L'omelia di Ratzinger
Testo integrale pronunciato alla Messa "pro eligendo Pontefice" del 17.04.05
«In quest'ora di grande responsabilità, ascoltiamo con
particolare
attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre
letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in
un momento come questo».
«La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia - un
ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge
questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: «Oggi si è adempiuta
questa scrittura». Al centro del testo profetico troviamo una parola che -
almeno a prima vista - appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sè,
dice di essere mandato «a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un
giorno di vendetta per il nostro Dio». Ascoltiamo, con gioia, l'annuncio
dell'anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male -
ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona:
incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di
Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l'unzione sacerdotale; siamo
chiamati a promulgare - non solo a parole ma con la vita, e con i segni
efficaci dei sacramenti, »l'anno di misericordia del Signore».
«Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo
in solidarietà con la sua sofferenza - diveniamo disponibili a completare
nella nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo».
Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in
sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella
Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della
maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione
e contenuto dell'unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune
partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione
del mondo nella comunione col Signore. Soffermiamoci solo su due punti. Il
primo è il cammino verso la maturità di Cristo; così dice, un po'
semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il
testo greco, parlare della »misura della pienezza di Cristo», cui siamo
chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo
rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste
l'essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere
»sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina?».
Una descrizione molto attuale!
«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni,
quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca
del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde -
gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al
libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad
un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via.
Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo
sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore.
Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso
etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi
portare »qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare come l'unico
atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura
del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come
ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
«Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui
la misura del vero umanesimo. »Adulta» non è una fede che segue le onde
della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente
radicata nell'amicizia con Cristo. È quest'amicizia che ci apre a tutto ciò
che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra
inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede
dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che
crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito
- in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli
sballottati dalle onde - una bella parola: fare la verità nella carità, come
formula fondamentale dell'esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità
e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra
vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la
verità senza carità sarebbe come »un cembalo che tintinna».
«Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due
piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: »Non
vi chiamo più servi ma vi ho chiamato amici». Tante volte sentiamo di
essere - come è vero - soltanto servi inutili. E, ciò nonostante, il Signore
ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore
definisce l'amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici:
Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia
e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo
cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va
fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare
con il suo io: »questo è il mio corpo...», »io ti assolvo...». Affida il suo
corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli
mani la sua verità - il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il
mistero del Dio che »ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito». Ci ha reso suoi amici - e noi come rispondiamo?».
«Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il "giorno della vendetta per il
nostro Dio"? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha
pronunciato queste parole - ha concluso annunciando l'anno della
misericordia. È stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi
dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il
suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. "Egli portò i
nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce», dice San Pietro. E San
Paolo scrive ai Galati: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della
legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto:
Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di
Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito
mediante la fede". La misericordia di Cristo non è una grazia a buon
mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo
e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva.
Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore
sofferente. Il giorno della vendetta e l'anno della misericordia coincidono
nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di
Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi».
«Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l'amicizia, è la comunione
delle volontà. Idem velle - idem nolle», era anche per i Romani la
definizione di amicizia. »Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi
comando». L'amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda
del Padre nostro: »Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».
Nell'ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle
in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il
dramma della nostra autonomia - e proprio portando la nostra volontà nelle
mani di Dio, ci dona la vera libertà: »Non come voglio io, ma come vuoi tu».
In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere
amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo
conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di
essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!».
«L'altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù
sul portare frutto: »Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il
vostro frutto rimanga». Appare qui il dinamismo dell'esistenza del
cristiano, dell'apostolo: vi ho costituito perché andiate? Dobbiamo essere
animati da una santa inquietudine: l'inquietudine di portare a tutti il dono
della fede, dell'amicizia con Cristo. In verità, l'amore, l'amicizia di Dio
ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per
donarla ad altri - siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un
frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che
rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono;
i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose
scompaiono. L'unica cosa, che rimane in eterno, è l'anima umana, l'uomo
creato da Dio per l'eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo
seminato nelle anime umane - l'amore, la conoscenza; il gesto capace di
toccare il cuore; la parola che apre l'anima alla gioia del Signore. Allora
andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto
che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in
giardino di Dio».
«Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera
dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, »ha
distribuito doni agli uomini». Il vincitore distribuisce doni. E questi doni
sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero
è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo - il mondo
nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma
in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo
il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore
secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al
suo amore, alla vera gioia. Amen».