Precedente Home Su Successiva

pacs

le voci contro

 

 

 

Non dall’altro ieri, ho seri dubbi, di natura legale, sulla proposta dell’istituzione dei Pacs.
Ora li descrivo.
La Costituzione Italiana, all’articolo 29 del Titolo II, dice: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.”
Chi sta facendo la legge sui Pacs, dice in sostanza:  Non sto toccando l’art.29. Sto solo garantendo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, una formazione sociale: la coppia di fatto. Se riconosco i diritti della coppia di fatto non per questo disconosco i “diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Il *come* è da intendersi qui non nel senso che la famiglia debba o dovrebbe essere fondata sul matrimonio, ma come una modalità che va garantita.
Come spesso accade per le questioni legali, è il gioco dei termini e delle locuzioni, e delle interpretazioni di esse che domina. Per uscire dal gioco infinito, occorre prospettarsi la situazione che consegue da una certa interpretazione. Pertanto, provo a dare per buona l’interpretazione di chi sta facendo la legge sui Pacs.

Nei Pacs, sono compresi, soprattutto, casi di famiglia. Due persone che non contraggono matrimonio e che hanno figli. E’ difficile non riconoscere in essi appunto una famiglia, anche se non fondata sul matrimonio. Che succede coi Pacs? Che l’ordinamento giuridico favorirebbe la famiglia non fondata sul matrimonio, celando il suo statuto di famiglia, nella forma di un patto fra una coppia. Perché favorirebbe? Perché dà medesimi diritti e riconoscimento senza l’inconveniente del divorzio e dei tempi di separazione, senza pubblicazioni ecc. Chi, se non per motivi religiosi, sarebbe così stupido da contrarre il matrimonio, se non dà altro che inconvenienti? Ancora: se due persone si sono sposate civilmente lo scorso anno, non potranno anch’esse accampare il diritto di potersi sciogliere con un semplice atto di volontà immediata. E, dato che, di fatto, la loro condizione non è in nulla differente dai contraenti di un Pacs, la legge non sarebbe più uguale per tutti.

Ecco la prima incongruenza: i Pacs farebbero sì che nell’ordinamento giuridico, cose uguali (due persone con figli) siano normate in modo differente. Sarebbe più giusto che la legge dicesse: bene, vuoi i diritti e non vuoi sposarti civilmente? Fai un patto, e ti considero sposato, alle medesime condizioni degli sposati. (e poi magari rivedo le norme sul divorzio, se voglio davvero alleggerirle di fatto). Altrimenti, è una revisione mascherata del diritto di famiglia e dell’istituto del matrimonio, e l’accusa di ipocrisia è ben legittima.

In realtà, a me pare evidente che il *come* dell’art. 29, non voglia significare che ci sia famiglia solo nel caso in cui si contragga il matrimonio, e sia un caso particolare fra tanti, e che la formazione sociale che consegue ad una coppia more uxorio con figli non sia una famiglia e possa essere pertanto normata in modo diverso. Mi pare evidente che la Costituzione intenda esprimere un favore e una priorità all’istituto del matrimonio per garantire la *formazione sociale* della *famiglia come società naturale*. Pertanto, mi pare anticostituzionale fare una legge che invece favorisca altre modalità di fondazione della famiglia (peraltro, negando di fatto e astutamente che sia una famiglia, e parlando solo di coppia, come se le conseguenze dell’unione di coppia fossero del tutto insignificanti).
Quindi, un primo punto per me è questo: i Pacs, dovrebbero regolare formazioni sociali differenti da una famiglia, e non dovrebbero poter essere accordati a chi forma una famiglia di fatto, se non attraverso una riforma costituzionale.
Al massimo, dovrebbero essere formulati alla stregua di una “sanatoria”, in cui le famiglie di fatto vengono considerate, dopo il patto, come contraenti un matrimonio, e totalmente equiparate in tal senso, compreso il divorzio e la totalità del diritto che regola il matrimonio.

Non ho invece obiezioni di sorta a proposito dei Pacs riguardanti persone che non possono costituire famiglia. Ad esempio, una coppia omosessuale. Infatti, in quel caso, è chiaro che i Pacs garantiscano formazioni sociali non altrimenti garantite.
Ritengo che in questo caso però, in termini di diritto, debba essere riconosciuto un privilegio per coloro che potenzialmente possono fondare una famiglia, dato che la presenza di prole, anche potenziale nel caso di una coppia giovane che abbia bisogno di lavorare e di una casa per averla, determini maggiori bisogni rispetto a coloro a cui tale potenzialità è negata per natura. Quindi, sia come titolo per assunzioni, che per l’ottenimento di un alloggio, sarebbe in realtà ingiusto dare una totale equiparazione, perché i bisogni sono differenti.
Il tutto, ai sensi dell’art. 31 della Costituzione, che dice: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
E qui, si sta parlando proprio della famiglia fondata sul matrimonio di cui al precedente articolo 29. Quindi, eventuali differenziazioni, non costituiscono affatto *discriminazioni* ma applicazione di giusti principi costituzionali.

Mi pare che i termini della questione entro cui si svolge il dibattito sui Pacs, esulano da tali principi costituzionali, che invece devono essere tenuti ben presenti, invece di far finta che non esistano. Attualmente, si può parlare solo di pacsticcio, perchè attraverso i Pacs si regolano in modo differente due realtà identiche (famiglie di fatto o con matrimonio) e in modo identico due cose diverse (coppie non potenzialmente famiglia, e famiglie di fatto).

Ogni muro contro muro, ogni presa di posizione aprioristica, ideologica, o sentimentale non può che sfavorire il dibattito razionale su questo tema.