Piergiorgio Odifreddi:
La matematica non è un'opinione.
La fede invece sì
di Vera Schiavazzi
4/12/2006
Lo studioso piemontese lavora a un nuovo
libro in cui promette di attaccare ogni dogma della Chiesa. E intanto spiega
come fa a rendere attraenti i numeri.
Doveva
essere un tranquillo geometra di Cuneo, o magari un ingegnere o un architetto,
come il padre e gli zii. Ma nell'estate del 1969 accaddero due eventi
imprevisti: l'università aprì le porte anche a chi non aveva fatto il liceo e il
diciannovenne Piergiorgio Odifreddi si imbatté in Bertrand Russell e nella sua
Introduzione alla filosofia matematica. «Quel libro» scherza oggi lo scienziato
polemista più alla moda d'Italia «mi ha salvato la vita: se fossi diventato
ingegnere, mi sarebbe toccato di lavorare».
Da allora Odifreddi, accento piemontese coltivato con cura, come la barba
risorgimentale e una certa inclinazione a farsi fotografare di tre quarti, ha
fatto un mucchio di strada. Fino a diventare un matematico apprezzato in tutto
il mondo, un ottimo divulgatore, un intellettuale brillante ed eclettico, capace
di passare dal saggio al racconto e dal racconto al teatro, un professore
ingaggiato anche negli Stati Uniti. E un grande dissacratore.
Non contento di aver reso la matematica più attraente e provocante di quanto
fosse mai stata, indulgendo a giochetti come calcolare in metri l'ascensione
della Madonna, ora Odifreddi si attacca alla religione, aggredendola dogma dopo
dogma, credenza dopo credenza: Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che
mai cattolici) è il titolo del suo prossimo libro, che la Longanesi pubblicherà
a marzo 2007.
Odifreddi, perché tanta ostilità verso la religione? Di solito, gli
scienziati si limitano a pronunciarsi su singoli aspetti, come la fecondazione
assistita o l'eutanasia. Lei invece pare un mangiapreti.
Diciamo che i laici italiani sembrano
avere un po' abbassato la guardia, mentre le gerarchie cattoliche sono
agguerrite. C'era bisogno di un controcanto e io ho provato a scriverlo. Non mi
sento un militante ateo, come i miei amici dell'Uaar (l'Unione degli atei e
degli agnostici razionalisti che ha in Odifreddi il suo «intellettuale di
riferimento», ndr) con le loro campagne in favore dello «sbattezzo». Ma ritengo
che l'influenza della Chiesa sia immensa, eccessiva, e che invada ogni aspetto
delle nostre vite, come è evidente appena si guarda un telegiornale.
Con quali risultati?
La diseducazione alla razionalità.
Pensiamo al mondo dei ragazzi, Harry Potter da una parte, ora di religione
dall'altra. Guardiamo i programmi scolastici: non pretendo che la matematica
superi ogni altra materia, mi accontenterei di un giusto equilibrio tra materie
scientifiche e materie letterarie.
Perché questa irrazionalità dilagante, secondo lei, deriverebbe dal
Cattolicesimo?
Perché è la più dogmatica delle religioni.
Altri, come gli ebrei o i protestanti, hanno quantomeno un rapporto più stretto
con il Libro, sono abituati a leggere direttamente e a interpretare. Altri
ancora, come i buddisti, non sono dogmatici per nulla, la loro religione si basa
sulla ricerca dell'armonia tra uomo e natura e non confligge necessariamente con
la scienza. Quanto all'Islam, oggi non è certamente all'avanguardia, ma nei
secoli più bui ha dato molto alla cultura scientifica. Identifichiamo la scienza
con l'Occidente, ma questo non è esatto.
È per questo che ha studiato in Russia
e in Cina?
Sì, volevo rendermi conto di ciò che
avveniva in contesti scientifici completamente chiusi, o quanto meno separati
dal nostro. È stata un'esperienza molto utile.
Esempi concreti di mancanza di razionalità?
Eccone alcuni. I nostri governanti che
parlano continuamente della necessità di combattere la criminalità, la droga,
l'aids. Tutte cose giuste, per carità, ma certamente non prioritarie se si
guardano i numeri: in Italia muoiono ogni anno circa 600 persone ammazzate,
altre 800 per aids, un migliaio a causa della droga.
I morti per tabacco e alcol sono invece 120 mila, cioè 300 al giorno. Qual è,
allora, la priorità politica? Il potere simbolico degli avvenimenti, per esempio
l'attentato dell'11 settembre con i suoi 3 mila morti, spesso travalica la
realtà. Le torri abbattute hanno cambiato il nostro modo di pensare molto di più
delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki.
Ma i numeri sono davvero sufficienti a scegliere? Non è necessaria anche
un'etica che indirizzi, per esempio, la ricerca medica?
La medicina rappresenta un grosso
problema. È un caso molto particolare e non la si può definire una scienza.
Oggi, comunque, a orientarla è soprattutto il business. E l'irrazionale viene
ampiamente cavalcato anche dai medici. Un conto è essere favorevoli alla ricerca
sulle staminali e alla libertà dei singoli rispetto alla fecondazione, un altro
è l'accanimento per avere un figlio a ogni costo, con qualsiasi mezzo.
Il lato oscuro della scienza è proprio questo, l'aspetto mercantile. Oggi
sappiamo che una quota rilevantissima della ricerca è, direttamente o
indirettamente, collegata alla produzione di armamenti. Un fatto drammatico,
contro il quale possiamo soltanto esercitare una razionale vigilanza.
Lei ha avuto, come la maggior parte degli italiani della sua generazione,
un'educazione cattolica. Come l'ha abbandonata?
Semplicemente crescendo, come quasi tutti.
La religione è un modo di pensare infantile, serve a rassicurare i bambini, a
consolarli contro la morte e le altre grandi paure. Ha per loro la stessa
funzione che Fëdor Dostoevskij e Jean-Paul Sartre hanno per un adolescente in
crisi esistenziale: poi passa. Oggi milioni di adulti si definiscono o vengono
definiti come cattolici, ma soltanto perché non si pongono davvero la domanda su
ciò in cui credono. Se lo facessero, moltissimi scoprirebbero di avere ben poco
a che fare con una chiesa che, peraltro, non frequentano.
Le sue idee così nette in campo religioso trovano una collocazione politica
adeguata?
No, non ho un'appartenenza politica. Sono
stato molto a sinistra quando questo aveva un senso, e ancor oggi non mi
riconosco in alcuna forza parlamentare. Anche in questo campo, comunque, si
tende a rileggere la storia in un modo che non condivido. Il fallimento
dell'Unione Sovietica ha azzerato l'idea comunista, ma il Medioevo non pare aver
lasciato ombre sul Cattolicesimo.
Torniamo alla matematica, una
disciplina che ha un'immagine difficile, astratta, respingente… Alcuni
divulgatori, come lei, provano a farla diventare attraente. Ma come?
Spiegando che si tratta semplicemente di
un linguaggio, certo complesso ma comprensibile e applicabile in molti campi.
Dalla pittura, dove grandi artisti come Leon Battista Alberti e Piero della
Francesca l'hanno utilizzata per introdurre la prospettiva, alla musica, con i
canoni di Johann Sebastian Bach, che provo inutilmente a studiare al pianoforte.
Scrittori come John Coetzee arrivano dalla matematica, che affascinava
profondamente anche Italo Calvino. La matematica serve a ragionare, a tenersi
alla larga dalla magia, o quanto meno a non farsene influenzare troppo.
Lei oggi insegna all'Università di Torino, scrive saggi teorici e libri per
tutti, come «Il matematico impertinente», intervista ed è intervistato. Non ha
paura che troppa visibilità le impedisca di studiare?
A impedirmelo sarà più semplicemente
l'età. La matematica è impegnativa, richiede una mente da atleta, dopo una
giornata di calcoli e di equazioni sei esausto. In questo senso è meglio
dedicarvisi da giovani. Dopo la si può insegnare, spiegare, e si può continuare
a godere della sua eredità più importante: una mente improntata alla logica.
Del resto anche da bambini la matematica è ardua: le capacità in questo campo si
sviluppano solo verso i 13, 14 anni, e apparentemente più tra gli uomini che tra
le donne. È impossibile insegnarla «a orecchio», occorrono tecnica e
concentrazione. Insomma, tra le altre cose, questa scienza ci dimostra che
esistono tanti tipi di intelligenza diversa.
Se avesse fatto un altro mestiere, che cosa le sarebbe piaciuto?
Diventare ministro dell'Istruzione. Ma è
un rischio che non corriamo né io né gli italiani: per farlo bisogna essere
democristiani.
Alla fine chi la spunterà, i preti o gli scienziati?
Dati i problemi del pianeta, come la
scarsità di energie, c'è la possibilità che la civiltà tecnologica finisca prima
della religione. Personalmente, non condivido il tono di certi catastrofismi
ambientali e non sono contrario al nucleare, che oggi appare come la più
efficace tra le fonti rinnovabili. Ma credo che questi problemi vadano
affrontati a livello mondiale. E mi irritano certe nostalgie bucoliche del bel
tempo che fu, quando si stava così meglio che la vita media durava 35 anni.
Come fa un matematico a innamorarsi?
Non ha nessuna difficoltà, basta che usi la parte non razionale del suo cervello, che in genere è un buon 50 per cento. Chi lo sa, forse l'amore coinvolge invece una razionalità più profonda che ancora non conosciamo. Ma va benissimo così.