Paganesimo radice del Cristianesimo
Natalis solis invicti
19-11-2006 - Il 25 dicembre non è solo "Natale" in senso cristiano; è soprattutto il giorno del Sole invitto, non vinto, il giorno in cui i non credenti preferiscono festeggiare ricorrenze invece che teoriche e ipotetiche, concrete e fisiche come appunto il Sole al suo solstizio d'inverno (che precisamente è il 21 dicembre), giorno dei Saturnalia per gli antichi Romani, durante i quali le differenze sociali erano abolite, ogni attività pubblica cessava e veniva concessa qualsiasi libertà, come ci viene tramandato da Macrobio, scrittore latino del quinto secolo. Tutto ciò fa parte del paganesimo, che i cristiani disprezzano su vari livelli, ma che, pur non rientrando certo negli interessi della razionalità né dell'ateismo stretto, costituisce un valido spunto di riflessione alternativo al cristianesimo e al teismo in generale. Quel che segue è desunto dalla rivista Panorama, ed è un breve tracciato della fisionomia del paganesimo.
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I
veri laici devoti sono i patrioti di Roma che non sono massoni, piuttosto
pagani, anzi, gentili, da gens. Sono i discendenti di una stirpe
istruita a tenere viva la fiamma di Vesta, la dea del focolare. Sono gli
abitanti più antichi della città che veramente e non per favola fu fondata da
Romolo il 21 aprile. Precisamente nel 753 avanti quest'era volgare. Così come fu
vero che il fratello, laico e devoto, dovette uccidere il gemello Remo.
Così come Roma è eterna, così come
è vero che furono sette i re perché gli stessi scavi archeologici hanno dato
ragione ai sacerdoti di Rea Silvia fecondata da un fallo di solido fuoco. Ha
sempre avuto ragione Tito Livio e con lui Niccolò Machiavelli, che ne commentò
la dottrina perché ogni rito politico è anche rito religioso.
Ha sempre avuto ragione Giovanni Boccaccio, autore di una mirabile Genealogia
degli dei, e tutta la storia delle origini di Roma attraverso le fonti ha
ragione perché l'identità romana per l'Italia e per lo stato è il sigillo sacro
primigenio: il futuro, insomma, è dietro le spalle. «Il fondamento culturale e
religioso d'Occidente è pagano» spiega Domitia Lanzetta, studiosa del dionisismo,
animatrice dell'associazione di studi Symmetria.
«L'immagine del lupo nella Roma sacra è anteriore alle presunte radici
cristiane; così come, nella pur ecologistica cultura moderna, non c'è nulla di
paragonabile alla bellissima Preghiera del pastore tramandataci da Ovidio. È il
Cristianesimo che invece può avere radici nostre, giammai il contrario».
Roma, dunque, è radice a se
stessa. Niente di folcloristico, neppure l'ombra della new age, nulla
che possa indulgere a stravaganze, al contrario: studi severi, dottrina profonda
e, soprattutto, gravitas. È vero «che gli dei di Roma si sono rifugiati in
India» come dice Pio Filippani Ronconi, il grande orientalista invitato a suo
tempo dallo scià di Persia per festeggiare i 2.500 anni di Dario imperatore in
Iran e applaudito dagli zoroastriani e dai saggi sciiti per un'allocuzione in
latino.
Ma lo spirito sacro della romanità ancora oggi reclama i suoi paesaggi:
la campagna lungo l'Appia antica dove pascolano gli armenti, proprio a pelo con
gli studi di Cinecittà, è ancora canone dell'ideale classico. E il genius loci
della paganitas è vivo nel fiume Tevere, nell'Isola sacra, nel Mausoleo di
Adriano, nei musei e nei Fori (dove con i pagani anche i romani vanno in
inconsapevole pellegrinaggio) ma infine anche all'Auditorium.
A San Callisto vi si leggono le
iscrizioni di Giulio Pomponio Leto, un erudito rinascimentale, arrestato con
Bartolomeo Sacchi detto il Platina. Sono tracce di una tradizione che pochi
iniziati hanno tenuto viva e ben s'accordano con lo spontaneo avvicinamento del
popolo ai richiami arcaici di Roma.
Dal successo hollywoodiano del Gladiatore, dove per la prima volta si
vede un eroe non necessariamente convertito al Cristianesimo, al De Reditu, film
dall'omonimo libro di Claudio Rutilio Namaziano. Il viaggio fiero e lugubre di
un magistrato romano (V secolo dell'era volgare) lungo quel che rimaneva di un
impero sfregiato dai galilei e dai barbari goti. E con in cuore la volontà
tragica di restaurare il «mos maiorum» (la tradizione dei padri).
Un altro segnale di orgoglio gentile, quasi un antigladiatore nostrano. Mentre in libreria il riscatto pagano è affidato al best-seller di Valerio Massimo Manfredi L'ultima legione (qui una recensione).
Il
17 dicembre uomini e
donne di grande eleganza festeggeranno i Saturnalia e il 25 dello stesso mese,
giusto per dare a Cesare quel che è di Cesare, la festa del presepe per loro
sarà solo il Natalis solis invicti. Nulla che rimandi alla Galilea, si
tratta infatti della più antica festività mitrahica, è il giorno in cui Roma
rifulge di splendore divino.
L'eternità di Roma prescinde, precede e sovrasta lo stesso sigillo cattolico.
Consolato rivendica ciò che in Lituania, Grecia e Bretagna è normale: «Normale
che qualcuno, invece che subire il razionalismo laico o l'erranza cattolica,
eserciti la pietas».
Tutti i giornali e le televisioni non mancano all'appuntamento di Assisi con la
Marcia della pace, ma la verità del popolo corre per sentieri occulti.
Per le Idi di marzo gruppi di persone si recano ai piedi della statua di Cesare,
ne incensano i marmi e poi rendono onore alle pietre del Palatino.
Piero Fenili, magistrato, oggi curatore della rivista Politica romana, studioso
assai raffinato, ricorda di aver visto ai piedi del condottiero, tra gli altri
fiori deposti, una corona con una ben precisa dedica: «A Giulio Cesare, il primo
dei generali e degli avvocati». Perfino i tifosi della A.S. Roma ci vanno in
pellegrinaggio, ma quella corona con le ghiande di quercia, precisa Fenili
«dovevano averla portata gli avvocati».