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DOVE SONO FINITI GLI ATEI?
ATEO, SE CI SEI BATTI UN COLPO

Di Mauro Anselmo



         Nella società secolarizzata mancano i fieri pensatori
 della sfida a Dio, alla maniera di Nietzsche o di Camus. E
 perfino uomini di fede invocano il ritorno dei nemici della
 religione. Perché hanno bisogno delle loro imbarazzanti domande.
 Contro l'indifferenza.

         Atei, ci siete? La domanda è d'obbligo. Mai come oggi il
 Cattolicesimo è tornato forte nella società e nella politica. Il
 carisma dei papi, dalla malattia di Giovanni Paolo II
 all'elezione di Benedetto XVI, ha tenuto incollate per intere
 settimane le folle alla tv. Grande è il prestigio della Chiesa.
 L'idea di Dio, a dispetto del grido trionfante e tragico lanciato
 da Friedrich Nietzsche a fine Ottocento nella Gaia scienza
 («Anche gli dei si decompongono, Dio è morto!»), gode in realtà
 di ottima salute. Atei, dove siete? A marzo, in un'intervista a
 Panorama, Gianfranco Ravasi, teologo e biblista, lanciava una
 provocazione; «Ecco il grande peccato della società
 con-temporanea: mancano gli atei autentici, gli uomini della
 sfida a Dio per i quali non credere, alla Nietzsche, o seguire la
 via del male, alla Sartre, era pur sempre una scelta lacerante,
 sofferta, drammatica».

         Atei «autentici» invoca Ravasi. Ma quali? Non che i
 negatori di Dio oggi più in voga, gli atei un tantino salottieri
 che potremmo definire «scientisti», alla Piergiorgio Odifreddi
 (il brillante studioso che pubblica saggi a raffica e scrive
 sulla Repubblica) non siano atei autentici e combattivi.
 Tutt'altro. Ferratissimi nelle scoperte scientifiche, spingono
 l'idea di Dio nel frullatore degli ultimi ritrovati in fatto di
 fisica, biologia, astrofisica, ingegneria genetica e
 paleontologia, e in base a una logica affilatissima la riducono
 in briciole.

         Atei duri e puri, dunque. Ma pur sempre impegnati a
 pensare Dio in rapporto con la natura (come avveniva nel Medioevo
 e nella modernità) per negarlo e profetizzarne l'immancabile
 fine. Atei rigorosi, dunque, ma che non preoccupano più di tanto
 la Chiesa. Del resto, non era stato forse un mangiapreti come
 Voltaire a scrivere, fin dal lontano 1773, che «nella cultura
 nuova», l'Illuminismo, «non ci sarebbe stato futuro per la
 superstizione cristiana»? E le tre parole della lapidaria
 sentenza di Nietzsche, «Dio è morto», non erano finite sulla
 copertina del settimanale inglese Time che nell'aprile 1966 aveva
 scandalizzato i benpensanti? E non era stato Francesco Guccini,
 due anni dopo, a intitolare Dio è morto quella canzone («Mi han
 detto che questa mia generazione ormai non crede/ a ciò che
 spesso han mascherato con la fede...»), che aveva fatto versare
 fiumi di inchiostro agli uomini di Chiesa su Civiltà cattolica e
 l'Osservatore romano? Mai profezia fu meno azzeccata; «Dio è
 morto, firmato Nietzsche» scrivevano sui muri i sessantottini,
 «Nietzsche è morto, firmato Dio» ribatté una mano anonima.

         «Oggi potremmo definire l'ateo secondo due tipologie»
 spiega Ravasi.

         «La prima è la più diffusa; l'indifferente. Colui che più
 che rispondere alle grandi domande le ignora. L'indifferente vive
 alla superficie, l'assillo del senso dell'essere non lo sfiora,
 la consapevolezza del suo disinteresse è insapore e incolore come
 il modo con il quale pensa se stesso davanti al mondo.
 L'indifferente è il tipo più ovvio e comune, e anche il prodotto
 di un modo di vivere che ha nel pensiero unico del modello
 televisivo il principale punto di riferimento. Più interessante,
 invece, è la seconda tipologia di ateo: l'uomo della sfida.
 L'uomo che si interroga sul senso dell'essere, ne esplora il
 mistero e, non riuscendo a scorgervi il divino ma il vuoto,
 decide di trovare le risposte dentro di sé. È colui che si sforza
 di essere morale senza affidarsi a un principio trascendente. È
 l'ateo la cui interiorità inquieta è segnata da quella che un
 teologo del secolo scorso esprimeva in una definizione tragica:
 "torsione dell'essere". La tensione verso l'infinito dove non c'è
 pace a causa del silenzio di Dio».

         Secondo Ravasi, un nome in particolare rappresenta l'ateo
 della sfida: il francese Albert Camus. Premio Nobel per la
 letteratura nel 1957, è lo scrittore della rivolta contro il
 dolore innocente. Nella Peste, romanzo che racconta la sofferenza
 degli esseri umani falcidiati dalla malattia, il dottor Rieux,
 che lotta ogni giorno per sottrarli alla morte, è indignato dalla
 predica fatta in chiesa da padre Paneloux, il sacerdote che
 spiega il male alla luce della Provvidenza divina. Secondo lui il
 dolore ha un senso: serve a redimere il mondo secondo il progetto
 imperscrutabile del Creatore, e Dio lo permette perché rientra
 nel piano provvidenziale della sua creazione. «Dobbiamo amare
 quello che non possiamo capire» dice un giorno il sacerdote a
 Rieux. Al che il medico risponde quasi con sdegno: «No padre, io
 mi rifiuterò fino alla morte di amare questa creazione in cui i
 bimbi sono torturati».

         Il rifiuto di Dio a causa del dolore del mondo. È la
 posizione di Ivan in «I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij.

 «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza
 l'armonia eterna, che cosa c'entrano i bambini?» chiede Ivan al
 fratello Alioscia. «Questa armonia non vale nemmeno una lacrima
 di un solo bambino».

         È l'interrogativo che nell'immediato dopoguerra, dopo
 l'Olocausto, affronta il filosofo ebreo Hans Jonas nel saggio Il
 concetto di Dio dopo Auschwitz. È il progetto di resistenza al
 male senza Dio. È l'inquietudine che serpeggia nel cinema di
 Ingmar Bergman e nel teatro dell'assurdo. È l'ateismo che lascia
 il segno e che fa male. Perché gli interrogativi che pone sono
 laceranti. Basta il peccato di Adamo a giustificare l'urlo
 agghiacciante della sofferenza che si leva ogni giorno da ogni
 angolo del mondo? E com'è possibile assistere impotenti allo
 strazio di un bambino torturato da un male incurabile e
 continuare a pensare al Dio che tace come al Padre «buono e
 onnipotente» che «ci ha scelti» come recita il testo biblico
 «prima della creazione del mondo»? Onnipotenza e bontà. Come
 tenere insieme le due nozioni, nello spiegare il rapporto fra il
 Dio creatore e il male cosmico presente nella creazione?

         È questo l'ateismo inquieto di cui paria Ravasi.
 Addolorato dall'assenza di Dio, meno supponente di quello
 scientista, sostenitore di un umanesimo aperto al dialogo con i
 credenti. «Nel compilare un libro con le più belle preghiere
 raccolte dalle varie tradizioni religiose» conclude Ravasi «ho
 inserito anche alcune Preghiere dell'ateo come quella del russo
 Zinov'ev: o Dio, ti chiedo di esistere, esisti almeno un po',
 perché guai a una vita che sia senza testimoni».

 Foto (omesse):

 ORGOGLIO RAZIONALISTA
 Piergiorgio Odifreddi [foto] e Sergio Staino [foto], autorevoli
 membri dell'Unione degli atei italiani.
 In alto il loro giornale «L'Ateo» [foto delle copertine degli
 ultimi due numeri].

 NOSTALGIE DI TEOLOGO
 Monsignor Gianfranco Ravasi [foto], teologo e biblista, autore di
 numerosi saggi. «Mancano gli atei autentici» dice. E tra le due
 categorie di «atei», l'indifferente e l'uomo della tragica sfida
 a Dio, Ravasi preferisce senz'altro la seconda. Che considera
 stimolante per il dialogo con la fede.