della scienza: non della filosofia, dunque, e tanto meno della religione, la quale trae invece le sue convinzioni dalla Bibbia.
        Ad esempio, come non può non ammettere Ratzinger nel libro con Pera, «il matrimonio monogamico è stato forgiato a partire dalla fede biblica»: non dallo studio della natura, dunque, dal quale si ricavano infatti ben altre informazioni, riportate da David Barash e Judith Lipton in «Il mito della monogamia» (Cortina, 2002). Analogamente, «L´omosessualità negli animali» di Giorgio Celli (Longanesi, 1972) mostra che la natura di cui parla la Chiesa, condannando i peccati che le andrebbero contro, non è certamente la stessa studiata dalla scienza. Così come la campagna referendaria sulla procreazione assistita della scorsa primavera ha mostrato che la concezione della natura umana della quasi totalità degli scienziati, a partire dai premi Nobel per la medicina Dulbecco e Levi-Montalcini, non è la stessa della quasi totalità dei credenti, cardinal Ruini e papa Ratzinger in testa.
        Pera conclude il suo articolo agitando lo spauracchio dell´etsi Deus non daretur: «se il cristianesimo non fosse la verità, qualcuno un giorno potrebbe dire che uccidere, rubare e dire il falso sono solo convenzioni accidentali che possono anche essere cambiate». Arrivando dalla penna del Presidente di maggioranza di un Senato che ha depenalizzato il falso in bilancio l´affermazione suona anzitutto ironica, per non dire sarcastica. Ma è anche storicamente insensata, perché i comandamenti non sono affatto cristiani, e neppure ebraici: poiché derivano dal «Libro dei morti» giziano, dovremmo forse allora dire che se i culti di Osiride e di Amon non fossero la verità, tutto sarebbe permesso? Questi sono gli infortuni a cui va incontro chi rinuncia alla ragione per seguire le mitologie: nel senso, questa volta etimologicamente corretto, di «racconti favolosi o fantastici». Naturalmente l´abiura è un diritto del filosofo della scienza, ma la «Vita di Galileo» di Bertold Brecht ce ne ricorda la formula: «Ho messo la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei propri fini. Ho tradito la mia professione».
 

 

Dalla lista "ateismo" un commento di «Mez »

Questo articolo è emblematico. Odifreddi ha capito benissimo alcune cose fondamentali (e questo va veramente a suo merito) e cioè:

1. che il relativismo etico (quello per cui il discorso etico è arbitrario) non è affatto inevitabile, e "su una cosa si può comunque essere d´accordo con Pera e Ratzinger: che «esistono valori fondamentali inscritti nella natura stessa della persona umana, previi a qualunque giuridisdizione statale, che trovano il loro fondamento nell´essenza stessa dell´uomo»"

2. che il relativismo etico, compreso quello di Giorello nel suo ultimo saggio *Di nessuna Chiesa*, fa un favore enorme alla chiesa cattolica, perchè, siccome di regole di convivenza abbiamo bisogno, se non fosse possibile un discorso etico naturalisticamente non arbitrario, non ci resterebbe che affidarsi alle religioni come unica fonte del discorso sul valore. Quindi il relativismo etico va a braccetto col «se dio non esiste tutto è permesso». E chi sappia costruire etica laica può invece affermare che «se Dio esiste tutto è permesso» perchè la volontà di Dio sì è arbitraria.
3. che il superamento del relativismo etico (per il quale il discorso etico è completamente radicato nelle diverse culture e non si dà nulla di pre/meta-culturale o pre/meta-linguistico a cui riferire l'universalità del valore) non può che passare per il radicamento dell'etica nella natura, cioè nella costituzione psicofisica dell'umano, nelle sua invarianti biologiche. Perché è là che si costituiscono quei meccanismi che generano ad es. il dolore, cioè quello che viviamo come il *male*, e il piacere, che viviamo come il *bene*.
Poi però cominciano le rogne, quando mostra quasi di ritenere che la costruzione del discorso etico possa essere mera questione di indagine biologica...
A un'etica come quella di ratz - il vecchio giusnaturalismo classico e scolastico - , che pretende di far passare per norma di diritto naturale la castità o la monogamia o altra roba altrettanto contraria alle costanti naturali..., è giusto obiettare, come Odifreddi fa: in natura succede tutt'altro. E questo per dimostrare che appellarsi al secondo/contro natura per giustificare l'etica cattolica è palesemente falso, proprio a livello fattuale. Senonchè ratz gli direbbe subito che loro non elevano certo il fatto a valore, ma costruiscono la norma a partire da una interpretazione di cosa deve essere conforme all'essenza dell'uomo come voluta da Dio ( = come da loro intesa ).
E non servirebbe proprio a nulla opporre alla costruzione cristiana del valore, la mera natura, cioè un'etica fatta della pura elevazione dell'essere a dover-essere, perchè così il pesce grande che mangia quello piccolo, il leone che sbrana i cuccioli perchè la leonessa torni disponibile, ecc. da dato naturale cieco, diventerebbero dover-essere. Non è certo di questo che abbiamo bisogno: elevare l'essere a dover essere, fare dell'etica un'etologia è il grande buco dell'Ethica di spinoza (che è
grande per tutt'altri motivi: metafisici, non etici).
Per questa via non si approda a nessuna etica laica, ovviamente. L'etica laica è naturalistica non nel senso di fare dell'essere un dover-essere, ma nel senso di negare il preteso arbitrio del desiderio e del sentimento e della volontà (dogma da cui originano tutti i relativismi), che sono radicati in costanti biologiche, nel modo in cui funziona il sistema nervoso, anche oltre il confinte della specie.
E allora, posto che la biologia ci fornirà utili conoscenze anche su questi aspetti, il compito passa però al filosofo, cioè al costruttore di concetti per l'esistenza, perchè per costruire discorso etico occorrono categorie in grado di rendere conto di questi bisogni e sentimenti dal lato del corpo come corpo-vissuto, corpo-soggetto, corpo-volontà e non dal lato del corpo-oggetto del sapere scientifico.
C'è un livello in cui gli strumenti concettuali della biologia sono totalmente inadatti e intrinsecamente incapaci di diventare parola. Non capire questo, fissarsi sullo scientismo per cui tutto deve essere riportato a discorso scientifico è il grande peccato che fa sempre risorgere le religioni come discorso sul senso e sul valore. Il riduzionismo scientifico genera regolarmente spiritualismo. Questi sono gli infortuni a cui va incontro chi crede che si possa costruire etica con gli strumenti della scienza. E che pensa che la ragione scientifica sia l'unica ragione