MA ZAPATERO È IL DIAVOLO ?
se lo chiede Gian Antonio Orighi su Panorama il 7 luglio 2006
Alla vigilia del viaggio
papale, gli italiani più influenti di Madrid raccontano come il paese ha accolto
nozze gay e il no all'ora di religione.
L'ora non poteva essere più emblematica: le fatidiche «cinco de la tarde».
Del resto quello che si tiene a Valencia sabato 8 luglio è un incontro
che ha il sapore di duello tra «diavolo» José Luis Rodríguez Zapatero e il Papa.
Il premier spagnolo e Benedetto XVI si vedono, ai margini del quinto Incontro
mondiale della famiglia, proprio nel momento in cui è in atto uno scontro senza
precedenti tra il governo di Madrid e la Chiesa cattolica.
Causa scatenante: le numerose leggi approvate dall'esecutivo socialista che il
Vaticano ha bollato come «laiciste». La lista dei colpi inferti da
Zapatero, definito il «padre di tutti i relativismi», è impressionante:
matrimonio gay, divorzio lampo, abolizione dell'ora di religione obbligatoria,
abbassamento dei limiti alla fecondazione artificiale e della sperimentazione
sull'embrione.
Provvedimenti contro cui sono scesi in piazza milioni di spagnoli, il clero e il
Partito popolare (che conta sul 37,6 per cento dell'elettorato), ma che sono
stati appoggiati da tutti gli altri partiti, cattolici baschi compresi. Per
capire meglio l'impatto di tutte queste controverse novità, Panorama ha
intervistato i cinque italiani più conosciuti e influenti di Spagna.
«Il paese è nettamente diviso: una parte molto di sinistra, che
comprende comunisti e socialisti, l'altra costituita da moderati e cattolici. Un
dualismo irrisolto fin dai tempi della guerra civile del 1936-39.
Ma mentre con il governo del popolare José María Aznar era in atto una sorta di
conciliazione tra queste due anime, con Zapatero questa spaccatura si è di nuovo
riacutizzata» esordisce Paolo Vasile, 53 anni, romano, dal 1998 amministratore
delegato della tv privata Telecinco, di proprietà al 50,1 per cento del gruppo
Mediaset.
«Il premier ha compiuto delle forzature, come nel caso delle nozze gay.
L'accettazione degli omosessuali, l'introduzione dei pacs erano già
temi condivisi dalla società e dallo stesso Partito popolare (che aveva
presentato un disegno di legge sulle coppie di fatto, respinto dai socialisti,
ndr). Ma Zapatero ha voluto usare il termine matrimonio che appartiene alla
cultura della Chiesa».
Secondo Vasile, la questione non è puramente semantica, ma soprattutto
ideologica. La legge riguarda in realtà poche persone (finora le nozze celebrate
tra omosessuali sono 1.539). «La conseguenza, però, è di inasprire lo scontro
con il clero» aggiunge il numero uno di Telecinco «contribuendo a rovinare ancor
di più l'immagine negativa che pesa sulla Chiesa spagnola fin dai tempi
dell'Inquisizione, prima, e del franchismo poi (che appoggiò, ndr)».
Concorda in linea di principio Maurizio Carlotti, veneziano, 53 anni,
amministratore delegato di Antena3, la seconda tv di Spagna. «L'accelerazione
impressa da Zapatero ai cambiamenti sociali è concreta ed evidenzia i ritardi
dei popolari su temi come i diritti civili degli omosessuali. Ma ci sono anche
aspetti formali, nei provvedimenti, altrettanto importanti di quelli
sostanziali» spiega. «Un premier che è andato al governo con la promessa
di cercare il consenso ha dimostrato, invece, scarsa attenzione alla cultura del
suo paese. L'essersi impuntato per inserire il termine matrimonio nella
legge che riguarda i diritti degli omosessuali ha trasformato una proposta
ampiamente condivisibile in una decisione che ha spaccato la società. Ne valeva
la pena, considerate le poche nozze che vengono celebrate?».
Carlotti ritiene che le tensioni aperte dal governo si potessero evitare.
«Il paese è spaccato come mai prima. Persino la comunità gay ha
dimostrato di apprezzare poco la legge di Zapatero» prosegue. «Anche la
reintroduzione dell'ora di religione obbligatoria, voluta da José María Aznar, è
stata bloccata dal premier socialista senza tener conto di una petizione,
firmata da 4 milioni di genitori, che chiedeva al governo un'educazione
religiosa per i loro figli. Qualsiasi governo ha il dovere di confrontarsi con
una fetta così importante della popolazione».
«Mi sembra che Zapatero spinga molto sui temi sociali, forse troppo» rileva
Gabriele Burgio, 52 anni, fiorentino, presidente e amministratore della Nh
Hoteles, terzo gruppo alberghiero europeo, residente a Madrid dal 1993. «Credo
che il premier, in fondo, abbia raccolto istanze già presenti nella società. E
abbia venduto bene il suo lavoro. La Spagna è un paese cattolico, ma la Chiesa
ha problemi di comunicazione con le nuove generazioni».
L'analisi più filozapaterista viene da Raniero Vanni d'Archirafi, 75 anni,
palermitano, ex ambasciatore in Spagna, ex commissario Ue, attuale membro del
consiglio di amministrazione di Telepizza ed Endesa Italia (l'Unidesa è la
società che gestisce il giornale El Mundo). Conosce la Spagna da sessant'anni.
«Il paese attuale è un vaso di Pandora a cui è stato alzato il coperchio o un
luogo in cui il governo socialista è capace di guardare avanti, ben oltre la
siepe?» si chiede. «Propendo per la seconda ipotesi. Mi sembra che
Zapatero sia l'interprete di una Spagna futura, un leader in anticipo sui tempi.
Preso tra progresso e tradizione, come accade qui dalla fine della dittatura
franchista».
La società spagnola, sottolinea l'ex ambasciatore, ha risposto
positivamente alle leggi di Zapatero. «I sondaggi indicano che il 66
per cento è favorevole ai matrimoni gay. Non bisogna dimenticare che il
franchismo ha bastonato gli omosessuali per 40 anni. Ora il pendolo è arrivato
all'estremo opposto». Vanni d'Archirafi non è d'accordo con quanti sostengono
che la Spagna si stia spaccando. «A pochi interessa davvero che i gay si
sposino. I cattolici sono scesi in piazza a favore del matrimonio tradizionale,
ma è un falso idolo, perché le nozze tra omosessuali non mettono in pericolo la
famiglia, né qui né altrove».
Si è trattato, secondo Vanni d'Archirafi, soltanto di strumentalizzazione
politica da parte dell'opposizione popolare, che ha presentato ricorso al
tribunale costituzionale: «Il clero che ha partecipato alla manifestazione mi è
parso tanto simile a quello degli anni bui del franchismo. La Chiesa è
importante nella società, ma invece di aprirsi rimane ancorata ad atteggiamenti
conservatori. Però la cattolicissima Spagna, la Reserva espiritual de
Occidente, non c'è più».
Il potente Alberto Putin, 62 anni, vicentino, presidente dell'omonimo gruppo
leader in Spagna nella consegna chiavi in mano di fabbriche di laterizi, taglia
corto: «La politica sociale di Zapatero è fumo populista e il tanto vantato "talante",
la ricerca del consenso, vale solo per chi è d'accordo con lui. La gente chiede
sempre, ma alcune richieste, che hanno il solo risultato di dividere sempre di
più il paese, non sono prioritarie».