A papa morto
Rispetto per l'uomo Carol Wojtyla che conclude la sua esistenza.
Ma per l' « istituzione » GPII rimangono tutte le perplessità
Papa Paolo II è stato un papa che ha riportato la Chiesa cattolica a un'era preconciliare, preda di una sfrenata prassi canonizzatrice, discutibile anche per i modelli di santità proposti ai fedeli (Escrivà, Carlo I, padre Pio, Stepinac, Pio IX).
Un papa molto sensibile alle forme di comunicazione, anche quando ha chiesto scusa (a Dio, non alle vittime) per gli errori dei figli della Chiesa, non per gli errori della Chiesa, da lui considerata società perfetta.
Ha voluto una Chiesa cattolica sorda all'eutanasia, al controllo delle nascite, alla prevenzione dell'AIDS, alle unioni di fatto, ai diritti dei gay. E per contro orgogliosa e arrogante nel rivendicare privilegi secolari, attraverso un nuovo interventismo politico di cui il nostro paese è purtroppo stato il principale destinatario.
Gli atei non dimenticano come papa Giovanni Paolo II abbia sempre considerato
l'ateismo sinonimo di comunismo, anzi " tra i mali di oggi" (omelia "Confessione
dei peccati"); ed abbia più volte equiparato l'apostasia alla degradazione
morale. Non a caso, nell'enciclica Centesimus Annus scrisse che "la
negazione di Dio priva la persona del suo fondamento". Un fondamento che, a suo
dire, avrebbe invece l'embrione.
Non altrettanto rispetto neppure per l'apparato istituzionale e mass mediale (ma c'è differenza?) che gli rùtila attorno nel momento della morte. Politica ingessata, programmi tv alterati, stampa a lutto... Tutto abnorme, eccessivo e ipocrita.
La morte basta da sola a far diventare angeli i demoni. Questo papa - in quanto papa - non è stato solo quel che le preci e le lodi raccontano. E, soprattutto, la sua condizione non può coinvolgere così universalmente la gente. Farne il simbolo di un bene prezioso assoluto perduto, dopo averne fatto la crisalide malconcia da presentare all'idolatria del pubblico credente, è molto più che irriguardoso; è futile.